Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20641 del 13/10/2016


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Cassazione civile sez. III, 13/10/2016, (ud. 16/06/2016, dep. 13/10/2016), n.20641

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. ARMANO Uliana – Consigliere –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 2654/2015 proposto da:

T.V., P.A., P.G., elettivamente

domiciliati in ROMA, CIRCONVALLAZIONE CLODIA 165, presso lo studio

dell’avvocato MARCO SCAPPATI, rappresentati e difesi dall’avvocato

GIUSEPPE DI GIUSEPPE giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

S.L., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA MONTE SANTO

10 A, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO CAFFARELLI, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato ARMANDO CROCE giusta

procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 360/2014 della CORTE D’APPELLO di POTENZA,

depositata il 11/12/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

16/06/2016 dal Consigliere Dott. FRANCESCO MARIA CIRILLO;

udito l’Avvocato MARCO SCARPATI per delega;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

BASILE Tommaso, che ha concluso per l’inammissibilità, in subordine

per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Con ricorso alla Sezione specializzata agraria del Tribunale di Potenza S.L. convenne in giudizio T.L., chiedendo che fosse dichiarata la cessazione del contratto di affitto agrario intercorrente tra le parti per la scadenza del (OMISSIS), con conseguente ordine di rilascio, avendo ella intimato la disdetta con lettera raccomandata del (OMISSIS) ed espletato inutilmente il tentativo di conciliazione.

A sostegno della domanda espose di essere proprietaria di alcuni terreni con annessi fabbricati concessi in affitto da suo nonno, molti anni prima, a P.G. al quale era succeduta la coniuge T.V..

Si costituì in giudizio la convenuta, dichiarando di essere subentrata al defunto coniuge insieme ai propri figli P.A. e G.; aggiunse che il contratto, rinnovatosi fino al 2011, doveva ritenersi prorogato per legge fino al 2026. Chiese, quindi, il rigetto della domanda principale e propose domanda riconvenzionale per il riconoscimento dell’indennità spettante per l’avvenuta esecuzione di migliorie sul fondo oggetto di affitto.

Fu integrato il contraddittorio nei confronti dei predetti P.A. e G. i quali si costituirono associandosi alle difese della propria madre.

Espletata l’istruttoria, il Tribunale rigettò la domanda principale sul rilievo che l’atto di disdetta del (OMISSIS) non poteva ritenersi idoneo e, assorbita la domanda riconvenzionale, condannò l’attrice al pagamento delle spese di giudizio.

2. La pronuncia è stata appellata dalla S. e la Corte d’appello di Potenza, Sezione specializzata agraria, con sentenza dell’11 dicembre 2014, in riforma di quella del Tribunale, ha dichiarato risolto il contratto di affitto alla data del (OMISSIS), condannando gli appellati al rilascio del fondo per il (OMISSIS), ha rigettato la domanda riconvenzionale proposta dagli appellati e li ha condannati al pagamento delle spese del doppio grado di giudizio.

Ha osservato la Corte territoriale che il contratto di affitto in questione, stipulato nel (OMISSIS) e protrattosi per altri quattordici anni dopo l’entrata in vigore della L. 3 maggio 1982, n. 203, si era tacitamente rinnovato dal (OMISSIS) fino al (OMISSIS), per gli ulteriori quindici anni previsti dalla legge stessa. Alla scadenza di tale ultima data, la S. aveva chiesto il rilascio dei terreni richiamando la propria lettera di disdetta del (OMISSIS), ritenuta inidonea dal Tribunale in quanto non contenente sufficient4 indicazioni in ordine all’identificazione del contratto di affitto e dei relativi fondi.

Tanto premesso, la Corte d’appello ha affermato di non condividere il giudizio dato dal Tribunale, perchè la lettera suindicata era del tutto chiara in ordine all’intenzione del concedente “di formulare disdetta di tutti i contratti di affitto in essere con P.G.” ed era anche accompagnata dalla relativa planimetria dove i fondi oggetto di disdetta erano analiticamente indicati. E che quella lettera avesse indicato senza possibilità di dubbio i terreni in questione risultava anche dalla lettera di risposta di P.G., il quale aveva specificato di condurre in affitto i terreni di cui alla menzionata planimetria. Ritenuto, quindi, valido l’atto di disdetta, la Corte ha fissato la data di rilascio per la fine dell’annata agraria in corso.

