Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20606 del 31/07/2019

Cassazione civile sez. trib., 31/07/2019, (ud. 09/04/2019, dep. 31/07/2019), n.20606

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRUCITTI Roberta – Presidente –

Dott. GIUDICEPIETRO Andreina – Consigliere –

Dott. CATALDI Michele – rel. Consigliere –

Dott. CONDELLO Pasqualina A.P. – Consigliere –

Dott. BERNAZZANI Paolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 13013-2013 proposto da:

SEIAC SRL, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA AJACCIO 14, presso

lo studio dell’avvocato ANTONIO COLAVINCENZO, rappresentato e difeso

dall’avvocato GIORGIO PALMA;

– ricorrenti –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 298/2012 della COMM. TRIB. REG. della

Campania, SEZ. DIST. di SALERNO, depositata il 06/11/2012;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

09/04/2019 dal Consigliere Dott. MICHELE CATALDI.

Fatto

RILEVATO

che:

1. L’Agenzia delle entrate ha notificato alla S.E.I.A.C. s.r.l. avviso di accertamento, relativo all’anno d’imposta 2004, con il quale rilevato che la stessa società, considerati anche i redditi medi dichiarati nel triennio antecedente, aveva dichiarato un ammontare dei ricavi non congruo, in quanto inferiore ai dati derivanti dall’applicazione degli studi di settore di cui al D.L. 30 agosto 1993, n. 331, art. 62-bis, convertito dalla L. 29 ottobre 1993, n. 427, nella versione vigente ratione temporis – all’esito del contraddittorio preventivo con la contribuente ha rettificato, ai fini IVA, IRES ed IRAP, il reddito imponibile di quest’ultima, imputandole ricavi maggiori di quelli dichiarati.

2. Avverso tale accertamento la società contribuente ha proposto ricorso dinnanzi alla Commissione tributaria provinciale di Avellino, che lo ha parzialmente accolto, riducendo il maggior reddito imponibile “al 25% dell’accertato.”.

3. Sia l’Agenzia delle Entrate che la società contribuente hanno impugnato la sentenza di primo grado dinnanzi alla Commissione tributaria regionale della Campania, che, riunite le impugnazioni, le ha decise congiuntamente con la sentenza n. 298/2/12, depositata il 6 novembre 2012, che reca il seguente dispositivo: “La Commissione accoglie l’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate di (OMISSIS) e riforma in toto la sentenza impugnata confermando la legittimità dell’accertamento opposto. Compensa tra le parti le spese del giudizio.”

4. Avverso la sentenza d’appello ha proposto ricorso per la cassazione la società contribuente, formulando due motivi.

5. L’Ufficio si è costituito notificando e depositando controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo la contribuente ha censurato la decisione impugnata per “violazione D.Lgs. n. 546 del 1992, ex art. 36, (relativamente all’art. 360 c.p.c. n. 5), poichè non si è pronunciata su di un aspetto essenziale della controversia relativo alla carenza di motivazione dell’accertamento impugnato – combinato disposto della L. n. 241 del 1990, art. 3, e D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, – non recando l’atto notificato alla parte alcuna giustificazione relativa alla mancata valutazione delle eccezioni e rilievi sollevati dalla S.E.I.A.C. s.r.l. in sede di contraddittorio.”.

1.1. Il motivo è inammissibile, poichè, sin dalla sua intestazione, ma anche nel suo contenuto, si presenta come un’indistinta, ed indistinguibile, congerie di censure di natura diametralmente opposta, neppure tra loro interamente conciliabili, cosicchè non è dato individuare in maniera univoca il vizio della sentenza impugnata che la ricorrente abbia effettivamente inteso proporre e per quali argomentazioni.

Infatti, il riferimento, nella rubrica del motivo ed in alcune parti della sua esposizione, alla circostanza che la sentenza impugnata non si sarebbe pronunciata sulla questione relativa alla pretesa carenza di motivazione dell’atto impositivo, dovrebbe configurare eventualmente una ipotesi di violazione dell’art. 112 c.p.c., denunciabile ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4. Tuttavia, non solo la ricorrente non ha menzionato tale ultima norma nell’intestazione e nel corpo dell’esposizione del primo motivo, ma neppure, nella stessa sede, ha individuato le coordinate (relative quanto meno al puntuale contenuto ed alla sede di introduzione nel giudizio) della sua specifica domanda o eccezione, formulata e riproposta nei gradi di merito, rispetto alla quale dovrebbe configurarsi l’omissione di pronuncia in ipotesi denunciata. Inoltre, la stessa ipotetica omissione di pronuncia è in contraddizione con la contestuale allusione ad un vizio di motivazione della stessa sentenza d’appello, che presuppone invece che una decisione vi sia stata, sebbene non adeguatamente motivata.

A sua volta, il vizio della motivazione della sentenza della CTR, oltre che contraddittorio con l’evocata omessa pronuncia, è comunque ex se inammissibile, in quanto formulato ed argomentato con riferimento a parametri (“aspetto essenziale della controversia”, “mancato o deficiente esame di punti decisivi della controversia”) estranei all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come novellato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, applicabile ratione temporis, che impone di individuare un “fatto” (decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti) che il giudice a quo abbia omesso di esaminare.

