Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20814 del 30/09/2020

Cassazione civile sez. VI, 30/09/2020, (ud. 09/07/2020, dep. 30/09/2020), n.20814

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRECO Antonio – Presidente –

Dott. ESPOSITO Antonio Francesco – Consigliere –

Dott. CROLLA Cosmo – Consigliere –

Dott. LUCIOTTI Lucio – rel. Consigliere –

Dott. RUSSO Rita – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 2017/2019 R.G. proposto da:

REA DALMINE s.p.a., in persona del legale rappresentante pro tempore,

S.M., rappresentata e difesa, per procura speciale in

calce al ricorso, dall’avv. FERRARO Gianfranco, ed elettivamente

domiciliata in Roma, alla via Sabotino, n. 46, presso lo studio

legale dell’avv. D’ANGELO Federica;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, C.F. (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, rappresentata e difesa dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO

STATO, presso la quale è domiciliata in Roma, alla via dei

Portoghesi n. 12;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 2625/25/2018 della Commissione tributaria

regionale della LOMBARDIA, Sezione staccata di BRESCIA, depositata

il 06/06/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 09/07/2010 dal Consigliere Lucio LUCIOTTI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

– in controversia avente ad oggetto il silenzio rifiuto serbato dall’amministrazione finanziaria sull’istanza di rimborso dell’addizionale IRES per il settore energetico versata dalla Rea Dalmine s.p.a. ai sensi del D.L. n. 112 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 133 del 2008 (c.d. “Robin Hood Tax”), art. 81, commi 16, con riferimento all’anno d’imposta 2010, la Rea Dalmine s.p.a. ricorre per cassazione, con due motivi, cui replica l’intimata Agenzia delle entrate con controricorso, avverso la sentenza della CTR in epigrafe indicata che, ritenendo irretroattiva la pronuncia di incostituzionalità della predetta disposizione di cui alla sentenza del Giudice delle leggi n. 10 dell’11/02/2015, aveva rigettato l’appello proposto dalla predetta società contribuente avverso la sfavorevole sentenza di primo grado, sostenendo che non rientrava tra i suoi poteri “quello di non applicare il disposto della Corte Costituzionale in merito agli effetti della propria declaratoria di incostituzionalità della norma in esame”, che la stessa Corte aveva fissato “a decorrere dal giorno successivo alla pubblicazione in gazzetta Ufficiale”;

– sulla proposta avanzata dal relatore ai sensi del novellato art. 380 bis c.p.c., risulta regolarmente costituito il contraddittorio.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo di ricorso la ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 2935 e 2946 c.c., sostenendo che alla data del 12 febbraio 2015, di pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale della sentenza n. 10 del 2015 della Corte costituzionale, non era decorso il termine di prescrizione decennale del diritto al rimborso, in quanto esercitato con istanza del 07 luglio 2015.

2. Il motivo è inammissibile in quanto non coglie la ratio decidendi della sentenza d’appello fondata sulla irretroattività degli effetti della sopra citata sentenza della Corte costituzionale che, nel dichiarare l’illegittimità costituzionale del D.L. 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla L. 6 agosto 2008, n. 133, art. 1, comma 1, art. 81, commi 16, 17 e 18, per violazione degli artt. 3 e 53 Cost., ha espressamente affermato che “Gli effetti della dichiarazione di illegittimità costituzionale decorrono, tuttavia, dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione nella Gazzetta Ufficiale”, ovvero dal 12 febbraio 2015, e quindi, non retroagiscono, e ciò al dichiarato fine “di evitare che l’impatto macroeconomico delle restituzioni dei versamenti tributari connesse alla pronuncia determini uno squilibrio del bilancio dello Stato di entità tale da implicare la necessità di una manovra finanziaria aggiuntiva, anche per non venir meno al rispetto dei parametri cui l’Italia si è obbligata in sede di Unione Europea ed internazionale e, in particolare, delle previsioni annuali e pluriennali indicate nelle leggi di stabilità in cui tale entrata è stata considerata a regime”.

2.1. Da tale pronuncia discende che l’addizionale d’imposta in esame è diventata illegittima, ma l’averla pagata dà diritto a rimborso solo a partire da quella data e non per i periodi antecedenti, in quanto l’illegittimità della legge è stata dichiarata solo per il periodo successivo al 12 febbraio 2015.