In ordine, invece, alla domanda riconvenzionale degli eredi P. relativa al riconoscimento di un’indennità per i miglioramenti eseguiti, la Corte potentina l’ha rigettata, non essendovi prova del fatto che quei miglioramenti fossero stati oggetto di un preventivo consenso da parte della proprietaria ovvero, in difetto, dell’autorizzazione dell’Ispettorato provinciale dell’agricoltura. Non poteva ritenersi sufficiente, al riguardo, la tesi prospettata dagli appellati secondo cui la S., visionando il fabbricato rurale costruito dagli affittuari, non aveva avuto alcunchè da eccepire, in tal modo tenendo un comportamento concludente idoneo a manifestare ugualmente il proprio consenso. Anche nel regime antecedente la L. n. 203 del 1982, infatti, il consenso del concedente doveva sempre precedere l’esecuzione delle migliorie (che erano asseritamente risalenti ad epoca anteriore al terremoto del 1980).

3. Contro la sentenza della Corte d’appello di Potenza propongono ricorso T.V., P.A. e G. con unico atto affidato a quattro motivi.

Resiste S.L. con controricorso affiancato da memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo del ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), violazione e falsa applicazione della L. 3 maggio 1982, n. 203, art. 4, comma 1.

Rilevano i ricorrenti che non è condivisibile la decisione impugnata nella parte in cui ha ritenuto valido l’atto di disdetta. Esso richiede, infatti, precisi requisiti anche formali e deve avere un contenuto univoco circa le reali intenzioni del concedente, elementi che non sussisterebbero nel caso di specie.

1.1. Il motivo non è fondato.

La Corte di merito, con un accertamento in fatto ampiamente motivato e non suscettibile di riesame in questa sede, ha riconosciuto che la lettera di disdetta inviata dalla S. era idonea, per forma e contenuto, rispetto all’obiettivo di comunicazione nei confronti degli affittuari. A fronte di tale ricostruzione, il motivo in esame si limita a riproporre la propria diversa tesi in fatto, smentita dalla sentenza in esame, ribadendo un’affermazione pacifica e cioè che l’atto di disdetta deve manifestare “in modo univoco” la volontà del proprietario di far cessare l’affitto. Proprio tale univocità è stata positivamente valutata dalla sentenza, nè è ammissibile una diversa valutazione in sede di legittimità.

2. Con il secondo motivo del ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), violazione e falsa applicazione della L. n. 203 del 1982, art. 46.

La doglianza riguarda il previo esperimento del tentativo di conciliazione; osservano i ricorrenti che la S. aveva intimato la disdetta con la lettera del (OMISSIS) che indicava la data del (OMISSIS), svolgendo il tentativo di conciliazione in riferimento a quella data. Nel successivo giudizio di secondo grado, invece, la data di cessazione indicata era diversa, sicchè vi sarebbe una mancata corrispondenza tra il tentativo suddetto e il petitum della domanda giudiziale.

2.1. Il motivo non è fondato.

Si rileva, innanzitutto, che esso contiene un’imprecisione formale consistente nel richiamare ancora la L. n. 203 del 1982, art. 46, mentre nella specie si applica, ratione temporis, del D.Lgs. 1 settembre 2011, n. 150, art. 11, trattandosi di causa iniziata con ricorso depositato il 2 febbraio 2012 (v. l’art. 36 del D.Lgs. cit.).

A prescindere, comunque, da tale irrilevante errore, la censura è infondata alla luce della giurisprudenza di questa Corte – alla quale l’odierno Collegio intende dare continuità – secondo cui deve escludersi che il tentativo di conciliazione possa ritenersi come mai esperito o non ritualmente esperito solo perchè, fermi il petitum e la causa petendi della pretesa, sia stata indicata, in giudizio, una data di cessazione del rapporto diversa e successiva rispetto a quella contenuta nel ricorso introduttivo e di cui al tentativo di conciliazione (sentenza 15 gennaio 2002, n. 381, sostanzialmente ribadita dalla successiva sentenza 22 luglio 2004, n. 13623). Tale conclusione si fonda sulla circostanza per la quale ciò che conta, ai fini del giudizio di cessazione del contratto di affitto agrario, è che vi sia stata la preventiva comunicazione della domanda di rilascio e che su di essa si sia svolto il tentativo di conciliazione, non assumendo alcun rilievo la mera diversità della data.

3. Con il terzo motivo del ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 5), violazione della L. n. 203 del 1982, art. 17, oltre ad omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio.

I ricorrenti – dopo aver ribadito di aver costruito un fabbricato rurale con annesse pertinenze, del valore di Euro 234.000 – osservano che la Corte, omettendo di considerare la deposizione testimoniale di Carmine Colangelo resa davanti al Tribunale, avrebbe errato nel ritenere non dimostrato previo consenso della

proprietaria in ordine a quel miglioramento. Il teste, infatti, aveva deposto nel senso che la S. aveva autorizzato P.G. alla costruzione di quel fabbricato; provato il consenso, la Corte avrebbe dovuto riconoscere il diritto a percepire il compenso per i miglioramenti.

