Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2062 del 29/01/2010

Cassazione civile sez. III, 29/01/2010, (ud. 14/12/2009, dep. 29/01/2010), n.2062

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VARRONE Michele – Presidente –

Dott. FILADORO Camillo – Consigliere –

Dott. FINOCCHIARO Mario – Consigliere –

Dott. LANZILLO Raffaella – Consigliere –

Dott. D’AMICO Paolo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 19758/2005 proposto da:

A.A., (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

Roma, Via Ottaviano n. 91, presso lo studio dell’Avv. Gabriele

D’Ottavio con in 89125 – Reggio Calabria, Via Zecca n. 7, giusta

delega in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

TORO ASSICURAZIONI SPA, (OMISSIS), in persona dell’Amministratore

delegato dott. S.S., elettivamente domiciliata in ROMA,

VIA F.M. POGGIOLI 1, presso lo studio dell’avvocato ROGANI RAFFAELE,

che lo rappresenta e difende giusta delega in calce al controricorso;

– controricorrente –

e contro

R.G.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 32/2005 della CORTE D’APPELLO di REGGIO

CALABRIA, emessa il 3 febbraio 2005, depositata il 04/03/2005; R.G.N.

425/2002. udita la relazione della causa svolta nella pubblica

udienza del 14/12/2009 dal Consigliere Dott. PAOLO D’AMICO;

udito l’Avvocato Gabriele D’Ottavio;

udito l’Avvocato Raffaele ROGANI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PRATIS Pierfelice che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con citazione del 16 novembre 1988 A.A., deducendo di aver riportato, a seguito di un incidente stradale, una serie di lesioni che gli avevano causato un’invalidità permanente del 45 % e un’inabilità temporanea di cento giorni, chiamava in giudizio innanzi al Tribunale di Palmi, R.G., presunto responsabile del sinistro stesso e la società Toro Assicurazioni per sentirli condannare in solido al risarcimento dei relativi danni.

Entrambi i convenuti si costituivano chiedendo il rigetto della domanda e negando che la responsabilità dell’evento dannoso potesse attribuirsi per intero al R., avendovi invece contribuito lo stesso danneggiato con il suo comportamento imprudente.

Con sentenza del 5 aprile 2002 il Tribunale in composizione monocratica, riconosciuto e dichiarato il concorso di colpa dell’attore nella misura del 25%, condannava i convenuti, in solido, al pagamento in favore dell’ A. della complessiva somma di Euro 71.650,65 già comprensiva di rivalutazione ed interessi, nonchè al rimborso dei 2/3 delle spese di lite.

In particolare, per quanto riguarda la quantificazione dei danni, il giudice riteneva: a) che le lesioni riportate dall’attore, quali accertate attraverso le consulenze tecniche, avevano causato un’ invalidità permanente nella misura del 28%, un’incapacità temporanea assoluta di 40 giorni e un’incapacità temporanea parziale di 60 giorni; b) che il danno biologico subito dall’ A. per effetto di quelle lesioni poteva essere liquidato equitativamente in complessivi Euro 43.724,00, oltre accessori; c) che l’importo perciò dovuto all’attore per il danno biologico da invalidità permanente e da inabilità temporanea ammontava a complessivi Euro 57.320,52 già decurtato della percentuale di concorso di colpa ex art. 1227 c.c.;

d) che il danno morale poteva essere liquidato nella misura di Euro 14.330,13, pari a 1/4 del danno biologico, già comprensiva di rivalutazione ed interessi e decurtata della percentuale di colpa attribuita all’attore; e) che nessun risarcimento poteva essere riconosciuto all’ A. per il dedotto danno patrimoniale da lesione alla capacità lavorativa specifica, non avendo egli provato che la menomazione fisica avesse inciso sulla capacità di svolgimento della relativa attività e questa, a sua volta, sulla sua capacità di guadagnare e di produrre ricchezza.

Avverso la sentenza proponeva appello l’ A..

Resisteva all’impugnazione la società Toro, mentre il R. restava contumace.

