Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20815 del 30/09/2020

Cassazione civile sez. VI, 30/09/2020, (ud. 09/07/2020, dep. 30/09/2020), n.20815

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRECO Antonio – Presidente –

Dott. ESPOSITO Antonio Francesco – Consigliere –

Dott. CROLLA Cosmo – Consigliere –

Dott. LUCIOTTI Lucio – rel. Consigliere –

Dott. RUSSO Rita – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 2901/2019 R.G. proposto da:

CINEMA TEATRO ARISTON s.p.a., in liquidazione, in persona del

liquidatore, D.B.F., rappresentata e difesa, per

procura speciale a margine del ricorso, degli avv.ti Angelo CIMA e

Pietro COLUCCI, presso il cui studio legale, sito in Campopbasso,

alla trav. via Zurlo, n. 8, è elettivamente domiciliata;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, C.F. (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, rappresentata e difesa dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO

STATO, presso la quale è domiciliata in Roma, alla via dei

Portoghesi n. 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 551/01/2018 della Commissione tributaria

regionale del MOLISE, depositata il 20/08/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 09/07/2020 dal Consigliere Lucio LUCIOTTI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. In controversia relativa ad impugnazione di un avviso di accertamento ai fini IRES ed IRAP che l’amministrazione finanziaria aveva emesso ai sensi della L. n. 724 del 1994, art. 30, nei confronti del Cinema Teatro Ariston s.r.l. sulla ritenuta insussistenza sub specie dei presupposti per la disapplicazione della disciplina delle società di comodo, la CTP di Campobasso, accogliendo l’eccezione proposta dalla società ricorrente con memoria contenente motivi aggiuntì, del D.Lgs. n. 546 del 1992, ex art. 24, annullava l’atto impositivo per difetto di sottoscrizione dello stesso, ritenendo il funzionario che a ciò aveva provveduto carente della qualifica dirigenziale.

Con la sentenza in epigrafe indicata la CTR molisana accoglieva l’appello proposto dall’Agenzia delle entrate e confermava l’avviso di accertamento impugnato ritenendo che il funzionario che aveva sottoscritto l’atto fosse legittimamente delegato dal Direttore Provinciale dell’Agenzia delle entrate e, quanto ai profili di merito della controversia, rilevava la tardività della costituzione della società appellata con conseguente decadenza della stessa dalla possibilità di riproporre le questioni sollevate in primo grado ed espressamente dichiarate assorbite dalla CTP di Campobasso.

2. Avverso tale statuizione la società contribuente ricorre per cassazione sulla base di un unico motivo, cui replica l’intimata con controricorso.

3. Sulla proposta avanzata dal relatore ai sensi del novellato art. 380 bis c.p.c., risulta regolarmente costituito il contraddittorio.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il mezzo di cassazione la ricorrente, deducendo la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 23, 54 e 56, e art. 346 c.p.c., censura la sentenza impugnata sostenendo che la CTR, male interpretando le disposizioni censurate, aveva dichiarato la società appellata decaduta dalla possibilità di riproporre le questioni sollevate in primo grado ed espressamente dichiarate assorbite dalla CTP di Campobasso, benchè la stessa si fosse limitata “nel giudizio di gravame a contestare, ribadendo quanto già esposto in primo grado, l’esistenza dei presupposti per l’applicazione della disciplina delle società c.d. “non operative” (L. n. 724 del 1994, art. 30), senza sollevare alcuna eccezione di merito e processuale”.

2. Il motivo è infondato e va rigettato.

3. E’ noto che “Nel processo tributario, il D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 56, nel prevedere che le questioni e le eccezioni non accolte in primo grado, e non specificamente riproposte in appello, si intendono rinunciate, fa riferimento, come il corrispondente art. 346 c.p.c., all’appellato e non all’appellante, principale o incidentale che sia, in quanto l’onere dell’espressa riproposizione riguarda, nonostante l’impiego della generica espressione “non accolte”, non le domande o le eccezioni respinte in primo grado, bensì solo quelle su cui il giudice non abbia espressamente pronunciato (ad esempio, perchè ritenute assorbite), non essendo ipotizzabile, in relazione alle domande o eccezioni espressamente respinte, la terza via – riproposizione/rinuncia – rappresentata dal detto D.Lgs., art. 56, e art. 346 c.p.c., rispetto all’unica alternativa possibile dell’impugnazione – principale o incidentale – o dell’acquiescenza, totale o parziale, con relativa formazione di giudicato interno” (Cass., Sez. 5, Sentenza n. 14534 del 06/06/2018, Rv. 649002; in termini, Cass., Sez. 5, Sentenza n. 7702 del 27/03/2013, Rv. 626218).

