Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20763 del 30/09/2020

Cassazione civile sez. III, 30/09/2020, (ud. 04/03/2020, dep. 30/09/2020), n.20763

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. DI FLORIO Antonella – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 27964/2019 proposto da:

O.F., domiciliato ex lege in ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA

CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato MICHELE

CAROTTA;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende;

– resistente –

avverso la sentenza n. 2078/2019 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 21/05/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

04/03/2020 dal Consigliere Dott. ANTONELLA PELLECCHIA.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. O.F., cittadino (OMISSIS), chiese alla competente commissione territoriale il riconoscimento della protezione internazionale, di cui al D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 4:

(a) in via principale, il riconoscimento dello status di rifugiato, D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex artt. 7 e segg.;

(b) in via subordinata, il riconoscimento della “protezione sussidiaria” di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14;

(c) in via ulteriormente subordinata, la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, ex art. 5, comma 6 (nel testo applicabile ratione temporis).

2. A fondamento della sua istanza dedusse di essere fuggito dalla Nigeria per sottrarsi al rischio di “persecuzioni da parte di una setta di cui aveva scoperto l’esistenza quando frequentava l’università”.

3. La Commissione Territoriale rigettò l’istanza. Avverso tale provvedimento O.F. propose opposizione ex art. 702 bis c.p.c., dinanzi al Tribunale di Venezia che, con ordinanza del 22 marzo 2018, comunicata il 18 giugno 2018, rigettò il reclamo.

Il Tribunale ha ritenuto:

a) il richiedente asilo non credibile;

b) infondata la domanda di protezione internazionale perchè il richiedente asilo non aveva dedotto a sostegno di essa alcun fatto di persecuzione;

c) infondata la domanda di protezione sussidiaria perchè nella regione di provenienza del richiedente asilo non era in atto un conflitto armato;

d) infondata la domanda di protezione umanitaria poichè l’istante non aveva nè allegato, nè provato, alcuna circostanza di fatto, diversa da quelle poste a fondamento delle domande di protezione “maggiore” (e ritenute inveritiere), di per sè dimostrativa d’una situazione di vulnerabilità.

3.1. Tale pronuncia è stata confermata dalla Corte di Appello di Venezia con sentenza n. 2078 del 21 maggio 2019.

4. La sentenza è stata impugnata per cassazione da O.F. con ricorso fondato su un motivo. Il Ministero dell’Interno non si è difeso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

5. Con l’unico motivo di ricorso il ricorrente lamenta ex art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, che il giudice del merito avrebbe violato l’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 e art. 118 disp. att. c.p.c. – nullità della sentenza per motivazione apparente/inesistente e nullità del procedimento il tutto in relazione all’art. 115 c.p.c. e D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, comma 1 e art. 14 e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8: per avere il tribunale omesso di applicare l’art. 14, lett. B) e C) in violazione dei criteri legali di valutazione degli elementi di prova con riferimento alla credibilità intrinseca del ricorrente”. La Corte d’Appello avrebbe errato perchè argomentando sulla ritenuta non credibilità del ricorrente ha ritenuto precluso l’esame della richiesta di riconoscimento dello status di rifugiato non sussistendo alcun fondato timore di persecuzione nel paese d’origine per cause legate alla razza, la religione, la nazionalità, l’appartenenza ad un gruppo sociale ovvero per le opinioni politiche professate. Per lo stesso motivo ha, inoltre, escluso la protezione sussidiaria non avendo il ricorrente prospettato alcun effettivo rischio in tal senso, ed avendo altresì escluso l’esistenza di una situazione di conflitto armato generalizzato.

Il motivo è infondato nel merito, anche se la motivazione deve essere corretta, pur predicandosi con essa, in astratto, un corretto principio di diritto.

Il giudice del merito ha ritenuto, con motivazione che risponde, in parte qua, al requisito del cd. “minimo costituzionale”, insussistenti i presupposti per il riconoscimento di tale forma di protezione maggiore.

Il dovere c.d. “di cooperazione istruttoria”, infatti, nelle due forme di protezione cd. “maggiori”, non sorge ipso facto sol perchè il giudice di merito sia stato investito da una domanda di protezione internazionale, ma si colloca in stretta connessione logica rispetto alla circostanza che il richiedente sia stato in grado di fornire una versione dei fatti quanto meno coerente e plausibile.

Certamente la valutazione della credibilità soggettiva del richiedente asilo non può essere legata alla mera presenza di riscontri obiettivi di quanto da lui narrato, poichè incombe al giudice, nell’esercizio del detto potere-dovere di cooperazione istruttoria, l’obbligo di attivare i propri poteri officiosi al fine di acquisire una completa ed attuale conoscenza della complessiva situazione dello Stato di provenienza, onde accertare la fondatezza e l’attualità del timore di danno grave dedotto (Sez. 6, 25/07/2018, n. 19716).

