Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20714 del 31/07/2019

Cassazione civile sez. II, 31/07/2019, (ud. 08/04/2019, dep. 31/07/2019), n.20714

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – rel. Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 8635/2015 proposto da:

SOCIETA’ AGRICOLA EREDI di F.G.B. s.s., in persona

dell’amministratore F.G., rappresentata e difesa dagli

Avvocati NICOLA BOSCO e LAURA PUTATURO ed elettivamente domiciliati

presso lo studio del primo in ROMA, VIA COLA di RIENZO 297;

– ricorrente –

contro

A.M. s.n.c. di A.M. & C., in persona del legale

rappresentante A.M., rappresentata e difesa dagli Avvocati

GIUSEPPE GALVAGNO e GIULIO SIMEONE, ed elettivamente domiciliata

presso lo studio di quest’ultimo in ROMA, VIA GIUSEPPE FERRARI 4;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 367/2014 della CORTE d’APPELLO di TORINO,

pubblicata il 20/02/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio

del118/04/2019 dal Consigliere Dott. UBALDO BELLINI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

A seguito di ricorso di A.M. s.n.c. di A.M. & C., con decreto del 5.3.2007 il Tribunale di Cuneo ingiungeva alla SOCIETA’ AGRICOLA EREDI di F.G.B. s.s. il pagamento dell’importo di Euro 182.846,40 oltre accessori, a titolo di residuo corrispettivo a credito della ricorrente e in relazione a tre distinti contratti di appalto, aventi ad oggetto la costruzione di un capannone per l’allevamento dei suini, la realizzazione di vasche di stoccaggio liquami e la predisposizione di impianto di distribuzione centralizzata a liquido.

Avverso tale decreto proponeva opposizione la società ingiunta, eccependo di aver provveduto a erogare in contanti e in due soluzioni l’ulteriore somma di Euro 105.000,00; evidenziava, inoltre, che nell’estate 2006 si era verificata una copiosa fuoriuscita di liquame, sintomatico di carenze realizzative accertate da un professionista esperto del settore, e sottolineava altresì l’assenza di complanarità delle mangiatoie, con conseguente non uniforme distribuzione del cibo agli animali allevati; rimarcava di aver richiesto innanzi al Tribunale di Mondovì ATP; eccepiva i vizi da cui era affetta l’opera realizzata ed instava per una riduzione del corrispettivo, comunque da decrementarsi in conseguenza dei pagamenti in contanti, nonchè per il risarcimento del danno subito.

La s.n.c. A.M. si costituiva in giudizio negando la sussistenza del vizio correlato alla fuoriuscita di liquame, e con riferimento alla non complanarità di alcune mangiatoie eccependo l’avvenuta decadenza a causa della tardiva denuncia; con riferimento ai pagamenti in contanti per totali Euro 103.000,00 (e non 105.000,00, come indicato dall’attrice), evidenziava che gli stessi fossero da riferire a ulteriori opere realizzate, diverse da quelle oggetto dei tre contratti di appalto, analiticamente dettagliate e rappresentate in una fattura che contestualmente produceva.

Espletata prova testimoniale e CTU, con sentenza n. 529/2010, depositata in data 27.10.2010, il Tribunale di Cuneo, in parziale accoglimento dell’opposizione a decreto ingiuntivo, condannava la Società Agricola Eredi di F.G.B. a pagare in favore della s.n.c. A.M. la somma di Euro 146.939,88 e a rimborsare alla convenuta i due terzi delle spese di lite del grado. In particolare, il Tribunale riteneva, in base alla CTU, la conformità alle regole dell’arte dell’opera realizzata dalla convenuta, salvo alcune problematiche di modesta entità, nonchè alcune piccole perdite delle vasche di stoccaggio, rimediabili con interventi che comportavano una spesa di Euro 7.912,00 oltre IVA; veniva invece dichiarata la decadenza della committente dalla garanzia dei vizi con riferimento alla mancanza di orizzontalità di sei mangiatoie; veniva ritenuta ammissibile la domanda della convenuta diretta all’accertamento del suo credito relativamente alle opere aggiuntive, determinate, in base alle indicazioni del CTU, in Euro 78.587,88 oltre IVA.

