Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20653 del 29/09/2020

Cassazione civile sez. VI, 29/09/2020, (ud. 09/09/2020, dep. 29/09/2020), n.20653

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRECO Antonio – Presidente –

Dott. CROLLA Cosmo – Consigliere –

Dott. LUCIOTTI Lucio – Consigliere –

Dott. RUSSO Rita – Consigliere –

Dott. D’AQUINO Filippo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 32881/2018 R.G. proposto da:

STUDIO ASSOCIATO P. R. P. C. E. L. S. D., in

persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentato e

difeso dall’Avv. GIUSEPPE NUGNES, elettivamente domiciliato in ROMA

PIAZZA CAVOUR presso la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, (C.F. (OMISSIS)), in persona del Direttore pro

tempore, rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello

Stato, presso la quale è domiciliata in Roma, via dei Portoghesi,

12;

– controricorrente –

contro

MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE, (C.F.), in persona del

Ministro pro tempore;

– intimato –

avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale della

Campania, n. 3221/2018 depositata in data 9 aprile 2018.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio non partecipata

del 9 settembre 2020 dal Consigliere Relatore Filippo D’Aquino.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

Il contribuente STUDIO ASSOCIATO P. R. P. C. E. L. S. D. ha impugnato il silenzio rifiuto avverso l’istanza di rimborso IRAP per i periodi di imposta degli anni 2009 – 2012, assumendo l’insussistenza del presupposto impositivo di cui al D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, art. 2.

La CTP di Caserta ha accolto il ricorso del contribuente e la CTR della Campania, con sentenza in data 9 aprile 2018, ha accolto l’appello dell’Ufficio. Ha rilevato il giudice di appello che i professionisti dello studio associato hanno in uso comune diversi beni (bene immobile, macchinari) servizi e front office, con conseguente risparmio di oneri e ha, inoltre, osservato che la strutturazione della professione in forma associata costituisce presupposto per l’applicazione dell’imposta, salva la prova contraria del contribuente della insussistenza dell’esercizio in forma associata dell’attività.

Ha proposto ricorso parte contribuente affidato a quattro motivi; l’Ufficio resiste con controricorso.

La proposta del relatore è stata comunicata, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza camerale, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

CHE

1.1 – Con il primo motivo si deduce violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 446 del 1997, art. 2, nonchè omessa e insufficiente motivazione, nella parte in cui la sentenza impugnata ha affermato la sussistenza della autonoma organizzazione in forza dell’utilizzo in comune di beni e servizi, con conseguente potenziamento del reddito di ciascuno degli associati per effetto del risparmio di spesa. Deduce il ricorrente come risultasse agli atti l’assenza di autonoma organizzazione e come tale requisito non sia stato accertato in concreto. Deduce, ulteriormente, il mancato esame dell’atto pubblico dell’8.03.2011 avente ad oggetto la modifica dell’associazione professionale, il quale evidenzierebbe come gli associati avrebbero messo in comune unicamente i proventi e le spese.

1.2 – Con il secondo motivo si deduce “omessa od erronea valutazione della prova documentale, motivazione apparente ed omesso esame della documentazione acquisita” in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, violazione e falsa applicazione degli artt. 2697 c.c., e D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 36, nella parte in cui è stato omesso l’esame dell’atto pubblico di modifica dell’associazione professionale, dal quale si sarebbe potuto evincere come l’associazione professionale si sarebbe limitata a mettere in comune solo alcuni servizi.

1.3 – Con il terzo motivo si deduce omessa e insufficiente e illogica della motivazione su un punto decisivo della controversia in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per non avere il giudice di appello esaminato in concreto la reale attività svolta dallo studio associato.

1.4 – Con il quarto motivo si deduce omessa, insufficiente e illogica motivazione, nonchè violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 472, art. 6, comma 2, D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 15, e art. 92 c.p.c., nella parte in cui il giudice di appello ha condannato il contribuente al pagamento delle spese processuali di entrambi i gradi di giudizio senza fare uso del potere di compensazione.