2.2. Si è affermato in dottrina che la pronuncia del Giudice delle leggi si colloca nell’ambito di quella categoria dogmatica delle sentenze costituzionali di “illegittimità differita”, (tra cui si annoverano anche le sentenze n. 266 del 1988 e n. 501 del 1988, ma nello stesso senso anche le sentenza n. 124 del 1991 e n. 116 del 1992) con cui la Corte, pur individuando il momento in cui sorge il vulnus costituzionale, sposta in avanti il termine di decorrenza degli effetti, differendo il dies a quo nel dispositivo della decisione.

2.3. Al riguardo la Corte di cassazione nella sentenza n. 14032 del 2016 ha osservato che “E’ consolidato nella giurisprudenza del Giudice delle leggi (si rimanda fra le più recenti a Corte Cost. 11.2.2015 n. 10) l’orientamento secondo cui l’efficacia retroattiva delle pronunce di illegittimità costituzionale costituisce principio generale, limitato solo dalla necessità di non compromettere la certezza dei rapporti giuridici e di evitare che la retroattività della dichiarazione di incostituzionalità possa pregiudicare altri diritti di rilievo costituzionale”, e che è “riservata alla Corte Costituzionale la graduazione degli effetti temporali della dichiarazione di illegittimità, quando questa sia imposta dalla necessità di assicurare una tutela sistemica e non frazionata di tutti i diritti di rilievo costituzionali coinvolti dalla decisione”.

2.4. In senso analogo, più recentemente, si è pronunciata questa Corte nell’ordinanza n. 32716 del 18/12/2018 (Rv. 652171) precisando che “Le pronunce di accoglimento della Corte costituzionale la cui efficacia venga differita, in motivazione, al giorno successivo alla pubblicazione della sentenza non hanno efficacia “ex tunc”, neppure con riferimento ai procedimenti in corso, senza che ciò si ponga in contrasto con la natura incidentale del controllo di legittimità costituzionale, poichè il requisito della rilevanza, in coerenza con la funzione di “filtro” che assolve, opera esclusivamente nei confronti del giudice “a quo” ai fini della prospettabilità della questione, e non anche della Corte “ad quem” quanto agli effetti della decisione sulla medesima”.

Pertanto, “Non ha importanza se la fattispecie tributaria, al momento della decisione della Corte Costituzionale, è ancora “aperta” o meno, è in corso di accertamento oppure no. Poichè tale questione rileverebbe nella ipotesi ordinaria, di efficacia retroattiva della decisione della Corte. Se non vi fosse quella clausola di limitazione temporale, allora la decisione della Corte avrebbe effetti retroattivi che però si fermerebbero davanti al diritto acquisito o alla situazione chiusa, mentre avrebbero effetti su fattispecie ancora aperte”.

3. E’ quindi evidente, alla stregua di quanto fin qui detto, che la questione posta dalla ricorrente nel motivo in esame, con riferimento al termine di prescrizione decennale del diritto al rimborso, è del tutto inconferente rispetto alla statuizione della CTR, in quanto quest’ultima ha rigettato l’appello della società contribuente sulla rilevata irretroattività della più volte citata sentenza della Corte costituzionale.

4. Dalle suesposte argomentazioni discende, altresì, l’infondatezza del secondo motivo di ricorso, con cui la ricorrente ha dedotto la violazione dell’art. 112 c.p.c., per avere la CTR omesso di pronunciare sul motivo di appello con cui era stata censurata la statuizione di primo grado nella parte in cui aveva escluso il diritto al rimborso anche dei versamenti effettuati nell’anno 2011, benchè esercitato nel termine di cui al D.P.R. n. 602 del 1973, art. 38.

4.1. Invero, la CTR ha espressamente dato atto in sentenza del motivo di appello proposto dalla società contribuente e l’ha implicitamente rigettato sulla base dell’irretroattività della sentenza dichiarativa dell’incostituzionalità della norma impositiva, applicabile alle imposte versate in tutti i periodi precedenti alla sua pubblicazione nella Gazzetta ufficiale.

5. Conclusivamente, quindi, il ricorso va rigettato e la società contribuente condannata al pagamento delle spese processuali nella misura liquidata in dispositivo.

PQM

rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 13.000,00 per compensi, oltre al rimborso delle spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 9 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 30 settembre 2020

 

 

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