Contro tale sentenza proponeva appello la Società Agricola Eredi di F.G.B., contestando che l’opera (specie quella relativa alle vasche di raccolta liquami) fosse stata realizzata a regola d’arte, richiamandosi al tenore di una CTP e confutando sul punto le risultanze della CTU, rispetto alla quale instava per un rinnovo o un supplemento; rimarcava che il difetto di complanarità delle mangiatoie fosse stato denunciato con missiva del proprio legale; lamentava l’esiguità della diminuzione del prezzo; asseriva che i pagamenti in contanti per Euro 105.000,00 dovessero essere imputati alle ragioni creditorie azionate in sede monitoria; eccepiva di nuovo l’inammissibilità della domanda riconvenzionale proposta dalla s.n.c. A.M., volta a far accertare un suo ulteriore credito correlato a un titolo contrattuale diverso da quello dedotto nel ricorso per ingiunzione; infine, negava che la controparte avesse eseguito tali lavori aggiuntivi.

Si costituiva la società appellata chiedendo il rigetto dell’appello; proponeva appello incidentale chiedendo la condanna dell’appellante al ristoro delle spese sostenute per il primo grado.

Con sentenza n. 367/2014, depositata in data 20.2.2014, la Corte d’Appello di Torino respingeva gli appelli principale e incidentale confermando la sentenza di primo grado. Condannava l’appellante alle spese di lite del grado di appello.

Avverso detta sentenza propone ricorso per cassazione la Società Agricola Eredi di F.G.B. s.s. sulla base di sei motivi, illustrati da memoria; resiste s.n.c. A.M. con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Con il primo motivo, la ricorrente lamenta la “Violazione e falsa applicazione di norme di diritto, artt. 1321,1372,1453,1460,1667,1668,1669,2697 c.c., artt. 113,115,131,132 c.p.c. (art. 360 c.p.c., n. 3), nullità della sentenza e omesso esame e pronunzia circa un fatto decisivo per il giudizio (art. 360 c.p.c., nn. 4 e 5)”, poichè, nonostante nell’atto di opposizione la Società Agricola eredi di F. avesse evidenziato che nell’estate del 2006, a realizzazione da poco ultimata, si era verificata una copiosa fuoriuscita di liquame e che la denuncia era stata fatta con raccomandata del 6.6.2006; e nonostante nell’atto di appello la stessa società avesse evidenziato (come accertato dal proprio CTP) la presenza, negli scavi presso la parete nord, di “liquami neri e putridi maleodoranti in grande quantità”, il Tribunale riteneva che l’opera fosse stata realizzata nell’osservanza delle regole dell’arte, e la Corte d’Appello, senza dare risposta alle specifiche contestazioni (e, in particolare, senza chiarire se l’opera rispondesse alle norme specifiche previste per quel tipo di capannoni), si adeguava alle conclusioni dei primi Giudici, secondo le quali i difetti potevano essere eliminati con modesti interventi, mentre il CTP aveva ritenuto che la soluzione idonea a eliminare la fuoriuscita di liquame fosse quella di eseguire una nuova pavimentazione.

1.1. – Il motivo è fondato.

1.2. – Di fronte alle contestazioni mosse dalla ricorrente (secondo gli accertamenti del proprio CTP), agli esiti della CTU, già posti a base della decisione di primo grado, rispetto alla quale la Corte di merito fa proprio il relativo approccio (che ritiene dover “essere mantenuto e confermato”), la medesima si è limitata ad affermare che “quelle dianzi tratteggiate sono le risultanze istruttorie a cui la Corte intende attenersi, non ravvisandosi alcun argomento che determini l’adozione di diverse conclusioni” (sentenza impugnata pagina 4). Viceversa, essa avrebbe dovuto esporre le ragioni su cui si fondava la sua decisione, per non incorrere nel denunciato vizio di motivazione.