2 – Va preliminarmente dichiarato il difetto di legittimazione del Ministero intimato, essendo la legittimazione a contraddire spettante all’evocata Agenzia (Cass., Sez. U., 14 febbraio 2006, n. 3116; Cass., Sez. V, 29 gennaio 2020, n. 1954).

3.1 – I primi tre motivi di ricorso sono inammissibili, perchè il ricorrente non ha censurato l’autonoma ratio decidendi della sentenza impugnata, secondo cui “la Cassazione con propria ordinanza n. 18920 del 26/09/2016, sui presupposti di applicabilità dell’imposta In caso di esercizio di professioni in forma associata, ne ha ritenuto la sufficienza, considerando (…) In tema d’IRAP, l’esercizio della professione in forma associata costituisce presupposto per l’applicazione dell’imposta, senza che occorra accertare in concreto la sussistenza dell’autonoma organizzazione, da considerarsi implicita, salva la possibilità per il contribuente di fornire la prova contraria, avente ad oggetto non l’assenza dell’autonoma organizzazione nell’esercizio in forma associata bensì l’insussistenza dell’esercizio in forma associata dell’attività stessa”.

3.2 – E’ principio comune che il giudice di merito che, dopo avere aderito ad una prima ratio decidendi, esamini ed accolga anche una seconda ratio, non si spoglia della potestas iudicandi, atteso che l’art. 276 c.p.c., distingue le questioni pregiudiziali di rito dal merito, ma non stabilisce, all’interno di quest’ultimo, un preciso ordine di esame delle questioni; nel qual caso, la sentenza risulta sorretta da due rationes decidendi, distinte ed autonome, ciascuna delle quali giuridicamente sufficiente a giustificare la decisione adottata, sicchè l’inammissibilità del motivo di ricorso attinente ad una di esse rende irrilevante l’esame dei motivi riferiti all’altra, i quali non risulterebbero in nessun caso idonei a determinare l’annullamento della sentenza impugnata, risultando comunque consolidata l’autonoma motivazione oggetto della censura dichiarata inammissibile (Cass., Sez. III, 13 giugno 2018, n. 15399).

3.3 – Nella specie la duplicità di ratio decidendi emerge dal fatto che, in un primo momento, la Commissione Regionale ha accertato in concreto la sussistenza dei presupposti della autonoma organizzazione (individuata nell’uso in comune di un immobile, di “servizi”, di macchinari, di un front office) e successivamente, aderendo all’orientamento di questa Corte (Cass., Sez. U., 14 aprile 2016, n. 7371), ha ritenuto non necessario accertare in concreto tale requisito in caso di esercizio della professione in forma associata. I primi tre motivi di ricorso, nella misura in cui contestano l’accertamento in fatto dell’autonoma organizzazione compiuto dalla CTR, in relazione alla omessa valutazione di elementi istruttori e all’omessa valutazione dell’attività svolta in concreto, non attaccano la parte motiva della sentenza che non ritiene necessario alcun accertamento in fatto, salva la prova contraria.

3.4 – L’inammissibilità dei primi tre motivi comporta l’assorbimento dell’esame del quarto.

4 – Il ricorso va, pertanto, dichiarato inammissibile, con spese regolate dalla soccombenza e raddoppio del contributo unificato.

PQM

La Corte, dichiara il difetto di legittimazione del Ministero dell’Economia e delle Finanze; dichiara inammissibili il primo, il secondo e il terzo motivo e assorbito il quarto; condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali del giudizio di legittimità in favore del controricorrente, che liquida in Euro 2.300,00 per compensi, oltre spese prenotate a debito; dà atto che sussistono i presupposti processuali, a carico del ricorrente, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, per il versamento degli ulteriori importi a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso proposto, se dovuti.

Così deciso in Roma, il 9 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 29 settembre 2020

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