Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2073 del 30/01/2014


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Civile Sent. Sez. 3 Num. 2073 Anno 2014
Presidente: SEGRETO ANTONIO
Relatore: D’AMICO PAOLO

SENTENZA

sul ricorso 13168-2009 proposto da:
PAOLO

VIVIANI

elettivamente

VVNPLA36E10F861U,

domiciliato in ROMA, VIA RONCIGLIONE 3, presso lo
studio

dell’avvocato

rappresenta

e

GULLOTTA

difende

FABIO,

unitamente

che

lo

all’avvocato

MASSELLA MICHELE giusta delega in atti;
– ricorrente contro

DE ANTONI GIOVANNI DNTGNN42P15E512U, elettivamente
domiciliato in ROMA, CIRCONVALLAZIONE CLODIA 29,
presso lo studio dell’avvocato PICCINI BARBARA, che

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Data pubblicazione: 30/01/2014

lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato
GRANI NICOLA giusta delega in atti;
– controricorrente

avverso la sentenza n. 799/2008 della CORTE D’APPELLO
di VENEZIA, depositato il 6/6/2008, R.G.N. 1659/2001;

udienza del 04/12/2013 dal Consigliere Dott. PAOLO
D’AMICO;
udito l’Avvocato MICHELE MASSELLA;
udito l’Avvocato NICOLA GRANI;
udito l’Avvocato STEFANO CALOI per delega;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. ANTONIETTA CARESTIA che ha concluso
per l’inammissibilità in subordine per il rigetto del
ricorso;

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udita la relazione della causa svolta nella pubblica

Svolgimento del processo

Giovanni De Antoni convenne in giudizio, dinanzi al
Tribunale di Verona, Paolo Viviani chiedendone la condanna al
risarcimento dei danni che assumeva di aver subito a seguito di
un fenomeno di franamento provocato, a suo dire, dallo

confine posto fra la proprietà di quest’ultimo e quella di esso
attore.
Il Viviani, costituendosi in giudizio, sostenne che tale
smottamento non era conseguenza dei lavori da lui effettuati ma
della naturale franosità della zona e, con domanda
riconvenzionale, chiese la condanna dello stesso De Antoni ad
eliminare la conduttura che convogliava le acque dal fondo di
quest’ultimo al suo.
Il Tribunale di Verona condannò Paolo Viviani all’esecuzione
di opere di stabilizzazione del terreno autorizzando il De
Antoni, in caso d’inerzia del convenuto, ad intervenire
direttamente a spese di quest’ultimo. Condannò inoltre Paolo
Viviani al pagamento di £ 50.000.000, a titolo di risarcimento
danni.
Propose appello il Viviani chiedendo il rigetto delle
domande attrici e l’accoglimento delle proprie, formulate in via
riconvenzionale in primo grado.
Si costituì Giovanni De Antoni proponendo appello
incidentale e chiedendo la condanna di Paolo Viviani alla
complessiva somma di £ 142.269.720.
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smantellamento, da parte dello stesso Viviani, di un muro di

La Corte d’appello di Venezia ha condannato l’appellante al
risarcimento del danno provocato dai lavori di livellamento a
valle del terreno del De Antoni, quantificati in C 15.000,00 ed
ha ritenuto che i danni all’abitazione dell’attore non furono
dovuti a tale livellamento ma ad altre cause.

motivi.
Resiste con controricorso Giovanni De Antoni.
Le parti presentano memorie.
Motivi della decisione

Con il primo motivo del ricorso Paolo Viviani denuncia «Ai
sensi dell’art. 360 n. 5: Omissione della motivazione in ordine
all’ordine di esecuzione dei lavori autorizzati nel 1982 e nel
1985.»
Secondo il ricorrente la motivazione dell’impugnata sentenza
è omessa e contraddittoria in ordine all’avvenuto accertamento
(con la contestazione contenuta nel verbale della guardia
forestale) dell’esecuzione dei lavori da parte di Giovanni De
Antoni ed è parimenti omessa in ordine alla mancata
considerazione che il teste Quintarelli era ruspista dello
stesso De Antoni per i lavori da lui eseguiti. È ancora omessa,
prosegue il Viviani, in relazione alla circostanza che la
ritrattazione del Quintarelli, in sede penale, non avrebbe
dovuto essere considerata genuina, in quanto la norma penale
prevede la non punibilità in caso di ritrattazione.

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Propone ricorso per cassazione Paolo Viviani con cinque

In sintesi, la motivazione della sentenza impugnata non
sorregge, ad avviso del Viviani, la conclusione di attribuirgli
la paternità dei lavori per cui è causa.
Il motivo è infondato.
L’impugnata sentenza ha infatti correttamente ed ampiamente

Quintarelli in un primo momento aveva dichiarato di aver
eseguito i lavori su ordine del De Antoni mentre in sede penale
ha ritrattato la deposizione, dichiarando di averli eseguiti per
conto del Viviani; che gli altri testi hanno dichiarato di non
aver mai avuto conoscenza di contatti fra il De Antoni e il
ruspista Quintarelli e di aver invece visto quest’ultimo con il
Viviani; che lo stesso Viviani, nella comparsa di risposta,
affermò che lo smottamento del terreno non era conseguenza dei
lavori da lui effettuati, riconoscendo così l’esecuzione delle
opere, pur negando che fossero la causa dello smottamento; che è
irrilevante la circostanza che il De Antoni abbia pagato le
sanzioni amministrative in quanto il bene, al momento
dell’irrogazione di tali sanzioni, era già stato promesso in
vendita all’appellante.
Per le ragioni che precedono si deve quindi ritenere che
l’impugnata sentenza è congruamente motivata in relazione ad
apprezzamenti di fatto non sindacabili in questa sede, mentre le
argomentazioni del ricorrente non dimostrano vizi della stessa
inquadrabili nel n. 5 dell’art. 360 c.p.c., ma si sostanziano
nella critica del suo contenuto decisorio, con particolare
5

motivato sul punto la decisione adottata rilevando: che il

riferimento alla valutazione delle testimonianze che costituisce
invece oggetto di considerazione discrezionale da parte del
giudice di merito.
Con il secondo e quinto motivo del ricorso, da esaminare
congiuntamente in ragione della loro stretta connessione, Paolo

omessa motivazione in ordine al rilievo che i lavori del 1982
erano costati lire 700.000 e conseguentemente potevano essere
ritenuti di poco conto»; «Ai sensi dell’art. 360 n. 5: omessa,
insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza
impugnata relativamente al nesso di causalità fra i lavori di
scavo asseritamente eseguiti dal signor Viviani e gli eventuali
danni al fabbricato De Antoni.»
Ad avviso del ricorrente la Corte, da un lato, ha omesso di
motivare sulla reale possibilità che lavori pagati solo E
700.000 potessero avere la consistenza di quelli descritti dalla
c.t.u., nella quale si fa invece riferimento ad un profondo
sbancamento; dall’altro non ha giustificato in alcun modo la sua
condanna al risarcimento dei danni asseritamente subiti dal De
Antoni, non essendo emersa l’esistenza di un nesso di causalità
fra tali danni e le azioni a lui imputate.
I motivi sono infondati.
Le censure vertono infatti, esclusivamente, su profili di
merito, il cui esame è stato ampiamente motivato dalla Corte
d’appello, anche sulla scorta della nuova consulenza tecnica
dell’ing. Colleselli.
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Viviani rispettivamente denuncia: «Ai sensi dell’art. 360 n. 5:

Quest’ultimo infatti, nonostante abbia dichiarato di non
condividere le gravi previsioni del precedente consulente
tecnico sulla futura evoluzione dei dissesti, ha confermato,
come sostenuto dal precedente c.t.u., che i lavori di scavo e di
smantellamento dei muri posti sul confine, effettuati dal

terreno del fondo De Antoni e che erano utili e necessarie le
opere di stabilizzazione già indicate dal dott. Zanetti.
L’impugnata sentenza evidenzia altresì che il medesimo ing.
Colleselli, nelle sue conclusioni, ha imputato al Viviani i
lavori già eseguiti nel 1984 per la realizzazione del terrapieno
al piede del versante e le opere indicate nella relazione del
dott. Zanetti.
Con il terzo motivo si denuncia «Ai sensi dell’art. 360 n.
5. Mancanza di motivazione in ordine alla condotta colposa posta
in essere dal Viviani.»
Sostiene il ricorrente di aver censurato, nel suo atto di
citazione in appello, la decisione di primo grado nel punto in
cui quest’ultima lo aveva considerato in colpa per l’esecuzione
dei lavori per cui è causa e che la Corte d’appello veneziana
non si è pronunciata sul punto.
Il motivo è inammissibile.
Nella fattispecie de qua si configura infatti una ipotesi di
omessa pronuncia su un motivo di impugnazione che avrebbe dovuto
essere denunciata a norma dell’art. 360 n. 4 c.p.c., per

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Viviani, avevano provocato il franamento di una porzione di

violazione dell’art. 112 c.p.c., con conseguente quesito di
diritto a norma dell’art. 366 bis c.p.c..
Il ricorrente ha proposto invece un quesito di fatto, avendo
inquadrato la censura sotto il profilo del vizio motivazionale
ex art. 360 n. 5 c.p.c.

Corte che il ricorso per cassazione, avendo ad oggetto censure
espressamente e tassativamente previste dall’art. 360, primo
comma, c.p.c., deve essere articolato in specifici motivi
riconducibili in maniera immediata ed inequivocabile ad una
delle cinque ragioni di impugnazione stabilite dalla citata
disposizione, pur senza la necessaria adozione di formule
sacramentali o l’esatta indicazione numerica di una delle
predette ipotesi. Pertanto, nel caso in cui il ricorrente
lamenti l’omessa pronuncia, da parte dell’impugnata sentenza, in
ordine ad una delle domande o eccezioni proposte, non è
indispensabile che faccia esplicita menzione della ravvisabilità
della fattispecie di cui al n. 4 del primo comma dell’art. 360
c.p.c., con riguardo all’art. 112 c.p.c., purché il motivo rechi
univoco riferimento alla nullità della decisione derivante dalla
relativa omissione, dovendosi, invece, dichiarare inammissibile
il gravame allorché sostenga che la motivazione sia mancante o
insufficiente o si limiti ad argomentare sulla violazione di
legge (Cass., Sez. Un., 24 luglio 2013, n. 17931).
Tale ultima ipotesi si è verificata nella fattispecie in
esame.
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Sostiene al riguardo la più recente giurisprudenza di questa

Con il quarto motivo parte ricorrente denuncia «Ai sensi
dell’art. 360 n. 3: violazione dell’art. 2043 c.c., in ordine
all’inesistenza della condotta colposa, che dovrebbe essere
presupposto necessario all’accertamento di responsabilità.»
Il motivo si conclude con il seguente quesito di diritto:

di condotta colposa si possa condannare una parte al
risarcimento del danno e alla rimessione in pristino a favore
dell’altra.»
Con il sesto motivo si denuncia «Ai sensi dell’art. 360 n.
3: violazione e falsa applicazione dell’art. 2043 c.c. che
impone l’esistenza di nesso di causalità tra la condotta posta
in essere e il danno arrecato.»
Il motivo si conclude con il seguente quesito di diritto:
«Dica la Suprema Corte se vi è stata violazione nella sentenza
n. 799/08 dell’art. 2043 c.c., nella parte in cui si prevede la
condanna del signor Viviani a risarcire un danno in relazione al
quale risulta espressamente escluso ogni nesso di causalità con
la condotta tenuta dal signor Viviani stesso.»
Entrambi i motivi attengono a violazione dell’art. 360 n. 3
c.p.c. e sono inammissibili per violazione dell’art. 366

bis

c.p.c., applicabile alla fattispecie.
Il quesito di cui all’art. 366-bis c.p.c., rappresentando la
congiunzione fra la risoluzione del caso specifico e
l’enunciazione del principio generale, non può infatti esaurirsi
nella mera enunciazione di una regola astratta, ma deve
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«Dica la Corte se in caso di mancato rilevamento di un’ipotesi

presentare uno specifico collegamento con la fattispecie
concreta, nel senso che deve raccordare la prima alla seconda ed
alla decisione impugnata, di cui deve indicare la discrasia con
riferimento alle specifiche premesse di fatto, essendo evidente
che una medesima affermazione può essere esatta in relazione a

pertanto ritenersi inammissibile il ricorso che contenga quesiti
di carattere generale ed astratto, privi di qualunque
indicazione sul tipo della controversia, sugli argomenti addotti
dal giudice “a quo” e sulle ragioni per le quali non dovrebbero
essere condivisi (Cass. civ., Sez. Unite, 14 gennaio 2009, n.
565).
Il quesito di diritto che, ai sensi dell’art. 366

bis

c.p.c., la parte ha l’onere di formulare espressamente nel
ricorso per cassazione a pena di inammissibilità, deve
consistere in una chiara sintesi logico-giuridica della
questione sottoposta al vaglio del giudice di legittimità,
poiché la norma di cui all’art. 366 bis c.p.c. è finalizzata a
porre il giudice della legittimità in condizione di comprendere
– in base alla sola sua lettura – l’errore di diritto
asseritamente compiuto dal giudice e di rispondere al quesito
medesimo enunciando una

“regula iuris”.

(Cass. Sez. Unite, 5

febbraio 2008, n. 2658).
Nella fattispecie la formulazione dei motivi (ex art. 360 n.
3 c.p.c.) per cui è chiesta la cassazione della sentenza non
soddisfa i requisiti stabiliti dall’art. 366 bis,
10

c.p.c., poiché

determinati presupposti ed errata rispetto ad altri. Deve

non sono stati formulati i quesiti di diritto con riferimento
agli elementi del caso concreto.
Per le ragioni che precedono il ricorso deve essere
rigettato con condanna di parte ricorrente alle spese del
giudizio di cassazione che si liquidano come in dispositivo.

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente alle
spese del giudizio di cassazione che liquida in e
cui e 200 per esborsi, oltre accessori di legge.

Roma, 4 dicembre 2013

4.200,00 di

P.Q.M.

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