Questa Corte ha, infatti, ritenuto che è meramente apparente la motivazione della sentenza in cui il giudice richiami le conclusioni raggiunte dal consulente tecnico d’ufficio, senza ulteriori specificazioni, non illustrando nè le ragioni nè l’iter logico seguito per pervenire, partendo da esse, al risultato enunciato in sentenza, ciò che integra una sostanziale inosservanza dell’obbligo imposto dall’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4), di esporre concisamente i motivi in fatto e diritto della decisione (Cass. n. 4448 del 2014; conf. Cass. n. 7041 del 2013). Essa si configura, infatti, come motivazione meramente assertiva che non permette, appunto, di comprendere le ragioni e, quindi, le basi della sua genesi e l’iter logico seguito per pervenire da essi al risultato enunciato, sì che ne riesce integrata una sostanziale inosservanza dell’obbligo imposto al giudice dall’art. 132 c.p.c., n. 4, di esporre concisamente i motivi in fatto e diritto della decisione, atteso che le brevi proposizioni che si sono ricordate sono assolutamente inidonee, per insanabile genericità, al raggiungimento dello scopo di evidenziare una motivazione percepibile come tale, cioè come ragionamento che, partendo da determinate premesse pervenga con un certo procedimento enunciativo a spiegare il risultato cui si perviene sulla res decidenda (Cass. n. 4448 del 2014, cit.).

Pertanto, il giudice del merito non è tenuto a fornire un’argomentata e dettagliata motivazione là dove aderisca alle elaborazioni del consulente se esse non siano state contestate in modo specifico dalle parti, mentre, ove siano state sollevate censure dettagliate e non generiche, ha l’obbligo di fornire una precisa risposta argomentativa correlata alle specifiche critiche sollevate, corredando con una più puntuale motivazione la propria scelta di aderire alle conclusioni del consulente d’ufficio (Cass. n. 12703 del 2015; conf. Cass. 15147 del 2018; Cass. n. 23594 del 2017).

2. – Con il secondo motivo, la ricorrente deduce la “Violazione e falsa applicazione di norme di diritto, artt. 1453,1460,1667,1668,1669 c.c. (art. 360 c.p.c., n. 3), nullità della sentenza e omesso esame e pronunzia circa un fatto decisivo per il giudizio (art. 360 c.p.c., nn. 4 e 5)”, nella parte in cui la Corte di merito ha ritenuto che la rilevata non complanarità delle mangiatoie non fosse più contestabile, per tardività della denunzia, intervenuta a distanza di circa sette mesi dalla consegna dell’opera e quindi allorquando era ormai decorso il termine di sessanta giorni previsto dall’art. 1667 c.c. e poichè il vizio non sarebbe stato occulto, ma percepibile e verificabile sulla base di un sommario esame oculare, dovendosi pertanto ritenere che lo stesso fosse stato scoperto, dai soggetti esponenziali dell’appellante, in epoca immediatamente successiva o prossima all’ultimazione della stalla.

2.1. – Il motivo è fondato.

2.2. – Pur prescindendo da qualsiasi osservazione circa il passaggio, contenuto nella sentenza impugnata, relativo alla natura dei vizi, ritenuta apoditticamente non occulta (senza altre giustificazioni), quel che è necessario notare è che la Corte ha affermato l’intendimento di far decorrere il termine decadenziale dalla “ultimazione” della stalla (evidentemente da intendersi come momento di “consegna” della stessa), facendo così sostanzialmente coincidere i momenti della consegna e della scoperta delle difformità e dei vizi (genericamente individuata “in epoca immediatamente successiva o prossima all’ultimazione della stalla”).

Ma in tal modo l’esame del fatto storico non risulta effettivamente svolto, in quanto questa unica espressione motivazionale contenuta sul punto in sentenza si configura quale motivazione meramente apparente, siccome sganciata da qualsiasi reale computo del termine rispetto a uno specifico dies a quo ed uno specifico dies ad quem, in un contesto di appiattimento diacronico della vicenda. Ciò tanto più in ragione della univocità del principio (svolto riguardo alla decorrenza del termine di cui all’art. 1699 c.c., ma esportabile, attesa la stessa ratio, per regolare la funzionalità della denuncia delle difformità e vizi dell’opera ex art. 1697 c.c.) secondo cui il termine decorre dal giorno in cui il committente abbia dell’esistenza di essi conseguito una sicura conoscenza (cfr. Cass. n. 3674 del 2019; Cass. n. 29338 del 2018; Cass. n. 10048 del 2018).

Risulta così evidente anche la decisività del fatto storico di cui viene censurato l’omesso esame, il cui accertamento sarebbe stato diretto a procedere alla individuazione (congruamente motivata onde salvaguardare il minimo costituzionale richiesto per la motivazione, comunque preservato anche dopo la riforma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5: Cass. sez. un. 8053 del 2014) del preciso momento da cui far decorrere la tempestività della denuncia (cfr., relativamente ad analoga fattispecie, Cass. n. 1748 del 2018).

