Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20683 del 29/09/2020

Cassazione civile sez. lav., 29/09/2020, (ud. 30/06/2020, dep. 29/09/2020), n.20683

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. TORRICE Amelia – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – rel. Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 623-2015 proposto da:

UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI SASSARI, in persona del Ministro pro

tempore, rappresentato e difeso dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO

presso i cui Uffici domicilia ex lege in ROMA, alla VIA DEI

PORTOGHESI 12;

– ricorrente –

contro

M.A.J., domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR presso LA

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dagli avvocati ALESSANDRO UNALI, GIOVANNI BATTISTA LUCIANO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 250/2014 della CORTE D’APPELLO DI CAGLIARI

SEZ. DIST. DI SASSARI, depositata il 09/10/2014 R.G.N. 50/2014.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. con sentenza n. 250/2014, resa in data 3 ottobre 2014, la Corte d’appello di Cagliari, Sezione distaccata di Sassari, pronunciando sull’impugnazione proposta, nei confronti dell’Università degli Studi di Sassari, da M.A.J., dipendente con funzioni di Energy Manager, inquadrato nella Categoria EP, Posizione economica P3, in servizio presso l’Ufficio tecnico con rapporto di lavoro a tempo parziale e indeterminato, respingeva l’opposizione all’esecuzione presentata dall’Università;

il M. aveva posto a fondamento dell’intrapresa azione esecutiva il verbale di conciliazione D.Lgs. n. 165 del 2001, ex art. 66 del 6 settembre 2010 nel quale era stato previsto che, al fine di definire la controversia insorta, esso dipendente accettava la proposta dell’Università di corrispondergli, a titolo di retribuzione di posizione ex artt. 76 e 83 c.c.n.l. per gli anni 2006, 2007, 2008 e 2009, la somma annua lorda di Euro 10.000,00, importo cui si sarebbe dovuta conseguentemente adeguare anche la retribuzione di risultato, il tutto entro l’11 novembre dello stesso anno;

in sede di opposizione l’Università aveva dedotto di aver già dato piena, integrale e spontanea esecuzione al contenuto del verbale di conciliazione sin dal mese di novembre 2010 e che non residuava alcuna differenza in quanto solo dal 21 novembre 2006 il M. aveva effettivamente svolto le funzioni di responsabile per la conservazione e l’uso razionale dell’energia dell’Ateneo, per le quali in sede conciliativa si era addivenuti all’incremento della retribuzione di posizione in misura superiore al minimo tabellare;

la Corte territoriale ricostruiva l’effettivo contenuto dell’accordo sulla base non solo di quanto emergeva dal testo dello stesso ma anche dalle trattative che lo avevano preceduto;

così evidenziava che, con istanza dell’1/9/2009, il M. aveva chiesto l’incremento della retribuzione nella misura massima contrattualmente prevista ed effettivamente richiamato il contenuto dell’ordine di servizio del 21/11/2006, con cui al predetto erano stati attribuiti maggiori compiti e responsabilità;

rilevava, altresì, che alla suddetta istanza avevano fatto seguito proposte e controproposte da cui emergeva che la richiesta del M., poi accettata dall’Università, era riferita anche al periodo precedente l’ordine di servizio del 21/11/2006 e che, in particolare, con nota del 14/4/2010, il M. si era dichiarato disposto ad accettare il 70% della retribuzione di posizione dalla assunzione (2005) fino al 21/11/2006 e l’85% della stessa per il periodo successivo a tale data;

ad avviso dei giudici d’appello tale ultima nuova proposta era stata, nella sostanza, accettata dall’Università che, nella missiva del 28/5/2010, aveva formulato ulteriore controproposta comportante il riconoscimento in favore del M. della retribuzione di posizione nella misura di Euro 10.000 per ogni anno delle annualità 2006, 2007, 2008, 2009;

così, in sede di verbale di conciliazione, non si era fatto altro che recepire un accordo già raggiunto tra i legali delle parti nella precedente fase delle trattative da cui si evinceva che la limitazione temporale contenuta nell’iniziale istanza del M. era stata superata, avendo il dipendente esteso, come ben poteva, le sue pretese sino alla data di assunzione del 2005, per poi ripiegare, accogliendo l’ulteriore proposta dell’Università, sulle annualità del 2006, 2007, 2008 e 2009;

2. per la cassazione di tale decisione ha proposto ricorso l’Università, affidando l’impugnazione ad un motivo;

3. M.A.J. ha resistito con controricorso;

4. il controricorrente ha depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. con l’unico motivo è denunciata violazione degli artt. 1362 c.c. e ss., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3;

si evidenzia che tra le regole ermeneutiche in materia contrattuale le norme interpretative prevalgono su quelle integrative;

si sostiene che la Corte territoriale avrebbe errato nell’affermare che l’interpretazione del verbale di conciliazione non potesse prescindere dalle trattative che lo avevano preceduto;

2. il motivo è inammissibile;

