Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20732 del 01/08/2019

Cassazione civile sez. trib., 01/08/2019, (ud. 10/05/2018, dep. 01/08/2019), n.20732

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. TINARELLI FUOCHI Giuseppe – Consigliere –

Dott. CATALOZZI Paolo – Consigliere –

Dott. TRISCARI Giancarlo – rel. Consigliere –

Dott. PUTATURO DONATI VISCIDO Maria Giulia – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 13551 del ruolo generale dell’anno 2011

proposto da:

Agenzia delle entrate, in persona del direttore generale pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura generale dello Stato, presso

i cui Uffici in Roma, via dei Portoghesi n. 12, è domiciliata;

– ricorrente –

contro

Studio Ferrante s.r.l., in persona del legale rappresentante,

rappresentata e difesa, per procura in calce al controricorso,

dall’Avv. Tamburini Michele, elettivamente domiciliato in Roma,

Piazza Venezia, n. 11, presso lo studio Curtis, Mallet-Prevost, Colt

& Mosle LLP;

– controricorrente –

per la cassazione della sentenza della Commissione Tributaria

Regionale della Lombardia, n. 32/35/2010, depositata in data 31

marzo 2010;

udita la relazione svolta nella camera di consiglio del giorno 10

maggio 2018 dal Consigliere Triscari Giancarlo;

Fatto

RILEVATO

Che:

l’Agenzia delle entrate ricorre con tre motivi per la cassazione della sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, in epigrafe, con la quale è stato rigettato l’appello da essa proposto avverso la sentenza della Commissione tributaria provinciale di Milano che aveva parzialmente accolto il ricorso proposto dalla società contribuente;

il giudice di appello ha premesso, in punto di fatto, che: la società contribuente aveva proposto ricorso avverso la cartella di pagamento, relativamente agli anni di imposta 2002 e 2003, emessa a seguito di liquidazione ai sensi del D.P.R. n. 29 settembre 1973, n. 600, art. 36-bis del e del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 54-bis, per un importo di Euro 257.051,61; la Commissione tributaria provinciale di Milano aveva parzialmente accolto il ricorso, determinando il debito di imposta in Euro 59.281,00, oltre sanzioni ed interessi; avverso la suddetta pronuncia aveva proposto appello l’ufficio finanziario, nel contraddittorio con la contribuente; in particolare, l’ufficio finanziario, con il suddetto atto di appello, aveva precisato di avere provveduto ad effettuare lo sgravio, rispetto all’originario importo di Euro 257.051,61, relativamente agli importi per i quali, negli anni di imposta in esame, aveva verificato gli avvenuti versamenti, nonchè, per l’anno di imposta 2002, dell’importo di Euro 68.011,17 per Irap, Irpeg e Iva, ad eccezione dell’importo di Euro 70.700,00 riguardante l’Irpeg anno 2001, per il quale la società contribuente aveva omesso di presentare la dichiarazione dei redditi; la contribuente, costituendosi, aveva eccepito l’inammissibilità dell’appello nonchè la propria buona fede, atteso che l’omessa presentazione della dichiarazione dei redditi per l’anno 2001 era da ricondurre non a fatto proprio, ma al comportamento omissivo dell’intermediario alla trasmissione e che, comunque, in essa era stato esposto il credito di Euro 70.700,00 che l’ufficio non riteneva di dovere riconoscere;

la Commissione tributaria regionale ha rigettato l’appello dell’ufficio ritenendo che: trattandosi di un disconoscimento di un credito Irpeg per il quale era stata omessa la dichiarazione relativa all’anno precedente, non poteva procedersi secondo quanto previsto dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36-bis, essendo necessario il previo invio dell’avviso bonario; in ogni caso, sussisteva la buona fede della contribuente, atteso che l’omessa dichiarazione era imputabile all’intermediario incaricato della trasmissione;

avverso la suddetta pronuncia ha proposto ricorso l’Agenzia delle entrate affidato a tre motivi di censura;

si è costituita con controricorso la società.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

