Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20734 del 04/9/2017

Cassazione civile, sez. lav., 04/09/2017, (ud. 27/04/2017, dep.04/09/2017),  n. 20734

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NOBILE Vittorio – Presidente –

Dott. CURZIO Pietro – Consigliere –

Dott. MANNA Antonio – Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Lucia – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26310-2011 proposto da:

POSTE ITALIANE S.P.A. C.F. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE

MAZZINI 134, presso lo studio dell’avvocato FIORILLO LUIGI,

rappresentata e difesa dall’avvocato GRANOZZI GAETANO, giusta delega

in atti;

– ricorrente –

contro

A.A.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 938/2010 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,

depositata il 03/11/2010 R.G.N. 1218/2006.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

Rilevato che la Corte d’Appello di Catania, con sentenza del 28 ottobre 2010, confermò la sentenza del giudice di primo grado che aveva dichiarato la nullità del termine apposto al contratto di lavoro stipulato tra A.A. e Poste Italiane S.p.A. per il periodo 8/10/2002 31/12/2002, dichiarando la sussistenza tra le parti di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato;

che la Corte territoriale, disattesa la censura attinente alla risoluzione del rapporto per mutuo consenso, fondò la decisione sulla mancata dimostrazione del nesso causale tra l’assunzione e le esigenze dell’ufficio rappresentate nella clausola appositiva del termine, motivata per “sostenere il livello di servizio della sportelleria durante la fase di realizzazione dei processi di mobilità, tuttora in fase di completamento, di cui agli accordi del 17, 18 e 23 ottobre, 11 dicembre 2001”;

che avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione Poste Italiane S.p.A. sulla base di nove motivi, illustrato mediante memorie;

che la A. non ha svolto attività difensiva.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che con il primo motivo di ricorso viene dedotta violazione dell’art. 1372 c.c., comma 1, artt. 1175,1375 e 2697 c.c. (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), rilevando che il giudice del gravame aveva rigettato l’eccezione di definitivo scioglimento del rapporto per tacito mutuo consenso dei contraenti, senza valorizzare la prolungata inerzia tenuta dal lavoratore, protrattasi per circa due anni, a fronte della quale quest’ultimo avrebbe dovuto provare il permanere di un suo interesse alla instaurazione dei rapporto;

che la censura è infondata alla luce del principio, più volte affermato da questa Corte e in questa sede ribadito, in forza del quale “nel giudizio instaurato ai fini del riconoscimento della sussistenza di un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato, sul presupposto dell’illegittima apposizione al contratto di un termine finale ormai scaduto, affinchè possa configurarsi una risoluzione del rapporto per mutuo consenso, è necessario che sia accertata – sulla base del lasso di tempo trascorso dopo la conclusione dell’ultimo contratto a termine, nonchè del comportamento tenuto dalle parti e di eventuali circostanze significative – una chiara e certa comune volontà delle parti medesime di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo” (Cass. Sez. 01/07/2015 n. 13535), principio al quale si è uniformata la Corte territoriale nel ritenere irrilevante al tal fine l’inerzia del lavoratore protrattasi per oltre due anni avuto riguardo all’atto di messa in mora e il reperimento di altra occupazione a tempo determinato, gravando sul datore di lavoro, che eccepisca tale risoluzione, “l’onere di provare le circostanze dalle quali possa ricavarsi la volontà chiara e certa delle parti di volere porre definitivamente fine ad ogni rapporto di lavoro” (v. per tutte Cass. 4/08/2011, n. 16932);

che con il secondo motivo di ricorso è stata dedotta violazione e falsa applicazione degli artt. 112 e 414 c.p.c., ex art. 360 c.p.c., n. 3, osservando che il ricorrente non aveva contestato, nè con riferimento all’azienda nel suo complesso, nè con riferimento all’ufficio presso cui aveva reso servizio, l’effettività dell’esigenza tecnico organizzativa;

che con il terzo motivo la ricorrente ha dedotto, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia, non avendo i giudici d’appello esplicitato il processo logico argomentativo che li aveva indotti a ritenere che le generiche le deduzioni di parte ricorrente fossero equivalenti a una specifica contestazione della effettività delle concrete esigenze tecnico organizzative indicate in contratto quali ragioni giustificative dell’apposizione del termine;

che le censure, da trattare congiuntamente per l’intima connessione, sono infondate, poichè smentite dallo stesso tenore dell’atto introduttivo riportato in ricorso, nel quale si evidenzia, al contrario, la genericità delle esigenze rappresentate, legate a un imprecisato “piano di mobilità”;

che con il quarto motivo la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 4, comma 2, e dell’art. 2697 c.c., osservando che sul datore di lavoro grava esclusivamente l’onere di provare non già la sussistenza delle ragioni legittimanti la stipula ex novo di un contratto a tempo determinato, ma solo quelle che eventualmente legittimano la proroga dello stesso e rilevando che, in ogni caso, la società, sebbene non onerata, aveva dato prova delle esigenze organizzative a monte dell’assunzione a tempo determinato, prova scaturente dall’esame degli stessi accordi;

che la censura è priva di fondamento, in ragione della perdurante vigenza, in materia d’assunzione a termine dei lavoratori subordinati, del principio di cui alla L. n. 230 del 1962, art. 3, in forza del quale l’onere della prova sulle condizioni che giustificano l’apposizione del termine al contratto di lavoro è posto a carico del datore di lavoro (cfr. Cass. 28/06/2011, n. 14284); inoltre non coglie la ratio decidendi, costituita dalla mancata prova del nesso causale tra l’assunzione e le esigenze dell’ufficio rappresentate nella clausola appositiva del termine;