2.1. non sono riprodotti tutti gli atti richiamati dalla Corte territoriale a sostegno del ragionamento decisorio;

sono, infatti, solo richiamati l’ordine di servizio n. 79 del 21 novembre 2006 – doc. 9 del fascicolo di primo grado dell’Università depositato unitamente al ricorso per cassazione -, il prospetto della retribuzione del mese di novembre del 2001 – doc. 14 fasc. primo grado -, il verbale di conciliazione – doc. 13 – ma nulla è contenuto in ricorso con riguardo agli atti relativi alle trattative precedenti il verbale di conciliazione (nuova proposta del M. in data 14/4/2010 e relativa controproposta dell’Università in data 28/5/2010) sui quali è specialmente fondata l’interpretazione dei giudici di appello;

2.2. in ogni caso il ricorrente contrappone all’interpretazione della Corte territoriale una propria personale lettura dell’indicato verbale prospettando una univoca ed esaustiva chiarezza dello stesso rispetto alla complessiva ricostruzione dell’intenzione dei contraenti come effettuata dai giudici di merito i quali hanno correttamente verificato il rilievo da assegnare alla formulazione letterale alla luce dell’intero contesto in cui l’accordo si è inserito;

2.3. come già affermato da questa Corte in tema di interpretazione del contratto (v. Cass. 3 giugno 2014, n. 12360; Cass. 9 dicembre 2014, n. 25840), il principio in claris non fit interpretatio presuppone che la formulazione testuale sia talmente chiara e lineare da precludere la ricerca di una volontà diversa: a tal fine il giudice ha il potere-dovere di stabilire se la comune intenzione delle parti risulti in modo certo ed immediato dalla dizione letterale del contratto, attraverso una valutazione di merito che consideri il grado di comprensibilità della clausola contrattuale mediante l’impiego articolato dei vari canoni ermeneutici, ivi compreso il comportamento complessivo delle parti, in quanto la lettera (il senso letterale), la connessione (il senso coordinato) e l’integrazione (il senso complessivo) costituiscono strumenti interpretativi legati da un rapporto di implicazione necessario al relativo procedimento ermeneutico;

quindi un approfondimento interpretativo del testo contrattuale è superfluo solo quando tale comune intenzione sia palese, non essendo a tal fine però sufficiente la chiarezza lessicale in sè e per sè considerata, sicchè detto principio non trova applicazione nel caso in cui il testo negoziale sia chiaro, ma non coerente con ulteriori ed esterni indici rivelatori della volontà dei contraenti;

sempre in tema di interpretazione dei contratti è stato anche precisato (v. Cass. 13 marzo 2015, n. 5102) che la comune volontà dei contraenti deve essere ricostruita sulla base di due elementi principali, ovvero il senso letterale delle espressioni usate e la ratio del precetto contrattuale, e tra questi criteri interpretativi non esiste un preciso ordine di priorità, essendo essi destinati ad integrarsi a vicenda ed ancora (v. Cass. 1 dicembre 2016, n. 24560) che il criterio letterale e quello del comportamento delle parti, anche successivo al contratto medesimo ex art. 1362 c.c., concorrono, in via paritaria, a definire la comune volontà dei contraenti;

ne consegue che il dato letterale, pur di fondamentale rilievo, non è, da solo, decisivo, atteso che il significato delle dichiarazioni negoziali può ritenersi acquisito esclusivamente al termine del processo interpretativo che deve considerare tutti gli ulteriori elementi, testuali ed extratestuali, indicati dal legislatore, anche quando le espressioni appaiano di per sè non bisognose di approfondimenti interpretativi, dal momento che un’espressione prima facie chiara può non apparire più tale se collegata alle altre contenute nella stessa dichiarazione o posta in relazione al comportamento complessivo delle parti;

il carattere prioritario dell’elemento letterale non va, perciò, inteso, come vorrebbe il ricorrente, in senso assoluto, atteso che il richiamo nell’art. 1362 c.c. alla comune intenzione delle parti impone di estendere l’indagine ai criteri logici, teleologici e sistematici anche laddove il testo dell’accordo sia all’apparenza chiaro ma magari non risulti coerente con indici esterni rivelatori di una diversa volontà dei contraenti (v. Cass. 28 giugno 2017, n. 16181; Cass. 26 luglio 2019, n. 20294);

3. da tanto consegue che il ricorso deve essere dichiarato inammissibile;

4. l’onere delle spese del giudizio di legittimità resta a carico di parte ricorrente, in applicazione della regola generale della soccombenza;

5. sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, previsto dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (legge di stabilità 2013), ove dovuto.

PQM

La Corte dichiara l’inammissibilità del ricorso; condanna la ricorrente al pagamento, in favore del controricorrente, delle spese del presente giudizio, che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 5.000,00 per compensi professionali oltre accessori di legge e rimborso forfetario in misura del 15%.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza Camerale, il 30 giugno 2020.

Depositato in Cancelleria il 29 settembre 2020

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