con il primo motivo di ricorso si censura la sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4), per violazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione all’art. 324 c.p.c. e in combinato disposto con il D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 1, comma 2, art. 50 nonchè con art. 54, comma 2, per vizio di ultrapetizione e violazione del giudicato interno; in particolare, si deduce che la pronuncia di primo grado aveva riconosciuto la legittimità parziale della cartella di pagamento impugnata per un importo dovuto per un titolo diverso da quello relativo al credito di imposta risultante dalla dichiarazione omessa dell’anno precedente, sicchè, tenuto conto del fatto che l’impugnazione era stata proposta solo relativamente al riconoscimento del credito di imposta, era stato proposto appello, con la conseguenza che il giudice di appello non avrebbe potuto procedere ad una reformatio in peius della pronuncia di primo grado in mancanza di appello incidentale della società contribuente e riformare quella parte della sentenza del giudice di primo grado non impugnata, dichiarando la nullità dell’intera cartella di pagamento;

il motivo è fondato;

dall’esame della pronuncia del giudice di appello si evince che, a seguito del ricorso proposto dalla società contribuente, il giudice di primo grado aveva parzialmente riconosciuto la fondatezza della pretesa di cui all’atto impugnato, limitando a Euro 59,281,00 l’importo dovuto, oltre interessi e sanzioni;

la controricorrente non ha, d’altro lato, proposto alcuna ragione di censura sulla statuizione del giudice di primo grado con la quale era stata riconosciuta la parziale legittimità della pretesa, mentre l’Agenzia delle entrate ha proposto appello per far valere la legittimità della pretesa per l’importo dovuto relativo al credito di imposta risultante dalla dichiarazione omessa dell’anno precedente; era dunque entro i suddetti limiti, segnati dalle ragioni di censura prospettati dall’agenzia delle entrate con l’impugnazione che il giudice del gravame avrebbe dovuto pronunciare;

in mancanza, quindi, di una specifica impugnazione da parte della contribuente, il giudice del gravame non avrebbe dovuto procedere a riformare in peius la sentenza di primo grado, disconoscendo la parziale legittimità della cartella di pagamento accertata dal giudice di primo grado e annullandola totalmente, in assenza di specifica ragione di censura della contribuente;

la pronuncia in esame, quindi, avendo annullato totalmente la cartella di pagamento è andata oltre i limiti del giudizio come definiti dalla proposizione dell’atto di appello dell’Agenzia delle entrate, sicchè la pronuncia è viziata per violazione dell’art. 112 c.p.c.;

con il secondo motivo si censura la sentenza impugnata ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), per violazione del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 36-bis, anche in relazione alla L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 6, commi 2 e 5, per avere ritenuto che, in caso di contestazione del credito di imposta fatto valere per l’anno 2002, per mancata indicazione nella dichiarazione dei redditi relativi all’anno 2001, non poteva trovare applicazione la disciplina del controllo automatizzato, ma era necessaria la previa notifica di un avviso bonario, non esistente nel caso di specie;

il motivo è fondato;

sul punto, le Sezioni unite di questa Suprema Corte (Sez. U, 8 settembre 2016, n. 17758) hanno precisato che “In fattispecie di omessa presentazione della dichiarazione annuale IVA, è consentita l’iscrizione a ruolo dell’imposta detratta e la consequenziale emissione di cartella di pagamento, ben potendo il fisco operare, con procedure automatizzate, un controllo formale che non tocchi la posizione sostanziale della parte contribuente e sia scevro da profili valutativi e/o estimativi e da atti d’indagine diversi da mero raffronto con dati ed elementi in possesso dell’anagrafe tributaria, ai sensi del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, artt. 54-bis e 60, (fatta salva, nel successivo giudizio d’impugnazione della cartella, l’eventuale dimostrazione a cura del contribuente che la deduzione d’imposta, eseguita entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui il diritto è sorto, riguardi acquisti fatti da un soggetto passivo d’imposta, assoggettati a IVA e finalizzati a operazioni imponibili)”; con la pronuncia sopra indicata, in particolare, è stato precisato che: nella mancata presentazione di una dichiarazione annuale IVA può ben ravvisarsi una di quelle notizie che rilevano come mero dato storico dal quale derivano conseguenze giuridiche. Sicchè non vi sarebbe ragione di non consentire la lavorazione con procedura automatizzata di un dato omissivo, dovendo l’amministrazione provvedere, appunto, “sulla base dei dati e degli elementi direttamente desumibili dalle dichiarazioni fiscali presentate e di quelli in possesso dell’anagrafe tributaria”;