che la ricorrente deduce, ancora, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 6 settembre 2001, n. 368, art. 1,artt. 115 e 116 c.p.c., rilevando che erroneamente la Corte aveva ristretto l’ampiezza della previsione di cui al D.Lgs. 6 settembre 2001, n. 368, art. 1, limitando la prova delle “ragioni di carattere tecnico, organizzativo o sostitutivo” a quelle situazioni riguardanti un singolo ufficio o unità produttiva;

che con la sesta doglianza la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., art. 244 c.p.c., art. 253 c.p.c., art. 421 c.p.c., comma 2, ex art. 360 c.p.c., n. 3, rilevando che la prova orale articolata da Poste Italiane s.p.a., con particolare riferimento al capitolo n. 32, la cui richiesta di ammissione era stata reiterata in appello, era da ritenere ammissibile e rilevante perchè idonea a fornire adeguata dimostrazione delle esigenze concrete sottese all’assunzione;

che le ultime due censure, da trattare congiuntamente, sono infondate, poichè la Corte correttamente ha ritenuto inidonea la dimostrazione della sola esistenza della fase attuativa della procedura di mobilità ai fini della dimostrazione dell’effettivo concreto nesso causale con l’assunzione della lavoratrice, necessariamente riferibile alla situazione in cui ella localmente operava;

che con il settimo (erroneamente determinato “VIII”) la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 5, dell’art. 12 disp. legge in generale, dell’art. 1362 ss. c.c., e dell’art. 1419c.c., ex art. 360 c.p.c., n. 3, di cui all’art. 1419 c.c., comma 1, in relazione al D.Lgs. 6 settembre 2001, n. 368, art. 1,rilevando che la Corte non aveva ritenuto la nullità dell’intero contratto in conseguenza dell’applicazione dell’art. 1419 c.c., in ragione dell’essenzialità della clausola appositiva del termine e dell’assenza di una norma imperativa idonea a sostituirla;

che il motivo è destituito di fondamento alla luce della giurisprudenza di questa Corte di legittimità (cfr., tra le altre, Cass. 27 febbraio 2015 n. 3994), che in questa sede si riafferma, secondo cui il D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, anche anteriormente alla modifica introdotta dalla L. n. 247 del 2007, art. 39, ha confermato il principio generale secondo cui il rapporto di lavoro subordinato è normalmente a tempo indeterminato, costituendo l’apposizione del termine un’ipotesi derogatoria, pur nel sistema, del tutto nuovo, della previsione di una clausola generale legittimante l’apposizione del termine “per ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo”. Pertanto, in caso di insussistenza delle ragioni giustificative del termine e pur in assenza di una norma che sanzioni espressamente la mancanza delle dette ragioni, in base ai principi generali in materia di nullità parziale del contratto e di eterointegrazione della disciplina contrattuale, nonchè alla stregua dell’interpretazione dello stesso art. 1 citato nel quadro delineato dalla direttiva comunitaria 1999/70/CE (recepita con il richiamato decreto) e nel sistema generale dei profili sanzionatori nel rapporto di lavoro subordinato, tracciato da Corte cost. n. 210/92 e n. 283/05, all’illegittimità del termine e alla nullità della clausola di apposizione dello stesso consegue l’invalidità parziale relativa alla sola clausola e l’instaurarsi di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato;

con l’VIII (così correttamente determinato) motivo la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 1206,1207,1217,1219,2094,2099 e 2697 c.c., nonchè del L. n. 300 del 1970, art. 18, ex art. 360 c.p.c., n. 3, rilevando che il lavoratore avrebbe diritto a titolo risarcitorio alle retribuzioni solo dal momento dell’effettiva ripresa del servizio;

che con il IX motivo la ricorrente, infine, in via subordinata, invoca l’applicazione dello ius superveniens costituito dalla disposizione che ha introdotto nell’ordinamento nuove regole che disciplinano la determinazione del risarcimento del danno connesso alla conversione del contratto a termine illegittimo (L. n. 183 del 2010, art. 32).

che gli ultimi due motivi del ricorso trattati congiuntamente attinenti entrambi alle conseguenze economiche e della declaratoria di illegittimità del termine, sono fondati in ragione e nei limiti della previsione contenuta nella L. 4 novembre 2010, n. 183, art. 32, comma 5, e del suo carattere retroattivo, ai sensi del comma 7, ancorchè trattasi di norma emanata dopo la sentenza d’appello (si veda Cass. Sez. U. del 27/10/2016 n. 21691: “In tema di ricorso per cassazione, la censura ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, può concernere anche la violazione di disposizioni emanate dopo la pubblicazione della sentenza impugnata, ove retroattive e, quindi, applicabili al rapporto dedotto, atteso che non richiede necessariamente un errore, avendo ad oggetto il giudizio di legittimità non l’operato del giudice, ma la conformità della decisione adottata all’ordinamento giuridico”);

che, pertanto, la sentenza va cassata limitatamente al suddetti motivi così accolti, con rinvio, anche per le spese, alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione, che dovrà limitarsi a quantificare l’indennità spettante all’odierna parte ricorrente ex art. 32 cit. per il periodo compreso tra la scadenza del termine e la pronuncia del provvedimento con il quale il giudice ha ordinato la ricostituzione del rapporto di lavoro (cfr., per tutte, Cass. 10/07/2015 n. 14461), con interessi e rivalutazione su detta indennità da calcolarsi a decorrere dalla data della pronuncia giudiziaria dichiarativa della illegittimità della clausola appositiva del termine al contratto di lavoro subordinato (cfr., per tutte, Cass. 17/02/2016 n. 3062).

PQM

 

La Corte accoglie gli ultimi due motivi, rigetta gli altri. Cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia” anche per le spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Messina.

Così deciso in Roma, il 27 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 4 settembre 2017

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