Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20609 del 29/09/2020

Cassazione civile sez. trib., 29/09/2020, (ud. 26/02/2020, dep. 29/09/2020), n.20609

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANZON Enrico – Presidente –

Dott. CATALLOZZI Paolo – Consigliere –

Dott. PUTATURO DONATI VISCIDO DI NOCERA M.G. – Consigliere –

Dott. CASTORINA Rosaria M. – Consigliere –

Dott. DINAPOLI Marco – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 2715/2013 R.G. proposto da:

Fortuna s.r.l. in liquidazione in persona del liquidatore sig.ra

L.W., rappresentata e difesa dall’avv. Carlo Acquaviva del Foro

di Roma, elettivamente domiciliata presso lo studio del predetto

avvocato in Roma via Ceresio n. 24, come da procura speciale in

calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle entrate in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso

la quale è domiciliata in Roma, via dei Portoghesi n. 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della

Lombardia n. 73/29/2012, depositata il 15 giugno 2012.

Udita la relazione svolta dal Consigliere Marco Dinapoli nella camera

di consiglio del 26 febbraio 2020.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

La società Fortuna s.r.l., ora in liquidazione, impugnava in primo grado l’avviso di accertamento n. (OMISSIS) con cui l’Agenzia delle entrate, ufficio di Milano 2, aveva accertato un maggior reddito imponibile per l’anno di imposta 2004, con conseguente recupero a tassazione di maggiori imposte Ires, Irap e Iva, oltre sanzioni e interessi, in applicazione degli studi di settore.

La Commissione tributaria provinciale di Milano accoglieva il ricorso con sentenza n. 58/02/2011, avverso cui l’Agenzia delle entrate proponeva appello.

La Commissione tributaria regionale della Lombardia, con la sentenza indicata in epigrafe, in riforma integrale della sentenza di primo grado, accoglieva l’appello e confermava la legittimità dell’avviso di accertamento. Premessa la scarna ed erronea motivazione della sentenza di primo grado, la sentenza riteneva che fosse stato correttamente applicato lo studio di settore, le cui risultanze erano state integrate anche da altri elementi di valutazione, quali: -) l’elevato importo del prezzo di cessione del ramo di azienda bar tavola fredda (550.000 Euro di cui 539.000 per avviamento); -) l’ubicazione del bar in un noto centro commerciale; -) la prosecuzione dell’attività anche negli anni succe1vi; -) l’elevato importo del compenso corrisposto all’amministratore nell’anno 2005 (Euro 102.805,00) successivo a quello accertato. Riteneva poi che la contribuente non avesse fornito alcuna prova idonea a superare la presunzione di maggior reddito riveniente dall’applicazione dello studio di settore.

La contribuente ricorre per cassazione avverso la sentenza di appello con quattro motivi e chiede cassarsi la sentenza impugnata con ogni conseguente statuizione anche in ordine alle spese di lite di tutti i gradi di giudizio. l’Agenzia deposita controricorso e chiede dichiararsi inammissibile o rigettarsi il ricorso principale, con ogni conseguenza di legge. La società, infine, deposita memoria ex art. 380 bis c.p.c. a sostegno ed ulteriore esplicazione dei motivi del ricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.- Il primo motivo di ricorso denunzia violazione e falsa applicazione del D.L. 30 agosto 1993, n. 331, art. 62 sexies, della L. 8 maggio 1998, n. 146, art. 10, comma 1, dell’art. 53 Cost., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3. Omessa e/o insufficiente motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5 perchè la sentenza impugnata avrebbe erroneamente attribuito valore di presunzione di maggior reddito ad uno scostamento fra il reddito dichiarato e quello risultante dallo studio di settore dell’8,41% che non costituirebbe la “grave incongruenza” richiesta dal D.L. n. 331 del 1993, art. 62 sexies. Inoltre avrebbe omesso di motivare sulla dedotta lieve entità dello scostamento, tanto più in considerazione del fatto che il bar aziendale è stato ceduto l’11 novembre 2004 e valutando l’incidenza del periodo mancante alla fine dell’anno (gg.50) la percentuale dello scostamento risulterebbe ancora minore.

2.-Il secondo motivo di ricorso denunzia violazione e falsa applicazione del D.L. 30 agosto 1993, n. 331, art. 62 sexies, della L. 8 maggio 1998, n. 146, art. 10, comma 1, dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 Omessa e/o insufficiente motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5. Erroneamente la sentenza attribuisce alla contribuente l’onere di provare la propria regolarità contributiva in presenza di un “lieve scostamento”, inidoneo da solo a determinare l’inversione dell’onere della prova, perchè non costituente “grave incongruenza”. Omessa motivazione sul punto nonostante le deduzioni della società.

3.- Il terzo motivo di ricorso denunzia omessa e/o insufficiente motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5 e lamenta l’incongruità della motivazione della sentenza impugnata, che argomenta dall’alta redditività del bar, mentre invece l’avvenuta cessione a terzi del bar l’11 novembre 2004, proprio perchè ritenuto “ad alta redditività”, costituirebbe una giustificazione dello scostamento contestato, essendo mancati i redditi per il periodo successivo alla cessione. Incongruente sarebbe anche la ritenuta continuazione dell’attività negli anni successivi e la corresponsione del compenso all’amministratore nell’anno 2005, perchè l’attività ceduta era l’unica produttrice di ricavi.

4.- Il quarto motivo di ricorso denunzia omessa e/o insufficiente motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5 Sarebbe contraddittoria la motivazione della sentenza impugnata perchè, avendo ritenuto che la società producesse un elevato fatturato, avrebbe dovuto ricalcolare i maggiori ricavi da studio di settore, deducendo quelli successivi alla cessione del bar, mentre invece ha sostenuto il contrario, con la incongrua deduzione che la vendita non costituirebbe prova valida per il superamento della presunzione di maggiore redditività.