Infine, l’ipotetica denuncia, all’interno del primo motivo di ricorso, di una violazione di legge rilevante ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, appare in contraddizione sia con la stessa struttura del ricorso (che riserva il vizio di violazione di legge, relativo all’utilizzazione degli studi di settore, al successivo secondo motivo), che con la contestuale evocazione dell’omessa pronuncia sulla relativa questione.

2. Con il secondo motivo la contribuente ha censurato la decisione impugnata “Con richiamo all’art. 360 c.p.c., comma 3, – violazione combinato disposto ex art. 2697 c.c., e del D.L. n. 331 del 1993, art. 62-sexies, in riferimento all’eccezione di inapplicabilità “assoluta” degli studi di settore ai fini delle operazione di rideterminazione induttiva dei redditi per insussistenza di autonoma “efficacia probatoria” degli stessi.”.

2.1. Il motivo è infondato.

Infatti, dalla lettura del complesso del contenuto della censura pare ricavarsi che la ricorrente critichi la sentenza d’appello per avere essa attribuito valore di presunzione legale relativa allo scostamento dei ricavi dichiarati, nell’anno d’imposta controverso, dalla contribuente rispetto a quelli indicati dagli studi di settore ad essa conferenti.

Sul punto, questa Corte ha già precisato che:

“La procedura di accertamento tributario standardizzato mediante l’applicazione dei parametri o degli studi di settore costituisce un sistema di presunzioni semplici, la cui gravità, precisione e concordanza non è “ex lege” determinata dallo scostamento del reddito dichiarato rispetto agli “standards” in sè considerati – meri strumenti di ricostruzione per elaborazione statistica della normale redditività – ma nasce solo in esito al contraddittorio da attivare obbligatoriamente, pena la nullità dell’accertamento, con il contribuente. In tale fase, infatti, quest’ultimo ha la facoltà di contestare l’applicazione dei parametri provando le circostanze concrete che giustificano lo scostamento della propria posizione reddituale, con ciò costringendo l’ufficio – ove non ritenga attendibili le allegazioni di parte – ad integrare la motivazione dell’atto impositivo indicando le ragioni del suo convincimento. Tuttavia, ogni qual volta il contraddittorio sia stato regolarmente attivato ed il contribuente ometta di parteciparvi ovvero si astenga da qualsivoglia attività di allegazione, l’ufficio non è tenuto ad offrire alcuna ulteriore dimostrazione della pretesa esercitata in ragione del semplice disallineamento del reddito dichiarato rispetto ai menzionati parametri.” (Cass., 30/10/2018, n. 27617);

“In tema di accertamento mediante studi di settore, al fine di superare la presunzione di reddito determinata dalla procedura standardizzata, grava sul contribuente l’onere di dimostrare, attraverso informazioni ricavabili da fonti di prova acquisite al processo con qualsiasi mezzo, la sussistenza di circostanze di fatto tali da far discostare la sua attività dal modello normale al quale i parametri fanno riferimento e giustificare un reddito inferiore a quello che sarebbe stato normale in virtù di detta procedura.” (Cass., 15/01/2019,n. 769).

Nel caso di specie, il giudice a quo, per quanto sinteticamente e con l’impropria attribuzione agli studi di settore di “una obbiettiva anche se generica valenza”, si è adeguato, nella sostanza, ai criteri appena richiamati, laddove ha dato atto sia dell’incontestata incongruità dei ricavi dichiarati dalla società ricorrente, rispetto agli “standards” medi di riferimento; sia della mancata offerta, da parte della stessa contribuente (il cui invito al contraddittorio preventivo, concretamente svoltosi, risulta dalla stessa riproduzione, nel ricorso, di parte dell’accertamento), di adeguate ragioni, supportate dai relativi elementi istruttori, che possano giustificare tale divario. Pertanto, l’accertamento è stato confermato dalla CTR non esclusivamente sulla base della presunzione derivante dal discostamento dei ricavi dichiarati dalla contribuente rispetto a quelli determinati dallo studio di settore, ma in considerazione degli esiti del procedimento d’interazione tra tale dato oggettivo ed il contraddittorio tra le parti, sia preventivo all’emissione dell’accertamento che successivo e processuale. Il giudice a quo ha infatti ritenuto che la contribuente non abbia offerto elementi probatori idonei a giustificare lo scarto oggettivo in questione, escludendo peraltro che esso fosse credibile anche in considerazione dell’attività della stessa società, impegnata, nell’anno d’imposta in questione, in un ampio cantiere per la costruzione di edifici per civile abitazione.

Tale valutazione in fatto, da parte del giudice d’appello, non può essere criticata in questa sede di legittimità, se non eventualmente nei limiti consentiti dalla valida proposizione di una censura ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, che nel caso di specie difetta. Giova peraltro aggiungere, per completezza, che comunque la ricorrente neppure ha indicato puntualmente quali siano, e quando siano stati prodotti, gli elementi istruttori che dovrebbero sovvertire il predetto giudizio in fatto.

3. Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

PQM

Rigetta il ricorso;

condanna la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.500,00 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 9 aprile 2019.

Depositato in Cancelleria il 31 luglio 2019

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