inoltre, è stato affermato che il controllo automatizzato del dato della detrazione per pregresso credito d’imposta inserito nella dichiarazione annuale IVA non può che essere fatto in correlazione con il dato presente nell’anagrafe tributaria sulla presentazione o meno della dichiarazione annuale IVA nell’anno di maturazione del ridetto credito d’imposta ed è uno dei casi più tipici e semplici di controllo meramente formale, atteso che esso non tocca la posizione sostanziale della parte contribuente ed è scevro da profili valutativi e/o estimativi e da atti d’indagine diversi da quel mero raffronto tra la dichiarazione fiscale e l’anagrafe tributaria esplicitamente consentito dal D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 54-bis;

il principio sopra riportato può trovare applicazione anche al caso di specie relativo all’omessa presentazione della dichiarazione dei redditi della società, essendo in contestazione il mancato riconoscimento del credito Irpeg non riportato nella dichiarazione dell’anno precedente, stante il medesimo tenore della disposizione di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36-bis rispetto a quello di cui al D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54-bis, preso in considerazione dalla pronuncia sopra citata;

nella fattispecie, quindi, la circostanza che la contribuente non aveva presentato, per l’anno di imposta 2001, la relativa dichiarazione, legittima l’amministrazione finanziaria all’emissione della cartella di pagamento con la quale si disconosce il credito di imposta riportato nella successiva dichiarazione dell’anno 2002, procedendo con il controllo automatizzato;

tale indirizzo interpretativo non contrasta con quanto affermato, in linea di principio, da questa Corte con la pronuncia 8 giugno 2018, n. 14949, laddove si è affermato che la legittimità del controllo automatizzato è subordinato al carattere meramente cartolare ed avalutativo del disconoscimento del credito di imposta, potendo, quest’ultimo, appunto, dipendere sia da una valutazione giuridica ed accertativa di inesistenza ovvero non compensabilità del credito (ipotesi nella quale il controllo automatizzato non è ammesso) sia dal riscontro puramente obiettivo della dichiarazione (ipotesi nella quale esso è invece consentito);

con il terzo motivo si censura la sentenza impugnata ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), per insufficiente motivazione circa un fatto decisivo per la controversia;

in particolare, la ricorrente censura la sentenza del giudice di appello nella parte in cui ha ritenuto che la sussistenza del credito Irpeg non riconosciuto poteva essere ricavata dalla circostanza dell’omessa presentazione della dichiarazione relativa all’anno 2001 per imputabilità all’intermediario incaricato della trasmissione e che nella dichiarazione non trasmessa era esposto il credito Irpeg di Euro 70.700,00, in tal modo non potendosi, stante l’insufficienza della motivazione, ritenere assolto l’onere della contribuente a dar prova della effettiva esistenza del credito;

il motivo è fondato;

secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, nelle liti originate dalla negazione del credito (sia stato esso chiesto a rimborso ovvero sia stato riportato a nuovo – come nella specie l’anno successivo a quello di relativa maturazione), da un lato è sempre consentito all’amministrazione prospettare in giudizio argomentazioni giuridiche ulteriori rispetto a quelle espresse nella motivazione del provvedimento negativo (v. per tutte Cass. n. 22567/2004), e dall’altro incombe comunque sul contribuente l’onere della prova in ordine alle condizioni di esistenza del credito vantato (Cass. civ, 26 ottobre 2012, n. 18427);

nella fattispecie, la pronuncia del giudice di appello ha ritenuto di potere desumere elementi di prova della esistenza del credito sulla base di un elemento, la dichiarazione dei redditi non inviata, che risulta assolutamente incerto, dovendosi invece verificare, sulla base della documentazione contabile della società, che il credito riportato nella successiva dichiarazione sia effettivo, verifica che spetta al giudice del merito sulla base degli elementi di valutazione prospettati nel corso dei giudizi di primo e secondo grado;

in conclusione, vanno accolti i motivi di ricorso e la pronuncia censurata va cassata, con rinvio al giudice di appello, in diversa composizione, anche per la liquidazione delle spese di lite del presente grado di giudizio.

P.Q.M.

La Corte:

accoglie i motivi di ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Commissione tributaria regionale della Lombardia, in diversa composizione, anche per la liquidazione delle spese di lite del presente grado di giudizio;

Deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della quinta sezione civile, il 10 maggio 2018.

Depositato in Cancelleria il 1 agosto 2019

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