5.- I primi due motivi di ricorso sono inammissibili. In primo luogo perchè formulati in maniera perplessa. Infatti essi prospettano promiscuamente due diversi vizi di legittimità, con una tecnica espositiva consistente nell’accomunare gli stessi argomenti sotto una rubrica plurima, per cui non è agevole cogliere a quale vizio specifico si riferisca ciascun argomento. Inoltre il vizio di motivazione della sentenza viene denunziato come “omessa e/o insufficiente motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio” che non corrisponde nè al testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 come sostituito dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83 convertito in L. 7 agosto 2012, n. 134 (omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione fra le parti), nè al testo precedente dello stesso articolo (omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia prospettato dalle parti o rilevabile d’ufficio). Inoltre anche i tre vizi della motivazione previsti dalla norma abrogata erano eterogenei tra loro, onde la necessità di una puntuale specificazione da parte del ricorrente del tipo di vizio lamentato, che nella formulazione dei motivi di ricorso però non si ravvisa.

Il giudizio di cassazione è fondato sulla critica vincolata della sentenza impugnata, ed è delimitato dai motivi di ricorso, che assumono una funzione identificativa, condizionata dalla loro formulazione tecnica con riferimento alle ipotesi tassative formalizzate dal codice di rito; ogni motivo di ricorso, dunque, deve necessariamente possedere i caratteri della tassatività e della specificità ed esige una precisa enunciazione del vizio denunciato nell’ambito di in una delle categorie logiche previste dall’art. 360 c.p.c.; pertanto non rientra nei poteri della Corte quello di interpretare i motivi di ricorso proposti in maniera promiscua o perplessa dalle parti, specificandone quale sia a suo giudizio il contenuto.

5.1- In secondo luogo i motivi contrastano il merito della decisione. Infatti l’apprezzamento in ordine alla gravità, precisione e concordanza degli indizi posti a fondamento dell’accertamento effettuato con metodo presuntivo (e quindi anche dell’esistenza di una grave incongruenza fra il dichiarato e l’accertato) attiene alla valutazione dei mezzi di prova ed è pertanto rimesso in via esclusiva al giudice di merito, per cui le censure formulate si risolvono nell’invito ad una rilettura degli elementi di fatto dedotti in causa, inammissibile in questa sede.

5.2- Si rileva comunque che la sentenza impugnata, contrariamente a quanto prospettato dalla ricorrente, ha fatto corretta applicazione dei principi in materia di ripartizione dell’onere della prova in questa materia affermati da questa Corte, in base ai quali “l’onere della prova (…) è così ripartito: a) all’ente impositore fa carico la dimostrazione dell’applicabilità dello standard prescelto al caso concreto oggetto dell’accertamento; b) al contribuente (…) fa carico la prova della sussistenza di condizioni che giustificano l’esclusione dell’impresa dall’area dei soggetti cui possano essere applicati gli standard o della specifica realtà dell’attività economica nel periodo di tempo cui l’accertamento si riferisce” (Cass. SS.UU. n. 26635/2009).

6.- Il terzo e quarto motivo di ricorso presentano la stessa formulazione perplessa evidenziata sopra al punto 5- come causa di inammissibilità. Infatti denunziano “omessa e/o insufficiente motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio” ma poi lamentano l’incongruità o la contraddittorietà della motivazione, che si sostanzia, però, nella rivalutazione della decisione di merito, previa rivisitazione del materiale probatorio acquisito, inammissibile in sede di legittimità

6.1- Si rileva in ogni caso che, secondo risalente orientamento di questa Corte, al giudice di merito non può imputarsi di avere omesso l’esplicita confutazione delle tesi non accolte o la particolareggiata disamina degli elementi di giudizio non ritenuti significativi, giacchè nè l’una nè l’altra gli sono richieste, mentre soddisfa l’esigenza di adeguata motivazione che il raggiunto convincimento risulti da un esame logico e coerente, non già di tutte le prospettazioni delle parti e le emergenze istruttorie, bensì solo di quelle ritenute di per sè sole idonee e sufficienti a giustificarlo. (cfr. Cass. V, 9/3/2011, n. 5583).

6.2- La sentenza impugnata, all’esito della valutazione del materiale probatorio acquisito, ha ritenuto assorbenti e decisive le risultanze dello studio di settore alla luce degli altri elementi di supporto evidenziati sopra nella parte dei “fatti di causa”, e recessive, pertanto, le altre questioni di fatto e di diritto proposte dalla contribuente. E’ stata correttamente valutata quindi la valenza dimostrativa del quadro probatorio complessivo, in cui gli elementi ritenuti di supporto alle risultanze dello studio di settore non forniscono, ciascuno da solo, la prova della fondatezza della pretesa tributaria, ma tutti insieme, l’uno alla luce dell’altro, conducono a questo risultato. Non coglie nel segno, quindi, la critica alla decisione mossa nel ricorso con valutazione atomistica di ogni singolo elemento, tecnica che attribuisce impropriamente alle osservazioni svolte nella sentenza impugnata una valenza decisoria diversa da quella che in effetti dispiegano.

7.- In conclusione, per i motivi indicati, il ricorso della Fortuna s.r.l. in liquidazione deve essere rigettato, con la conseguente condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali di questo giudizio come liquidate in dispositivo.

PQM

la Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali, liquidate in Euro,4000,00 (quattromila) complessivi oltre spese prenotate a debito.

Dà atto della sussistenza dei presupposti per il raddoppio del contributo versato da parte della ricorrente ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 26 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 29 settembre 2020

 

 

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