Con sentenza n. 32/05 la Corte d’Appello di Reggio Calabria accoglieva l’appello, dichiarava che il sinistro per cui è causa sì era verificato per esclusiva responsabilità del R. e condannava gli appellati in solido al pagamento in favore dell’appellante della complessiva somma di Euro 97.778,51, già rivalutata, oltre accessori.

Proponeva ricorso per cassazione A.A..

Resisteva con controricorso la Toro Assicurazioni.

Non svolgeva attività difensiva R.G..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo del ricorso A.A. denuncia “Violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5 per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, prospettato dalle parti o rilevabile d’ufficio”.

Secondo parte ricorrente i giudici di appello hanno omesso di considerare che le tre consulenze tecniche svolte nel corso del processo e disposte sulla persona dello stesso A. hanno accertato l’esistenza di una sindrome ansioso depressiva; che l’omesso esame di tutto il materiale sanitario in atti configura un vizio di motivazione; che la motivazione dei giudici del merito circa l’assenza della suddetta sindrome è apodittica.

La deduzione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata con ricorso per cassazione conferisce infatti al giudice di legittimità non il potere di riesaminare il merito dell’intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, bensì la sola facoltà di controllare, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale, le argomentazioni svolte dal giudice di merito, al quale spetta in via esclusiva il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad essi sottesi, dando così liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti (salvo i casi tassativamente previsti dalla legge); ne consegue che il preteso vizio di motivazione, sotto il profilo della omissione, insufficienza o contraddittorietà della medesima, può dirsi sussistente solo quando, nel ragionamento del giudice di merito, sia rinvenibile traccia evidente del mancato (o insufficiente) esame dei punti decisivi della controversia, prospettato dalle parti o rilevabile d’ufficio, ovvero quando esista insanabile contrasto tra le argomentazioni complessivamente adottate, tale da non consentire l’identificazione del procedimento logico- giuridico posto a base della decisione (Cass. 27.4.2005, n. 8718).

Facendo corretta applicazione di tali criteri decisionali ha affermato al riguardo l’impugnata sentenza che la sindrome ansioso- depressiva diagnosticata dal terzo Ctu non trova adeguato supporto nella documentazione clinica allegata agli atti: infatti il predetto consulente ha diagnosticato tale patologia sulla scorta delle risultanze della consulenza nEurologica, ma il nEurologo ha accertato soltanto una “sindrome vertiginosa di verosimile natura labirintica con acufeni e ipoacusia”, senza fare alcuna diagnosi di sindrome ansioso-depressiva “che è una patologia ben diversa dalla prima e anche dal semplice stato di ansia documentato da qualche certificato medico”.

Per tali ragioni, considerato che le valutazioni dell’impugnata sentenza sono valutazioni di merito e che esse si discostano dalle risultanze della ctu con motivazione esauriente e corretta sul piano logico-giuridico, il motivo appena esaminato deve essere respinto.

Con il secondo mezzo si denuncia “Violazione dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 in relazione all’art. 2909 c.c. e L. 26 febbraio 1977, n. 39, art. 4; nonchè per omessa, insufficiente o con-traddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, prospettato dalle parti o rilevabile d’ufficio”.

Secondo parte ricorrente il giudice d’appello, alla luce di quanto emerso in corso di causa, avrebbe dovuto presumere che la sua futura capacità di guadagno avesse subito una certa riduzione a seguito della diminuzione della capacità lavorativa specifica. Per tale ragione l’ A. considera quindi la conclusione della Corte apodittica e frutto di sai-ti e discrasie logiche.

Appare chiaro, in altri termini, secondo parte ricorrente, che i giudici d’appello hanno omesso di valutare sia la presunzione in forza della quale dalla invalidità permanente conseguente alle lesioni riportate nell’incidente stradale può essere dimostrata la riduzione della capacità di guadagno, sia il contenuto delle testimonianze assunte in giudizio e di tutta la documentazione acquisita in atti.

