Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20758 del 01/08/2019

Cassazione civile sez. trib., 01/08/2019, (ud. 19/06/2019, dep. 01/08/2019), n.20758

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHINDEMI Domenico – Presidente –

Dott. DE MASI Oronzo – Consigliere –

Dott. ZOSO Liana Maria Teresa – rel. Consigliere –

Dott. PAOLITTO Liberato – Consigliere –

Dott. CAPRIOLI Maura – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1900-2017 proposto da:

CONSER SRL, domiciliato in ROMA P.ZZA CAVOUR presso la cancelleria

della CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’Avvocato

RENATO TORRISI;

– ricorrente –

contro

COMUNE DI ACICASTELLO, elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI

GRACCHI 187, presso lo studio 2019 dell’avvocato MARCELLO MAGNANO DI

SAN LIO, rappresentato e difeso dall’avvocato GIOVANNA MIANO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1954/2016 della COMM.TRIB.REC.SEZ.DIST. di

CATANIA, depositata il 19/05/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

19/06/2019 dal Consigliere Dott. ZOSO LIANA MARIA TERESA.

Fatto

RITENUTO

CHE:

1. Con. Ser. s.p.a. proponeva ricorso avverso la cartella di pagamento relativa alla Tarsu per l’anno 2007. La commissione tributaria provinciale di Catania accoglieva il ricorso. Proposto appello da parte del Comune di Aci Castello, la commissione tributaria regionale della Sicilia, sezione staccata di Catania, lo accoglieva sul rilievo che l’iscrizione a ruolo era legittima poichè conforme dal D.Lgs. n. 507 del 1993, artt. 65 e 68 in quanto l’immobile della società era una struttura alberghiera che poteva non essere inclusa nella categoria comprendente gli immobili adibiti ad uso abitativo.

2. Avverso la sentenza della CTR propone ricorso per cassazione la contribuente affidato due motivi. Il Comune di Aci Castello si è costituito in giudizio con controricorso illustrato con memoria.

CONSIDERATO CHE

1. Con il primo motivo la ricorrente deduce violazione di legge, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 in relazione all’art. 132 c.p.c. n. 4. Sostiene che la motivazione della sentenza impugnata è apodittica poichè non da conto degli elementi alla base della decisione.

2. Con il secondo motivo deduce violazione di legge, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 in relazione al D.Lgs. n. 507 del 1993, artt. 65 e 68. Sostiene che la tassazione dell’immobile adibito ad attività alberghiere deve tener conto della diversa utilizzazione degli spazi interni sicchè i locali adibiti a camere devono essere tassati in misura uguale alle civili abitazioni.

3. Osserva la Corte che il primo motivo di ricorso è infondato. Questa Corte ha già affermato il principio secondo cui la riforma del 2012 ha l’effetto di limitare la rilevanza del vizio di motivazione, quale oggetto del sindacato di legittimità, alle fattispecie nelle quali esso si converte in violazione di legge; e ciò accade solo quando il vizio di motivazione sia così radicale da comportare, con riferimento a quanto previsto dall’art. 132 c.p.c., n. 4, la nullità della sentenza per “mancanza della motivazione”. Ed è stato precisato che tale “mancanza” si configura quando la motivazione manchi del tutto – nel senso che alla premessa dell’oggetto del decidere risultante dallo svolgimento del processo segue l’enunciazione della decisione senza alcuna argomentazione ovvero… essa formalmente esista come parte del documento, ma le sue argomentazioni siano svolte in modo talmente contraddittorio da non permettere di individuarla, cioè di riconoscerla come giustificazione del decisum (Cass. n. 20112 del 18/09/2009). Nel caso che occupa la CTR ha dato conto delle ragioni del proprio convincimento, avendo affermato che l’iscrizione a ruolo era legittima poichè conforme al D.Lgs. n. 507 del 1993, artt. 65 e 68 in quanto l’immobile della società era una struttura alberghiera che poteva non essere inclusa nella categoria comprendente gli immobili adibiti ad uso abitativo.

4. Il secondo motivo è parimenti infondato. Come già osservato da questa Corte, in tema di tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (TARSU), è legittima la delibera comunale di approvazione del regolamento e delle relative tariffe, in cui la categoria degli esercizi alberghieri venga distinta da quella delle civili abitazioni, ed assoggettata ad una tariffa notevolmente superiore a quella applicabile a queste ultime: la maggiore capacità produttiva di un esercizio alberghiero rispetto ad una civile abitazione costituisce, infatti, un dato di comune esperienza, emergente da un esame comparato dei regolamenti comunali in materia, ed assunto quale criterio di classificazione e valutazione quantitativa della tariffa anche dal D.Lgs. n. 22 del 1997; i rapporti tra le tariffe, indicati dal D.Lgs. n. 507 del 1993, art. 69, comma 2, tra gli elementi di riscontro della legittimità della delibera, non vanno d’altronde riferiti alla differenza tra le tariffe applicate a ciascuna categoria classificata, ma alla relazione tra le tariffe ed i costi del servizio discriminati in base alla loro classificazione economica (Cass. n. 16175 del 03/08/2016; Cass. n. 8308 del 04/04/2018). Ne consegue che non può essere assunta quale causa dell’illegittimità della tariffa il fatto che non sia operata distinzione alcuna fra le varie parti che compongono l’immobile adibito ad attività alberghiera, trattandosi di classificazione economica unitaria.

Il ricorso va, dunque, rigettato e le spese processuali, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza. Poichè il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è respinto, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto al testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione integralmente rigettata.

PQM

La corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente a rifondere al Comune di Aci Castello le spese processuali che liquida in Euro 7.000,00, oltre al rimborso delle spese forfettarie nella misura del 15% ed oltre agli accessori di legge. Ai sensi delD.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 19 giugno 2019.

Depositato in Cancelleria il 1 agosto 2019

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