Il giudice deve, pertanto, prendere le mosse da una versione precisa e credibile, se pur sfornita di prova, perchè non reperibile o non esigibile, della personale esposizione a rischio grave alla persona o alla vita: tale premessa è funzionale, in astratto, all’attivazione officiosa del dovere di cooperazione volta all’accertamento della situazione del Paese di origine del richiedente asilo; ma non appare conforme a diritto l’affermazione secondo cui le dichiarazioni del richiedente che siano intrinsecamente inattendibili, alla stregua degli indicatori di credibilità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, non richiedono poi, in alcun caso, un approfondimento istruttorio officioso (in tal senso, invece, ma non condivisibilmente, tra le altre, Cass. Sez. 6, 27/06/2018, n. 16925; Sez. 6, 10/4/2015 n. 7333; Sez. 6, 1/3/2013 n. 5224).

Il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, stabilisce che anche in difetto di prova, la veridicità delle dichiarazioni del richiedente deve essere valutata alla stregua dei seguenti indicatori: a) il compimento di ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda; b) la sottoposizione di tutti gli elementi pertinenti in suo possesso e di una idonea motivazione dell’eventuale mancanza di altri elementi significativi; c) le dichiarazioni del richiedente debbono essere coerenti e plausibili e non essere in contraddizione con le informazioni generali e specifiche pertinenti al suo caso, di cui si dispone; d) la domanda di protezione internazionale deve essere presentata il prima possibile, a meno che il richiedente non dimostri un giustificato motivo per averla ritardata; e) la generale attendibilità del richiedente, alla luce dei riscontri effettuati.

Il contenuto dei parametri sub c) ed e), sopra indicati, evidenzia che il giudizio di veridicità delle dichiarazioni del richiedente deve essere integrato dall’assunzione delle informazioni relative alla condizione generale del paese, quando il complessivo quadro assertivo e probatorio fornito non sia esauriente, ma la relativa subordinazione, tout court, al giudizio di veridicità della narrazione alla stregua degli altri indici (di genuinità intrinseca: Sez. 6, 24/9/2012, n. 16202 del 2012; Sez. 6, 10/5/2011, n. 10202) non appare legittimamente predicabile.

Il principio secondo il quale le dichiarazioni del richiedente giudicate inattendibili non richiedano, comunque, un approfondimento istruttorio officioso va, difatti, opportunamente precisato e circoscritto, nel senso che ciò vale per il racconto che concerne la vicenda personale del richiedente ai fini dell’accertamento dei presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato, ovvero dell’accertamento dei presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b), qualora la mancanza di tali presupposti emerga ex actis. Quindi, il dovere del giudice di cooperazione istruttoria, una volta assolto da parte del richiedente la protezione il proprio onere di allegazione, sussiste sempre, anche in presenza di una narrazione dei fatti attinenti alla vicenda personale inattendibile e comunque non credibile, in relazione alla fattispecie contemplata dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), (in tal senso, di recente Cass. 2954/2020; Cass. 3016/2019).

Nella specie risulta tuttavia accertato che, nella regione di provenienza dell’odierno ricorrente, non sussiste una situazione di violenza indiscriminata derivante da conflitto armato.

Sotto il profilo della credibilità intrinseca della narrazione, nel caso di specie il giudice del merito ha affermato che il ricorrente “neppure in sede di interrogatorio è riuscito a chiarire la vicenda narrata e a superare le criticità evidenziate dalla commissione nel provvedimento impugnato sebbene abbia specificato il nome della setta, taciuta in commissione, e abbia precisato di aver capito che le persone che hanno fatto irruzione nella sua casa erano membri della setta in quanto cercavano espressamente ricorrente. Invero, non vi sono altri elementi che consentono di ricondurre l’accaduto alla setta piuttosto che a delinquenti comuni. Poco credibile si ritiene essere anche quanto riferito in ordine al coinvolgimento delle autorità. Dapprima, infatti, il ricorrente ha riferito di aver lasciato immediatamente il paese senza rivolgersi alla polizia temendo le minacce di morte dei membri della setta e preferendo quindi fuggire senza indugio, poi, in sede di interrogatorio, ha rilevato di essere andato lui stesso assieme alla sua fidanzata dalla polizia per denunciare la morte della sorella, giustificando tale incongruenze con le paure di riferire le circostanze alla commissione”.

6. Non è luogo a provvedere sulle spese del presente giudizio, attesa la indefensio della parte pubblica.

6.1. Il rigetto del ricorso costituisce il presupposto, del quale si dà atto con la presente sentenza, per il pagamento a carico della parte ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17), a condizione che esso sia dovuto: condizione che non spetta a questa Corte stabilire. La suddetta norma, infatti, impone all’organo giudicante il compito unicamente di rilevare dal punto di vista oggettivo che l’impugnazione ha avuto un esito infruttuoso per chi l’ha proposta.

PQM

la Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso principale, a norma del citato art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 4 marzo 2020.

Depositato in Cancelleria il 30 settembre 2020

 

 

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