3.1. – Con il terzo motivo, la ricorrente deduce la “Violazione e falsa applicazione di norme di diritto, artt. 1321,1372,1453,1460,2697 c.c., artt. 113,115,132 c.p.c. (art. 360 c.p.c., n. 3), nullità della sentenza e omesso esame e pronunzia circa un fatto decisivo per il giudizio (art. 360 nn. 4 e 5 c.p.c.)”, poichè nell’atto di appello la società ricorrente, richiamando gli accertamenti del CTP, lamentava vizi delle fondazioni, circostanza questa che non era stata esaminata dalla Corte territoriale.

3.2. – Con il quarto motivo, la ricorrente deduce la “Violazione e falsa applicazione di norme di diritto, artt. 1321,1372,1456,1460,2697 c.c. (art. 360 c.p.c., n. 3), nullità della sentenza e omesso esame e pronunzia circa un fatto decisivo per il giudizio (art. 360 c.p.c., nn. 4 e 5)”, in quanto, sempre nell’atto di appello, si sottolineava che la notevole fuoriuscita di liquame fosse stata originata da una fessura a livello della pavimentazione della vasca. Nonostante tale perdita non si fosse più riscontrata in un successivo sopralluogo, probabilmente grazie all’otturazione fornita dalle parti solide di liquame e alla componente argillosa del suolo, non era escluso che si potesse ripresentare.

3.3. – In considerazione della loro stretta connessione logico-giuridica, oltre che per analoga modalità di formulazione, i motivi terzo e quarto vanno esaminati e decisi congiuntamente.

3.3.1. – Essi non possono trovare accoglimento.

3.4. – A differenza della consulenza tecnica d’ufficio, la consulenza tecnica di parte costituisce una semplice allegazione difensiva, priva di autonomo valore probatorio, posto che il contenuto tecnico del documento non vale ad alterarne la natura, che resta quella di atto difensivo (Cass. n. 16552 del 2015; conf. Cass. sez. un. 13902 del 2013). L’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, riformulato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, nel cui paradigma non è inquadrabile la censura concernente la omessa valutazione di deduzioni difensive (Cass. n. 26305 del 2018; Cass. n. 14802 del 2017).

3.5. – Le ulteriori censure dedotte nelle epigrafi dei due motivi sono, altresì, inammissibili in quanto non trovano una adeguata formulazione. L’esercizio del diritto d’impugnazione di una decisione giudiziale può considerarsi avvenuto in modo idoneo soltanto qualora i motivi con i quali è esplicato si concretino in una critica della decisione impugnata e, quindi, nella specifica indicazione delle ragioni per cui essa è errata, le quali, per essere enunciate come tali, debbono concretamente considerare le ragioni che la sorreggono, dalle quali esse non possono prescindere. Ne consegue che il motivo che non rispetti tale requisito si deve considerare nullo per inidoneità al raggiungimento dello scopo.

In riferimento al ricorso per Cassazione tale nullità, risolvendosi nella proposizione di un “non motivo”, è espressamente sanzionata con l’inammissibilità ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 4 e nell’art. 375 c.p.c., con il riferimento alla “mancanza dei motivi” (Cass. n. 24773 del 2018).