Sempre ad avviso dell’ A. è invece ultronea, rispetto all’oggetto della domanda di risarcimento del danno patrimoniale derivante dalla riduzione della capacità di guadagno, l’affermazione che non sussiste nesso di causalità fra l’invalidità da lui stesso subita e l’estirpazione del vigneto.

I giudici avrebbero ancora violato il D.L. n. 857 del 1976, art. 4 secondo cui i redditi possono essere provati anche indipendentemente dalle denunce fiscali e senza alcuna limitazione. Soprattutto avrebbero ignorato che secondo il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 41, comma 3 i redditi agrari sono determinati in base alle risultanze catastali, mentre il reddito in concreto prodotto non poteva che essere fornito con la prova per testi e la documentazione dell’ispettorato agrario.

Il motivo è infondato.

Secondo un consolidato indirizzo giurisprudenziale infatti, tra lesione della salute e diminuzione della capacità di guadagno non sussiste alcun rigido automatismo, per cui in presenza di una lesione della salute, anche di non modesta entità, non può ritenersi ridotta in egual misura la capacità di produrre reddito, ma il soggetto leso ha sempre l’onere di allegare e provare, anche mediante presunzioni, che l’invalidita permanente abbia inciso sulla capacità di guadagno (Cass., 29 aprile 2006, n. 10031).

In altri termini, mentre l’invalidità permanente (totale o parziale) concorre di per sè a dar luogo a danno biologico, la stessa non comporta necessariamente anche un danno patrimoniale, a tal fine occorrendo che il giudice, oltre ad accertare in quale misura la menomazione fisica abbia inciso sulla capacità di svolgimento dell’attività lavorativa specifica e questa, a sua volta, sulla capacità di guadagno, accerti se ed in quale misura in tale soggetto persista o residui, dopo e nonostante l’infortunio subito, una capacità ad attendere ad altri lavori, confacente alle sue attitudini e condizioni personali ed ambientali, ed altrimenti idonei alla produzione di altre fonti di reddito, in luogo di quelle perse o ridotte. Solo se dall’esame di detti elementi risulti una riduzione della capacità di guadagno e del reddito effettivamente percepito, questo (e non la causa di questo, cioè la riduzione della capacità di lavoro specifica) è risarcibile sotto il profilo del lucro cessante.

La relativa prova incombe al danneggiato e può essere anche presuntiva, purchè sia certa la riduzione della capacità di lavoro specifica (Cass., 23 gennaio 2006, n. 1230).

Nel caso di specie la Corte d’Appello, con accertamento di merito non sindacabile in cassazione in quanto congruamen-te motivato ed immune da vizi logici o giuridici, ha ritenuto che l’invalidità permanente residuata all’appellante non ha avuto alcuna incidenza causale sulla capacità lavorativa specifica di avvocato, come invece sostenuto nella relazione del Ctu L..

Quanto poi all’attività di gestione di terreni dell’ A. la Corte ha insindacabilmente ritenuto che le prove testimoniali sono de relato o frutto di valutazioni personali, mentre del reddito agricolo non vi è prova nelle dichiarazioni dei redditi prodotte.

Nè vale, sotto questo profilo, fare riferimento al D.L. n. 857 del 1976, art. 4 in tema di determinazione del reddito agricolo, che può essere utilizzato ai fini della quantificazione del danno qualora lo stesso sia stato in concreto accertato (mentre nel caso di specie tale accertamento non vi è stato). Non vale, per la stessa ragione, il richiamo al D.P.R. n. 917 del 1986, art. 29, comma 3 sulla determinazione dei redditi agrari giacchè anche in questo caso occorreva provare che la menomazione fisica aveva inciso sulla capacità di svolgimento dell’attività agricola da parte dell’attuale ricorrente.

In conclusione, per tutte le ragioni che precedono, il ricorso deve essere rigettato, mentre si ritiene sussistano giusti motivi per l’integrale compensazione delle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, il 14 dicembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 29 gennaio 2010

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