Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20803 del 05/09/2017

Cassazione civile, sez. VI, 05/09/2017, (ud. 15/05/2017, dep.05/09/2017),  n. 20803

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DOGLIOTTI Massimo – Presidente –

Dott. CAMPANILE Pietro – Consigliere –

Dott. CRISTIANO Magda – rel. Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 18600/2015 proposto da:

S.A., elettivamente domiciliato in ROMA, C.SO D’ITALIA 102,

presso lo studio dell’avvocato GIOVANNI PASQUALE MOSCA,

rappresentato e difeso dall’avvocato GIULIO TARSITANO;

– ricorrente –

contro

I.R., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA PRATI DEGLI

STROZZI 21, presso lo studio dell’avvocato RAFFAELE SCARNATI, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato RENATO VICO;

– controricorrente –

e contro

PG presso la CORTE DI APPELLO DI BRESCIA;

– intimato –

avverso la sentenza n. 492/2015 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA,

depositata il 21/04/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

15/05/2017 dal Consigliere Relatore Dott.ssa MAGDA CRISTIANO.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che:

1) La Corte d’appello di Brescia ha dichiarato inammissibile l’appello proposto da S.A., con atto notificato il 19.2.015, contro la sentenza del Tribunale di Bergamo del 12.12.95 che, dichiarata la contumacia dell’appellante, aveva accolto la domanda di separazione con addebito avanzata nei suoi confronti dalla moglie I.R., ponendo a suo carico l’obbligo di corrispondere all’attrice, quale contributo al mantenimento della stessa e dei due figli minori, la somma complessiva di Lire 1.060.000, anno per anno rivalutabile.

La corte territoriale – premesso che S. affermava di aver appreso solo il 20.1.015 dell’esistenza del processo e della sentenza, allorchè questa gli era stata notificata per la prima volta – ha escluso che ricorresse l’ipotesi contemplata dall’art. 327 c.p.c., comma 2, di nullità della notifica del ricorso per separazione, siccome eseguita ai sensi dell’art. 140 c.p.c., presso la casa coniugale (dalla quale l’allora convenuto si era allontanato senza trasferire la residenza), anzichè con il rito degli irreperibili, rilevando che l’appellante non aveva provato di aver definitivamente abbandonato il domicilio domestico, nel quale – secondo quanto credibilmente riferito da I. all’udienza presidenziale – faceva ritorno di tanto in tanto.

La sentenza è stata impugnata da S.A. con ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi, cui I.R. ha resistito con controricorso.

Le parti hanno ricevuto tempestiva notifica della proposta di definizione e del decreto di cui all’art. 380 bis c.p.c..

S. ha depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che:

2) Con il primo motivo il ricorrente lamenta che la corte territoriale abbia ritenuto valida la notificazione del ricorso per separazione eseguita ai sensi dell’art. 140 c.p.c., nonostante la stessa ricorrente avesse asserito nell’atto (con dichiarazione di valenza confessoria, peraltro confermata dai testi escussi nel corso del processo) che egli si era reso irreperibile a partire dall’ottobre nel ‘91, allorchè, a seguito di un’ingiustificata scenata di gelosia, si era allontanato dal domicilio coniugale senza più farvi ritorno, lasciando la famiglia – composta anche da due figli minori, uno dei quali gravemente malato – priva di mezzi di sussistenza.

2.1) Col secondo, sostiene che non era suo onere di provare di aver definitivamente abbandonato la casa coniugale, tanto più che la circostanza doveva ritenersi pacifica alla luce di quanto dichiarato dalla moglie nel ricorso.

2.3) Con il terzo, deduce che la notifica non avrebbe, in ogni caso, potuto ritenersi valida in quanto nel fascicolo di primo grado difettava l’originale della relazione di notificazione.

2.4) Con il quarto, denuncia, infine, il vizio di omessa pronuncia della sentenza in ordine all’eccepita violazione dell’art. 709 c.p.c., mancando ogni prova che gli fosse stata notificata l’ordinanza presidenziale di fissazione dell’udienza di comparizione dinanzi al G.I..

3) I motivi, che possono essere congiuntamente esaminati, sono manifestamente infondati, pur dovendosi parzialmente correggere, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., la motivazione in base alla quale, conformemente a diritto, la corte del merito ha dichiarato inammissibile l’impugnazione.

Secondo quanto emerge dalla lettura della sentenza impugnata (oltre che dalla narrativa in fatto del ricorso per cassazione: pag. 3, righi 18 e 19) S. nell’atto di appello si è limitato ad eccepire la nullità della notificazione del ricorso introduttivo del giudizio, in quanto eseguita ai sensi dell’art. 140 c.p.c., anzichè col rito degli irreperibili. Non risulta, per contro, che l’allora appellante abbia espressamente e specificamente eccepito l’inesistenza della notificazione: pertanto, non essendo in discussione che la notifica fosse stata eseguita, era del tutto irrilevante che nel fascicolo del processo di primo grado (recuperato dopo circa 20 anni) non fosse più presente la copia notificata dell’atto (peraltro sicuramente inseritavi all’epoca della trattazione della causa, atteso che il tribunale, per poter dichiarare la contumacia del convenuto, doveva averla necessariamente esaminata).

Ciò premesso, va rilevato che, secondo la giurisprudenza costante e consolidata di questa Corte, ai fini dell’ammissibilità dell’impugnazione tardiva, nell’ipotesi in cui ricorra la nullità della notificazione dell’atto introduttivo del giudizio, che fonda una presunzione “iuris tantum” di conoscenza del processo da parte dell’impugnante, grava su quest’ultimo l’onere di dimostrare non solo la causa di tale nullità, ma anche di non aver avuto conoscenza del processo in conseguenza di quel vizio (fra molte, Cass. nn. 19547/015, 20307/012, 2817/09).

Ne consegue che, a prescindere dall’accertamento concernente il mancato assolvimento dell’onere gravante sull’appellante di provare la dedotta nullità, la corte del merito si sarebbe dovuta arrestare al rilievo, dirimente, che S. non aveva nè allegato, nè, tantomeno, fornito la prova di non aver avuto conoscenza del processo e della sentenza prima del gennaio del 2015.

Quanto alla mancata notificazione dell’ordinanza presidenziale, è sufficiente rilevare che tale vizio procedimentale, quand’anche sussistente, non avrebbe potuto essere fatto valere che con l’appello: l’esame della relativa questione era dunque precluso dall’inammissibilità del gravame.

Il ricorso va, in conclusione, integralmente respinto.

Le spese del giudizio seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali, che liquida in Euro 10.100, di cui Euro 100 per esborsi, oltre rimborso forfetario e accessori di legge.

Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omessi i nomi delle parti e degli altri soggetti in esso menzionati.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

Così deciso in Roma, il 15 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 5 settembre 2017

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