4. – Con il quinto motivo, la ricorrente lamenta la “Violazione e falsa applicazione di norme di diritto, artt. 1193,1195,2697 c.c., artt. 37,163,167,113,115 c.p.c. (art. 360 c.p.c., n. 3), nullità della sentenza e omesso esame e pronunzia circa un fatto decisivo per il giudizio (art. 360 c.p.c., nn. 4 e 5), in quanto, nell’atto di opposizione al decreto ingiuntivo, la F. aveva eccepito che gli acconti versati non fossero solo quelli indicati dalla società A., ma anche altri due pari a Euro 105.000,00, di cui produceva le ricevute. Un mese e mezzo dopo la notifica dell’opposizione, A. emetteva la fattura n. (OMISSIS) e, costituendosi in giudizio in data (OMISSIS), imputava i versamenti a pagamento della citata fattura, pari a Euro 103.000,00, anzichè 105.000,00, pagati. A tale proposito la difesa della F. dichiarava di non accettare il contraddittorio sulla domanda volta ad accertare il credito di cui alla fattura, non costituendo la domanda una reconventio reconventionis. Il G.I., nonostante la contestazione che i lavori non fossero stati eseguiti, che alcuni di essi non fossero stati eseguiti dalla A., che l’importo esposto non fosse corretto e che alcuni di essi fossero già compresi nelle opere oggetto dei contratti, disponeva CTU anche sul punto. Il CTU determinava il valore delle opere indicate nella fattura nella misura di Euro 78.587,88, determinazione accettata dal Tribunale, nonostante il CTU precisasse che non fosse in grado di pronunciarsi su chi avesse eseguito le opere. Avverso tale punto della sentenza proponeva appello la F. eccependo che la sentenza di primo grado fosse errata, in quanto quest’ultima aveva ritenuto che nella fattura n. (OMISSIS) fossero indicate le opere extra contratto, mentre il CTU aveva sottolineato che A. non gli avesse consegnato, nonostante la richiesta, documenti comprovanti l’acquisto di materiali e impianti utilizzati per la realizzazione delle opere di cui alla suddetta fattura. La Corte, senza stabilire se la domanda della A. rappresentasse una reconventio reconventionis, riteneva, come il Tribunale, che le opere indicate nella fattura citata fossero extra contratto.

4.1. – Il motivo è fondato.

4.2. – La Corte di merito (ritenuto che l’appellata A., “a fronte di una eccezione alla cui stregua la pretesa azionata doveva ritenersi a rigore parzialmente estinta in conseguenza del pagamento di un ulteriore importo di Euro 105.000 in aggiunta a quelli indicati nel ricorso per ingiunzione, addusse una differente causale di credito, a cui il pagamento medesimo doveva invece essere imputato”) osserva che “posta la premessa che precede, l’accertamento domandato in proposito dalla appellata (ed indipendentemente dall’essersi lo stesso sostanziato o meno in una reconventio reconventionis, come ritenuto dal giudice di prime cure) era senz’altro ammissibile” (sentenza impugnata pagina 5).

4.3. – La Corte di merito non ha tenuto conto, che (secondo consolidata giurisprudenza di legittimità) nell’ordinario giudizio di cognizione, che si instaura a seguito dell’opposizione a decreto ingiuntivo, l’opposto, rivestendo la posizione sostanziale di attore, non può avanzare domande diverse da quelle fatte valere con il ricorso monitorio, salvo il caso in cui, per effetto di una riconvenzionale formulata dall’opponente, egli si venga a trovare a sua volta in una posizione processuale di convenuto, cui non può essere negato il diritto di difesa, rispetto alla nuova o più ampia pretesa della controparte (Cass. n. 9152 del 2019; Cass. n. 5415 del 2019; Cass. n. 2529 del 2006; Cass. n. 23294 del 2006), mediante la proposizione (eventuale) di una reconventio reconventionis (Cass. n. 16564 del 2018). Ad ogni modo la reconventio reconventionis deve dipendere dal titolo dedotto in causa o da quello che già appartiene alla causa come mezzo di eccezione ovvero di domanda riconvenzionale (Cass. n. 2244 del 2006; Cass. n. 8582 del 2013). Sicchè, in del tutto analoga fattispecie, questa Corte ha dichiarato l’inammissibilità della domanda di pagamento delle opere extra contratto, proposta dall’opposto con la comparsa di costituzione nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, relativo al pagamento del corrispettivo di un appalto per l’esecuzione di lavori edili, in quanto non ammesso l’ampliamento del thema decidendum (Cass. n. 25598 del 2011). E, del resto, anche la sentenza delle Sezioni unite (Cass. sez. un. 26128 del 2010) consente la proposizione di una nuova domanda da parte dell’opposto solo se essa nasca dalle difese dell’opponente contenute nell’atto di opposizione a decreto ingiuntivo.

