Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20825 del 14/10/2016


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Cassazione civile sez. II, 14/10/2016, (ud. 24/05/2016, dep. 14/10/2016), n.20825

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Presidente –

Dott. ORICCHIO Antonio – rel. Consigliere –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 28303/20211 proposto da:

M.M., (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

VARRONE 127, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO VANNICELLI,

che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati MASSIMILIANO

VERSINI, MAURO BONDI;

– ricorrente –

contro

M.G., M.L. e B.N., elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA PREVESA 11, presso lo studio dell’avvocato

ANTONIO SIGILLO’, che li rappresenta e difende unitamente

all’avvocato LUIGI FERRARI BARDILE;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 201/2011 della CORTE D’APPELLO di TRENTO,

depositata il 03/08/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

24/05/2016 dal Consigliere Dott. ANTONIO ORICCHIO;

udito l’Avvocato Alessandro MALASSINI con delega depositata in

udienza dell’Avvocato VANNICELLI Francesco, difensore della

ricorrente che ha chiesto l’accoglimento del ricorso e della

memoria;

udito l’Avvocato SIGILLO’ Antonio, difensore del resistente che ha

chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SALVATO Luigi, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

CONSIDERATO IN FATTO

M.G., L. e N. convenivano, nel 2006, innanzi al Tribunale di Rovereto M.M. al fine di sentir accertata e dichiarata l’inesistenza in capo alla convenuta del diritto di attraversare la proprietà degli attori e di utilizzare la medesima per la sosta degli autoveicoli suoi o dei suoi ospiti, con conseguente condanna della stessa convenuta al risarcimento dei danni.

Costituitasi in giudizio la M.M. contestava la fondatezza dell’avversa domanda attorea, di cui chiedeva il rigetto, deducendo -in particolare – che la servitù di passo e di parcheggio per cui era causa doveva, ai sensi dell’art. 1062 c.c., ritenersi costituita per destinazione del padre di famiglia.

Chiedeva, quindi, convenuta stessa che, in via riconvenzionale, fosse dichiarata l’esistenza della servitù per la detta destinazione del padre di famiglia ed, in via subordinata, per intervenuta usucapione.

Con sentenza n. 506/2009 l’adito Tribunale accoglieva la domanda riconvenzionale di accertamento della costituzione della servitù per destinazione del padre di famiglia, compensando le spese.

Avverso la detta sentenza, di cui chiedeva la riforma, le originarie parti attrici interponevano appello, resistito dalla M.M., la quale proponeva appello incidentale in ordine al capo della gravata decisione relativo alla compensazione delle spese.

L’adita Corte di Appello di Venezia, con sentenza n. 201/2011, riformava l’impugnata sentenza dichiarando l’inesistenza in capo a M.M. del diritto di servitù di passaggio, inibendo alla medesima il parcheggio e l’occupazione con mezzi e condannando l’appellata al pagamento delle spese di lite di entrambi i gradi del giudizio.

Per la cassazione della succitata decisione della Corte territoriale ricorre la M.M. con atto affidato a cinque ordini di motivi e resistito da controricorso delle parti intimate. Nell’approssimarsi dell’udienza hanno depositato, ai sensi dell’art. 378 c.p.c., memorie sia la parte controricorrente, che quelle ricorrenti.

Diritto

RITENUTO IN DIRITTO

1 – Con il primo motivo del ricorso si censura, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, il vizio di violazione di legge ed errata applicazione dell’art. 2697 c.c. e del principio dell’onere probatorio.

Il motivo risulta articolato (dopo la citazione degli atti delle parti in causa susseguitisi in giudizio) sull’asserzione per cui – testualmente – “dette circostanze devono darsi per non contestate e pacifiche e quindi la Corte di Appello di Trento erra laddove ritiene che non sia stato provato il vincolo di subordinazione di un fondo (quello attoreo) a vantaggio di altro fondo (quello dell’odierna ricorrente)”.

Il motivo stesso, atteso il suo modo di articolazione, è inammissibile per violazione del noto principio di autosufficienza.

