Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20589 del 30/08/2017


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile, sez. VI, 30/08/2017, (ud. 16/06/2017, dep.30/08/2017),  n. 20589

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Presidente –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – rel. Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 18389/2016 proposto da:

C.S., rappresentata e difesa dall’Avvocato BOZENA KATIA

KOLAKOWSKA;

– ricorrente –

contro

CA.MA., rappresentata e difesa dall’Avvocato STEFANO

CARLO FERRARI;

– controricorrente –

e contro

AGL IMMOBILIARE SAS;

– intimata –

avverso l’ordinanza della CORTE D’APPELLO di MILANO, depositata il

03/05/2016.

Udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

16/06/2017 dal Consigliere ALBERTO GIUSTI.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

che Ca.Ma. ha convenuto in giudizio dinanzi al Tribunale di Milano C.S. per chiedere che venisse accertata la risoluzione del contratto preliminare stipulato con la convenuta il 3 giugno 2010 presso l’agenzia immobiliare AGL di Arluno – terza chiamata – per l’acquisto di una villa bifamiliare nel quartiere (OMISSIS), lamentando l’inadempimento della promittente venditrice che, mediante la terza chiamata AGL, aveva pubblicizzato e promesso in vendita come idoneo ad essere separatamente abitato da due nuclei familiari un immobile risultato, invece, suscettibile di ottenere il certificato di agibilità per una sola parte di superficie pari a 70 mq.;

che con sentenza n. 6652 del 2015 il Tribunale di Milano ha dichiarato la risoluzione del contratto stipulato inter partes per inadempimento della promittente venditrice e condannato quest’ultima alla restituzione della caparra oltre al risarcimento del danno corrispondente al compenso versato dalla Ca. in favore dell’agenzia immobiliare, ritenuta responsabile, a titolo di manleva, per la metà;

che la Corte d’appello, con ordinanza in data 3 maggio 2016, ha dichiarato inammissibile ex artt. 348-bis e 348-ter c.p.c., l’appello della C., ritenendolo privo di una ragionevole probabilità di accoglimento;

che per la cassazione dell’ordinanza della Corte d’appello la C. ha proposto ricorso, con atto notificato il 1 luglio 2016, sulla base di due motivi;

che l’intimata Ca. ha resistito con controricorso, mentre l’altra intimata – la AGL Immoobiliare s.a.s. – non ha svolto attività difensiva in questa sede;

che la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., è stata notificata alla parte ricorrente, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in Camera di consiglio;

che la ricorrente ha depositato una memoria illustrativa in prossimità della Camera di consiglio.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che il primo motivo denuncia violazione ed errata applicazione di norme di diritto, lamentando che la Corte d’appello abbia escluso una ragionevole probabilità di accoglimento del gravame;

che il secondo mezzo lamenta erronea interpretazione dell’art. 1453 c.c.;

che il ricorso è inammissibile, perchè proposto – non contro la sentenza di primo grado, ma – avverso l’ordinanza ex artt. 348-bis e 348-ter c.p.c., ed al di fuori dei casi in cui la stessa è eccezionalmente impugnabile per cassazione (cfr. Sez. Un., 2 febbraio 2016, n. 1914);

che deve essere disattesa l’affermazione, fatta dalla difesa della ricorrente in memoria, secondo cui l’impugnazione per cassazione sarebbe effettivamente rivolta (come ricavabile dalla prima pagina del ricorso) anche contro la sentenza del Tribunale;

che infatti, sebbene nell’epigrafe del ricorso per cassazione siano indicate come oggetto dell’impugnazione l’ordinanza della Corte d’appello di Milano depositata il 28 aprile 2016 e la sentenza del Tribunale di Milano del 28 maggio 2015, in realtà il ricorso è svolto unicamente nei confronti dell’ordinanza della Corte d’appello: lo si ricava, per tabulas, dalla quarta pagina del ricorso, dove, al termine dell’esposizione sommaria dei fatti di causa, e prima della illustrazione delle censure, è scritto “L’ordinanza 1887 dell’anno 2016 viene, pertanto, impugnata per i seguenti motivi di diritto”; nonchè dalla nona pagina del ricorso, nella quale, al termine della predetta illustrazione, si chiede che la Corte di cassazione “voglia cassare l’ordinanza n. 1887 dell’anno 2016, emanata dalla Corte d’appello di Milano, con rinvio per un nuovo esame nel merito”;

che d’altra parte, entrambe le censure articolate si rivolgono esclusivamente contro la decisione della Corte d’appello (l’unica depositata dalla ricorrente): lo dimostrano sia il primo motivo, con il quale, alla pagina quarta del ricorso, si addebita alla Corte d’appello di aver ritenuto di poter applicare il “filtro”, sia la denuncia svolta (alla pagina settima) con il secondo mezzo, con il quale “ci si chiede su quali basi la Corte d’appello abbia potuto rilevare la mala fede della C.”;

che neppure è condivisibile il rilievo, contenuto nella memoria, secondo cui alla ricorrente era data come unica chance quella di ricorrere per cassazione direttamente contro il provvedimento che ha posto termine al procedimento di appello: infatti, l’ordinanza della Corte di Milano è stata emessa nel suo ambito, ossia all’esito di un giudizio prognostico negativo circa la fondatezza nel merito del gravame, ed è stata impugnata non per vizi suoi propri costituenti violazioni della legge processuale;

che quindi il ricorso per cassazione contro l’ordinanza “filtro” della Corte d’appello è inammissibile;

che le spese, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza;

che ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17), applicabile ratione temporis (essendo stato il ricorso proposto successivamente al 30 gennaio 2013), ricorrono i presupposti per il raddoppio del versamento del contributo unificato da parte della ricorrente, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

PQM

 

dichiara il ricorso inammissibile e condanna la ricorrente al rimborso delle spese processuali sostenute dalla controricorrente, che liquida in complessivi Euro 3.700, di cui Euro 3.500 per compensi, oltre a spese generali nella misura del 15% e ad accessori di legge;

dichiara – ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17 – la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile – 2, il 16 giugno 2017.

Depositato in Cancelleria il 30 agosto 2017

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA