Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20721 del 04/09/2017


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Cassazione civile, sez. I, 04/09/2017, (ud. 31/05/2017, dep.04/09/2017),  n. 20721

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPPI Aniello – Presidente –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

Dott. FRAULINI Paolo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 16212/2014 R.G. proposto da:

DOBANK S.P.A. già UNICREDIT CREDIT MANAGEMENT BANK s.p.a.,

rappresentata e difesa dall’avv. Valentino Benedetti, con domicilio

eletto in Roma presso lo studio di quest’ultimo in Roma, Largo

Messico n. 7, come da procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

F.G., rappresentato e difeso dall’avv. Biagio Bosco

Vaccari, con domicilio eletto in Roma, via Lucullo n. 3, presso lo

studio dell’avv. Nicola Adragna, come da procura in calce al

controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte di appello di Palermo n. 559/14

depositata in data 4 aprile 2014.

Udita la relazione svolta nella Camera di consiglio del 31 maggio

2017 dal Consigliere Dott. Paolo Fraulini.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La Corte di appello di Palermo ha revocato il Decreto Ingiuntivo n. 475/03, emesso dal Presidente del Tribunale di Trapani il 22 dicembre 2003 su istanza dell’allora Banca di Roma s.p.a. nei confronti di F.G., quale saldo debitore al 30 settembre 2003 del conto corrente n. (OMISSIS) intrattenuto tra le parti; ha ordinato la cancellazione dell’ipoteca giudiziale iscritta dalla banca; ha dichiarato la nullità del contratto di deposito titoli in custodia e amministrazione e del contratto-quadro di investimento in essere tra le parti, con conseguente nullità dei conseguenti ordini di acquisto di titoli, condannando il F. a restituire alla banca i titoli eventualmente ancora in suo possesso e la banca a restituire al F. le somme impiegate per l’acquisto dei titoli oltre alle relative spese, confermando per il resto la sentenza di primo grado e regolando le spese di lite.

2. Il giudice di appello, per quanto in questa sede ancora rileva, ha osservato che nel corso del giudizio di primo grado la banca aveva sostenuto che il credito monitorio era da attribuirsi solo al saldo del conto corrente e a un pegno di titoli a garanzia delle esposizioni debitorie del cliente; mentre in appello aveva prodotto il contratto-quadro di investimento, asseritamente sottoscritto dal F. in data 25 agosto 1995, sostenendo che quest’ultimo avrebbe stipulato anche un contratto di deposito titoli in custodia e amministrazione. Pur rilevando il radicale mutamento della prospettazione difensiva della banca ricorrente, la Corte territoriale ha tuttavia rilevato come il F., già nell’atto di opposizione all’ingiunzione, avesse eccepito la nullità di tutti i contratti di compravendita dei titoli per violazione della normativa ad essi applicabile, così implicitamente lamentando anche il difetto della forma scritta del contratto-quadro, della quale doveva ritenersi aver chiesto l’accertamento anche sotto il profilo della mancanza della propria sottoscrizione. Nel merito, la Corte ha rilevato che la ctu aveva rilevato che le firme apparentemente riferibili al F. apposte sul contratto di deposito titoli e sul contratto-quadro del 25 agosto 1995 erano apocrife e che pertanto esso era nullo per mancanza della firma del cliente, con conseguente nullità anche di tutti i singoli ordini di acquisto.

3. Avverso tale sentenza DOBANK s.p.a., già UNICREDIT CREDIT MANAGEMENT BANK s.p.a. a sua volta successore di Banca di Roma s.p.a., ricorre con un motivo, resistito da F.G. con controricorso. Le parti hanno depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il ricorso consta di un unico motivo così rubricato: “Violazione o falsa applicazione degli artt. 112 e 345 c.p.c. e conseguente nullità della sentenza (art. 360 c.p.c., n. 4)”. La censura deduce la nullità della sentenza impugnata nella parte in cui ha dichiarato la nullità del contratto-quadro per difetto della forma scritta senza avvedersi che la relativa domanda era stata formulata dal F. per la prima volta in appello. Nè a tale risultato poteva pervenirsi interpretando la domanda di primo grado come comprensiva anche della declaratoria di nullità del contratto quadro, poichè la stessa era chiaramente rivolta a ottenere la sola nullità dei singoli ordini di investimento, a nulla rilevando che la normativa invocata possa applicarsi sia al contratto che agli ordini di esso esecutivi.

2. Il ricorso è infondato e va respinto.

2.1. In via pregiudiziale vanno respinte le eccezioni di inammissibilità del ricorso sollevate dal controricorrente.

2.1.1. Infondata è l’eccezione di nullità della procura speciale alle liti per il processo di cassazione in quanto generica e conferita su foglio spillato al ricorso. In tema di specialità della procura alle liti in Cassazione l’esigenza è quella di garantire l’anteriorità del conferimento rispetto alla notifica dell’atto di impugnazione; nella specie la procura risulta rilasciata su un foglio a sè stante rispetto al ricorso, ma è ad esso materialmente congiunto e reca una numerazione di pagina progressiva rispetto al ricorso; inoltre reca la stessa data del ricorso ed è inserita prima della richiesta di notificazione alla controparte. Tali elementi consentono di ritenere provata l’anteriorità, dovendo ritenersi la nullità della procura solo nelle ipotesi in cui non sia in alcun modo possibile stimare tali condizioni (Cass. Sez. 3, Sentenza n. 5443 del 14/03/2006; Sez. 3, Sentenza n. 12984 del 31/05/2006).

2.1.2. Infondata è parimenti l’eccezione di carenza di legittimazione processuale della ricorrente, sollevata sul presupposto che non sia provata la sua successione nel rapporto controverso. Sul punto questa Sezione ha affermato che l’onere di fornire la prova documentale della propria legittimazione processuale spetta a chi si affermi successore (a titolo universale o particolare) della parte originaria, a meno che il resistente non l’abbia esplicitamente o implicitamente riconosciuta (Sez. 1, Sentenza n. 4116 del 02/03/2016). Nella fattispecie la banca ricorrente nelle premesse del ricorso (pag. 2-3), ha esposto l’iter che ha portato il credito litigioso nel proprio patrimonio, facendo specifico riferimento agli atti di fusione e incorporazione e alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della avvenuta cessione in blocco dei crediti ai sensi del D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 58. Il controricorrente, a fronte di tale allegazione, documentata nel fascicolo della ricorrente (cfr. docc. 6-7-8- del fascicolo di cassazione), sostiene che la legittimazione processuale spettasse già in fase di appello alla sola Aspra Finance, e che la mancata costituzione di quest’ultima in quella fase del processo, determinerebbe come conseguenza che lo stesso prosegua tra le parti originarie. Va sul punto rilevato che non risulta in alcun atto processuale, trascritto o indicato in questa fase di cassazione, che il F. abbia sollevato in appello la questione della legittimazione della sola Aspra Finance nel giudizio di appello, sicchè deve ritenersi che egli abbia implicitamente riconosciuto la legittimazione della odierna ricorrente.

2.1.3. Infondata è parimenti l’eccezione di carenza di legittimazione processuale parziale della ricorrente, sollevata sul presupposto che la legittimazione potrebbe al più rinvenirsi in relazione alla domanda legata al saldo del conto corrente, ma non in relazione a quella relativa all’intermediazione mobiliare, estranea alla cessione in blocco. Basti sul punto rilevare che è pacifico in causa che oggetto dell’opposizione era il credito della banca portato dal saldo del conto corrente sul quale, in base alla prospettazione della banca nel primo grado, sarebbe affluito un pegno di garanzia mentre, secondo quella proposta in appello, sarebbero confluiti i proventi di una gestione mobiliare; in un caso o nell’altro, tuttavia, il bene della vita in contesa è pur sempre la somma di denaro portata dal saldo del conto che, per quanto sopra già detto, deve ritenersi correttamente transitato nel patrimonio dell’odierna ricorrente.

2.2. Nel merito il ricorso è infondato. La Corte territoriale ha qualificato la domanda originariamente formulata in primo grado dal F., pervenendo a ritenere che essa comprendesse anche la declaratoria di nullità del contratto-quadro (pag. 13-14 sent). Una affermazione che non è oggetto di censure ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e/o n. 5 e che quindi deve ritenersi intangibile in questa sede, in presenza di un’ampia motivazione resa dal giudice del gravame, anch’essa non specificamente censurata, sulle ragioni che militavano per l’accertamento della non riconducibilità della firma sul contratto quadro al F.. Ne deriva che nessuna domanda nuova risulta avere formulato il F. in appello, con l’ulteriore conseguenza che non sussiste alcuna nullità della sentenza per violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato. In ogni caso va rilevato che le Sezioni Unite di questa Corte hanno di recente affermato (Sez. U, Sentenza n. 7294 del 22/03/2017) che il potere di rilievo officioso della nullità del contratto spetta anche al giudice investito del gravame relativo ad una controversia sul riconoscimento di pretesa che suppone la validità ed efficacia del rapporto contrattuale oggetto di allegazione – e che sia stata decisa dal giudice di primo grado senza che questi abbia prospettato ed esaminato, nè le parti abbiano discusso, di tali validità ed efficacia – trattandosi di questione afferente ai fatti costitutivi della domanda ed integrante, perciò, un’eccezione in senso lato, rilevabile d’ufficio anche in appello, ex art. 345 c.p.c..

2.3. La soccombenza regola le spese.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento in favore del controricorrente delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 31 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 4 settembre 2017

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