Come rilevato, giustamente, dal P.G. in corso di udienza, la ricorrente non trascrive, nè riassume i brani degli atti dai quali emergerebbe l’allegata “non contestazione”.

Al riguardo, ribadendosi la consolidata giurisprudenza di questa Corte, deve rilevarsi come la censura è, in punto, carente sotto il profilo del compiuto adempimento degli oneri connessi all’ossequio del noto principio di autosufficienza.

Si sarebbe, infatti, dovuto procedere – ad onere della parte ricorrente – alla riproduzione diretta del contenuto dei documenti fondanti, secondo l’allegata prospettazione, la censura mossa all’impugnata sentenza (Cass. civ., Sez. 5^, Sent. 20 marzo 2015, n. 5655) ovvero, ancora, adempiere puntualmente almeno l’onere di indicare specificamente la sede (fascicolo di ufficio o di parte di uno dei pregressi gradi del giudizio) ove rinvenire i detti documenti (Cass. civ., Sez. 6^, Ord. 24 ottobre 2014, n. 22607, nonchè Cass. SS.UU. 2 dicembre 2008, n. 28547).

Il motivo è, quindi, inammissibile.

2.- Con il secondo motivo del ricorso si deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, il vizio di violazione di legge, errata interpretazione degli artt. 1062 e 2697 c.c., nonchè – in ogni caso – difetto contraddittorietà ed illogicità e comunque insufficiente motivazione della sentenza ex art. 360 c.p.c., n. 5.

3.- Con il terzo motivo parte ricorrente lamenta, ex art. 360 c.p.c., n. 3, l’errata applicazione ed interpretazione dell’art. 1061 c.c., ed in ogni caso contraddittorietà, illogicità ed omessa motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5.

4.- Con il quarto motivo del ricorso si prospetta il vizio di contraddittorietà e illogicità della motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5, ed errata applicazione ed interpretazione dell’art. 1061 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5.

5.- I tre motivi appena innanzi esposti, in sintesi, possono essere trattati tutti congiuntamente attesa la loro continuità e contiguità argomentativa e logica.

Non sussistono i denunciati vizi sia per quanto attiene alle invocate violazioni di legge che per le addotte carenze motivazionali.

La sentenza impugnata è pervenuta al proprio decisum (esclusione delle servitù per destinazione del padre di famiglia o per acquisto a seguito di intervenuta usucapione) facendo buon governo delle norme applicabili nella fattispecie e fondando la propria valutazione dei fatti, nel merito, sulla base di idonea e congrua motivazione, sorretta da condivise argomentazioni immuni da vizi logici riscontrabili innanzi a questa Corte.

Più specificamente è noto il principio, già più volte affermato e ribadito in sede di giudizi di legittimità, per cui la mera esistenza di una strada o di un percorso non è di per sè sufficiente ad integrare l’elemento dell’apparenza necessario al fine della configurabilità della richiesta declaratoria di intervenuta usucapione della servitù di passaggio (per tutte: Cass. n. 13328/2010).

La stessa valutazione, quanto al preteso asservimento dell’eventuale passaggio al fine della costituzione della invocata servitù, svolta – in punto di fatto – dalla Corte distrettuale appare immune da vizi logici specie allorchè si esclude che “sulla base delle risultanze oggettive risulti lo stato di asservimento, nel senso che non emerge con certezza che la strada, jure proprietatis nel primo tratto e jure servitutis nel secondo, fosse utilizzata al preciso fine di dare accesso al cortile Per lo specifico contenuto della servitù invocata”.

I tre motivi riuniti devono, pertanto, essere respinti.

6.- Con il quinto motivo si deduce vizio di violazione dell’art. 91 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3.

L motivo deve ritenersi assorbito per effetto del rigetto dei precedenti motivi di cui innanzi.

7.- Alla stregua di quanto innanzi esposto, affermato e ritenuto il ricorso va rigettato.

8.- le spese seguono la soccombenza e si determinano come in dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento in favore delle parti contro – ricorrenti delle spese del giudizio, determinate in Euro 4.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali nella misura del 15% ed accessori come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 24 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 14 ottobre 2016

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