5. – Con il sesto motivo, la ricorrente deduce la “Violazione e falsa applicazione di norme di diritto, artt. 131,132 c.p.c., nullità della sentenza e omesso esame e pronunzia circa un fatto decisivo per il giudizio (art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5)”, in quanto, nelle note di replica in appello, la F. aveva sollevato una serie di contestazioni alle risultanze della CTU che riguardavano sia il mancato adempimento del contratto, sia l’esclusione che la costruzione fosse stata eseguita a regola d’arte o nell’osservanza delle norme di legge e di regolamento imposte per quel tipo di costruzioni. Il giudicante avrebbe dovuto disporre nuova CTU o una integrazione di quella già eseguita, ma non poteva certamente ignorare tali contestazioni, accogliendo le conclusioni contestate del CTU.

5.1. – il motivo è inammissibile.

5.2. – E’ consolidato il principio secondo cui l’apprezzamento del giudice di merito, nel porre a fondamento della propria decisione una argomentazione, tratta dalla analisi di fonti di prova con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e le circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata (ex plurimis, Cass. n. 9275 del 2018; Cass. n. 5939 del 2018; Cass. n. 16056 del 2016). Sono infatti riservate al Giudice del merito l’interpretazione e la valutazione del materiale probatorio, il controllo dell’attendibilità e della concludenza delle prove, la scelta tra le risultanze probatorie di quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, nonchè la scelta delle prove ritenute idonee alla formazione del proprio convincimento, per cui è insindacabile, in sede di legittimità, il “peso probatorio” di alcune testimonianze rispetto ad altre, in base al quale il Giudice di secondo grado sia pervenuto a un giudizio logicamente motivato, diverso da quello formulato dal primo Giudice (Cass. n. 1359 del 2014; Cass. n. 16716 del 2013; Cass. n. 1554 del 2004).

Ed è altresì pacifico che il difetto di motivazione (in cui si controverte la violazione di legge come dedotta dalla ricorrente) è configurabile solo quando dall’esame del ragionamento svolto dal Giudice di merito e quale risulta dalla stessa sentenza impugnata emerga (come sopra ritenuto in partibus quibus) la totale obliterazione di elementi che potrebbero condurre a una diversa decisione ovvero quando è evincibile l’obiettiva deficienza del processo logico che ha indotto il Giudice al suo convincimento, ma non già quando vi sia mera difformità rispetto alle attese del ricorrente (Cass. n. 13054 del 2014).

5.3. – Sicchè, sotto altro correlato profilo, va rilevato che la censura si risolve nel motivo de quo, in sostanza, nella sollecitazione ad effettuare una nuova valutazione di risultanze di fatto come emerse nel corso del procedimento, così mostrando la ricorrente di anelare ad una impropria trasformazione del giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito, giudizio di merito, nel quale ridiscutere tanto il contenuto di fatti e vicende processuali, quanto ancora gli apprezzamenti espressi dalla Corte di merito non condivisi e per ciò solo censurati al fine di ottenerne la sostituzione con altri più consoni ai propri desiderata; quasi che nuove istanze di fungibilità nella ricostruzione dei fatti di causa possano ancora legittimamente porsi dinanzi al giudice di legittimità (Cass. n. 5939 del 2018).

Come questa Corte ha più volte sottolineato, compito della Cassazione non è quello di condividere o non condividere la ricostruzione dei fatti contenuta nella decisione impugnata, nè quello di procedere ad una rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, al fine di sovrapporre la propria valutazione delle prove a quella compiuta dal giudice del merito (cfr. Cass. n. 3267 del 2008), dovendo invece il giudice di legittimità limitarsi a controllare se costui abbia dato conto delle ragioni della sua decisione e se il ragionamento probatorio, da esso reso manifesto nella motivazione del provvedimento impugnato, si sia mantenuto entro i limiti del ragionevole e del plausibile; ciò che nel caso di specie è dato riscontrare (cfr. Cass. n. 9275 del 2018).

6. – Vanno dunque accolti il primo, il secondo e il quinto motivo del ricorso; e rigettati i motivi terzo, quarto e sesto; la sentenza impugnata va cassata, in relazione ai motivi accolti, con rinvio alla Corte d’Appello di Torino, altra sezione, che provvederà anche alla liquidazione delle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo, il secondo e il quinto motivo del ricorso; e rigetta i motivi terzo, quarto e sesto; cassa la sentenza impugnata, in relazione ai motivi accolti, e rinvia la causa alla Corte d’Appello di Torino, altra sezione, che provvederà anche alla liquidazione delle spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 8 aprile 2019.

Depositato in Cancelleria il 31 luglio 2019

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