3.1. E’, altresì, noto che “Nel processo tributario, l’art. 346 c.p.c., riprodotto, per il giudizio di appello davanti alla commissione tributaria regionale, dal D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 56, per cui le questioni ed eccezioni dell’appellato non accolte dalla sentenza di primo grado e non espressamente riproposte in appello si intendono rinunciate, si applica anche quando il contribuente non si sia costituito in giudizio, restando contumace, e va riferita a qualsiasi questione proposta dal ricorrente, a condizione che sia suscettibile di essere dedotta come autonomo motivo di ricorso o di impugnazione” (Cass., Sez. 5, Sentenza n. 20062 del 24/09/2014, Rv. 632654; conf. alla prima parte della citata pronuncia, Cass., Sez. 5, Sentenza n. 9217 del 18/04/2007, Rv. 597923, nonchè Cass., Sez. 5, Sentenza n. 7316 del 13/05/2003, Rv. 562964; conf. alla seconda parte, Cass., Sez. 5, Sentenza n. 21506 del 20/10/2010, Rv. 614818, nonchè Cass., Sez. 5, Sentenza n. 3653 del 13/03/2001, Rv. 544724, secondo cui “In tema di contenzioso tributario, la disposizione di cui al D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 56, – a mente della quale “le questioni ed eccezioni non accolte nella sentenza della commissione provinciale che non sono specificamente riproposte in appello si intendono rinunciate” – va interpretata nel senso che il termine “questioni”, in essa adottato, non ha un’accezione più ampia di quella contenuta nell’art. 346 c.p.c., il quale si riferisce alle “domande”, e non comprende quindi, per l’effetto, anche le mere argomentazioni giuridiche”).

3.2. Si è quindi precisato che “Nel processo tributario, il D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 56, impone la specifica riproposizione in appello, in modo chiaro ed univoco, sia pure “per relationem”, delle questioni non accolte dalla sentenza di primo grado, siano esse domande o eccezioni, sotto pena di definitiva rinuncia, sicchè non è sufficiente il generico richiamo del complessivo contenuto degli atti della precedente fase processuale” (Cass., Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 30444 del 19/12/2017, Rv. 646990; conf. Cass., Sez. 5, Sentenza n. 24267 del 27/11/2015, Rv. 637561, nonchè Cass., Sez. 5, Sentenza n. 21506 del 20/10/2010, Rv. 614818) e che tale riproposizione “deve essere espressa, a pena di decadenza, nell’atto di controdeduzioni da depositare nel termine previsto per la costituzione in giudizio, e non può essere manifestata in atti successivi, che esplicano una funzione meramente illustrativa” (Cass., Sez. 5, Sentenza n. 26830 del 18/12/2014, Rv. 634237).

4. Orbene, nel caso di specie la CTR si è correttamente attenuta a tali arresti giurisprudenziali affermando che la società appellata si era costituita tardivamente, oltre il termine di cui al combinato disposto dal D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 23 e 54, sicchè la stessa era decaduta dalla possibilità di riproporre le questioni di merito introdotte con l’originario ricorso ma dichiarate assorbite dal giudice di primo grado, che, pertanto, non potevano essere esaminate se non a seguito di rituale e tempestiva riproposizione nelle controdeduzioni d’appello.

5. A tal riguardo deve osservarsi che l’assunto sostenuto in ricorso dalla società contribuente non è condivisibile per due ordini di motivi.

5.1. Il primo, perchè, se fosse vero che nelle controdeduzioni d’appello non aveva sollevato alcuna eccezione di merito o processuale, allora la ricorrente non può lamentare il mancato esame di alcunchè, con la conseguenza che il motivo sarebbe anche inammissibile per difetto di interesse.

5.2. Il secondo, perchè, se la contribuente nelle controdeduzioni d’appello ha invece contestato “l’esistenza dei presupposti per l’applicazione della disciplina delle società c.d. “non operative” (L. n. 724 del 1994, art. 30)”, come ammesso in ricorso, allora correttamente la CTR ne ha omesso l’esame trattandosi non di mera argomentazione difensiva, ma di una domanda “suscettibile di essere dedotta come autonomo motivo di ricorso” (Cass., n. 20062 del 2014, cit.) che, essendo stata proposta in primo grado (come si desume dalla sentenza impugnata, in cui la CTR, nel riassumere i fatti di causa, riferisce che la contribuente aveva dedotto “l’illegittimità dell’atto impugnato per violazione e falsa applicazione della L. n. 724 del 1994, art. 30”), ma non esaminata e quindi rimasta assorbita, andava riproposta in appello ma tempestivamente.

6. In estrema sintesi, dalle argomentazioni svolte discende il rigetto del ricorso e la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali, liquidate come in dispositivo.

PQM

rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.300,00 per compensi, oltre al rimborso delle spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 9 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 30 settembre 2020

 

 

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