3.1. Il motivo non è fondato, per una serie di concorrenti ragioni.

Osserva il Collegio, innanzitutto, che la censura di violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), posta in relazione all’omessa valutazione di una deposizione testimoniale si risolve nell’indebito tentativo di sollecitare questa Corte ad un nuovo e non consentito esame del merito, poichè la valutazione globale dell’intero contesto probatorio è compito esclusivo del giudice di merito.

Oltre a questo, si rileva che la L. n. 203 del 1982, art. 16, nel fissare il regime applicabile in materia di miglioramenti nei contratti agrari, impone alla parte che intende realizzare tali miglioramenti di attivare la particolare procedura ivi prevista, con invio all’altra parte ed all’ispettorato provinciale dell’agricoltura di una lettera raccomandata con avviso di ricevimento, corredata di un progetto di massima, con l’indicazione della natura, caratteristiche e finalità delle opere di cui si chiede l’esecuzione. La giurisprudenza di questa Corte ha interpretato il dettato legislativo nel senso che il diritto all’indennità riconosciuto all’affittuario, ai sensi della L. n. 203 del 1982, art. 17, presuppone il preventivo consenso del concedente (o, in difetto, l’autorizzazione dell’ispettorato provinciale dell’agricoltura), il quale deve sostanziarsi in una manifestazione di volontà che specifichi la natura, le caratteristiche e le finalità degli interventi migliorativi, non essendo sufficiente un’autorizzazione meramente generica per tipi o categorie di opere; mentre l’assenso successivo non può fare venir meno ex tunc l’illiceità della condotta del concessionario o del mezzadro, dovuta al difetto della condizione legittimante, ma, eventualmente, solo precludere conseguenze pregiudizievoli al coltivatore, come la risoluzione per inadempimento (sentenza 28 settembre 2011, n. 19789).

Rispetto a tale quadro normativo è evidente che la deposizione testimoniale in parte riportata nel ricorso ed asseritamente pretermessa non riveste comunque i caratteri della decisività, dato che la sussistenza del diritto a percepire il compenso in questione presuppone un quadro di condizioni ben più articolato di quello prospettato dai ricorrenti, dal giudice di merito ritenuto non sussistente.

4. Con il quarto motivo del ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), violazione e falsa applicazione dell’art. 91 c.p.c. e del D.M. 10 marzo 2014, n. 55.

Si sostiene che la sentenza impugnata avrebbe erroneamente applicato le tabelle di cui al D.M. n. 55 del 2014, anche in relazione al giudizio di primo grado, che si era invece concluso in data antecedente la sua entrata in vigore. Oltre a ciò, la liquidazione sarebbe esorbitante, a fronte di una decisione del Tribunale che aveva statuito la condanna per soli Euro 1.650, tanto più che la S. nell’atto di appello nulla aveva detto con riguardo alla regolazione delle spese.

4.1. Osserva il Collegio che la censura, pur contenendo un rilievo esatto, non può tuttavia essere accolta.

E’ certamente fondata la doglianza nella parte in cui lamenta che la sentenza impugnata abbia proceduto alla liquidazione delle spese del giudizio di primo grado sulla base di una tariffa che non poteva essere applicata in relazione a quel segmento processuale, in quanto entrata in vigore in un momento successivo alla sua conclusione (v. la sentenza 18 dicembre 2012, n. 23318).

Ciò nonostante, l’esattezza della censura non giova ai ricorrenti, per le seguenti ragioni. Ed infatti il motivo si risolve nell’argomento secondo cui il giudice di appello, una volta riformata la decisione di primo grado, avrebbe dovuto confermare il quantum della liquidazione compiuta dal Tribunale, ponendola a carico della parte divenuta soccombente. Simile censura è chiaramente generica per ciò che concerne l’entità della liquidazione compiuta dalla Corte d’appello, riguardo alla quale non viene indirizzata alcuna precisa critica, come invece deve essere quando il provvedimento di liquidazione delle spese di lite viene fatto oggetto di ricorso per cassazione (per esempio, adducendo e dimostrando il superamento dei massimi della tariffa applicabile). Nè può d’altra parte sostenersi, come fanno i ricorrenti, che la mancata impugnazione nell’atto di appello, da parte della S., della liquidazione compiuta dal Tribunale ne abbia determinato una sorta di irrevocabilità, poichè la statuizione sulle spese è accessoria rispetto a quella di merito, sicchè l’appello sul merito mette in discussione anche il provvedimento sulle spese; per cui la liquidazione in misura più elevata compiuta nella sentenza impugnata non implica alcun vizio di ultrapetizione.

5. Il ricorso, pertanto, è rigettato.

A tale esito segue la condanna dei ricorrenti in solido al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate ai sensi del D.M. 10 marzo 2014, n. 55.

Pur sussistendo, in astratto, le condizioni di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, tale obbligo va escluso, trattandosi di ricorso esente per legge, attesa la natura della controversia.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 2.800, di cui Euro 200 per spese, oltre spese generali ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 16 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 13 ottobre 2016

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