Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20588 del 30/08/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 30/08/2017, (ud. 16/06/2017, dep.30/08/2017),  n. 20588

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Presidente –

Dott. ORILIA Lorenzo – rel. Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 16999-2016 proposto da:

B.I., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE SANTA

TERESA 23, presso lo studio dell’avvocato PAOLO GRIMALDI,

rappresentato e difeso dall’avvocato GIANCARLO GRECO;

– ricorrente-

contro

AZIENDA SANITARIA PROVINCIALE AGRIGENTO, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIALE ANGELICO, 78, presso lo studio dell’avvocato ANTONIO

IELO, rappresentato e difeso dall’avvocato MARCELLA PERITORE;

– controricorrente-

avverso la sentenza n. 337/2016 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 22/02/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

16/06/2017 dal Consigliere Dott. LORENZO ORILIA.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1 I Tribunale di Palermo, con sentenza 28.9.2004, accolse la domanda di accertamento della proprietà e rilascio di un immobile in piazza (OMISSIS) proposta dalla Azienda USL n. (OMISSIS) di Agrigento contro C.A., rigettando la contrapposta riconvenzionale di accertamento della proprietà per usucapione spiegata dalla convenuta.

2 La Corte di Appello di Palermo con sentenza 25.8.2009 confermò tale decisione rigettando l’impugnazione della convenuta e questa Corte Suprema con ordinanza 14.1.2011taccolse il primo motivo di ricorso della C. sulla mancata concessione dei termini per il deposito delle comparse conclusionali e delle memorie di replica.

3 Con sentenza 22.2.2016 la stessa Corte d’Appello, quale giudice di rinvio, ha respinto nuovamente l’appello confermando così la decisione del primo giudice e, per giungere a tale conclusione, ha rilevato, sulla scorta dei rendiconti prodotti dal custode giudiziario dell’immobile, l’esistenza di un rapporto di locazione fino al 30.6.1974 e, dunque, la mancanza di prova in concreto, da parte dell’appellante, dell’interversione dell’originaria detenzione in possesso utile ai fini dell’usucapione.

4 Contro tale pronuncia ricorre per cassazione B.I. (in qualità di erede della C.) con due motivi a cui resiste la Azienda Sanitaria Provinciale di Agrigento con controricorso.

Il relatore ha proposto il rigetto per inammissibilità di entrambi i motivi.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1.1 Col primo motivo di ricorso si deduce violazione dell’art. 2909 c.c. – Violazione del giudicato interno, per avere la Corte d’Appello fondato il rigetto della riconvenzionale sulla mancanza di prova dell’interversione del possesso presupponendo così un contratto di locazione/mentre invece il Tribunale aveva accertato l’occupazione sine titulo e su tale statuizione, non impugnata, si era ormai formato il giudicato.

1.2 Col secondo motivo si denunzia violazione e falsa applicazione dell’art. 214 c.p.c., contestandosi l’affermazione della Corte di rinvio sulla necessità, per l’appellante, di provare la non appartenenza della firma all’avv. Ippolito e sulla non applicabilità dell’art. 214 c.p.c. ai rendiconti prodotti.

2.1 Il primo motivo è manifestamente infondato perchè si fonda su una lettura monca della sentenza di primo grado.

Il Tribunale di Palermo aveva infatti rilevato, sulla scorta della documentazione in atti, che la convenuta, sino al 1974, “aveva corrisposto al custode giudiziario di detto immobile avv. Ippolito una indennità di occupazione” e che la C. non aveva comprovato “alcun atto di interversione nel possesso” (v. pagg. 5 e 6 sentenza di primo grado).

Appare quindi evidente che anche secondo il primo giudice fino al 1974 la C. aveva un rapporto inquadrabile nella detenzione, e che la sua occupazione a partire dal 1974 era divenuta senza titolo e senza neppure la corresponsione del corrispettivo: così si spiega l’affermazione circa la mancanza di prova di un atto di interversione e quella richiamata dalla ricorrente – secondo cui “la convenuta continua ad occuparlo sine titolo senza corrispondere alcunchè”: tale ultima affermazione appare dunque del tutto in linea con il riconoscimento, anche da parte del Tribunale, di un pregresso titolo di occupazione (e del resto l’art. 1591 c.c., in tema di locazione prevede espressamente, per il conduttore in ritardo nella restituzione della cosa, l’obbligo di dare al locatore il corrispettivo convenuto fino alla consegna, salvo l’obbligo ulteriore di risarcire il maggior danno).

2.2 Anche la seconda censura è inammissibile, ma per un altro motivo: ove la sentenza sia sorretta da una pluralità di ragioni, distinte ed autonome, ciascuna delle quali giuridicamente e logicamente sufficiente a giustificare la decisione adottata, l’omessa impugnazione di una di esse rende inammissibile, per difetto di interesse, la censura relativa alle altre, la quale, essendo divenuta definitiva l’autonoma motivazione non impugnata, non potrebbe produrre in nessun caso l’annullamento della sentenza (v. Sez. 6 – L, Ordinanza n. 22753 del 03/11/2011 Rv. 619427; Sez. U, Sentenza n. 7931 del 29/03/2013 Rv. 625631): ebbene, nel caso in esame si verifica proprio tale situazione, perchè la Corte d’Appello, per sorreggere l’affermazione dell’esistenza di un precedente contratto di locazione e la mancanza di prova del mutamento della detenzione in possesso, ha utilizzato anche un’altra ratio decidendi, ed è quella fondata sulla produzione da parte dell’appellata, della copia autentica del rendiconto fino al 30.6.1974 redatto dall’avvocato Ippolito (custode giudiziario dell’appartamento) “recante in calce l’attestazione del Funzionario di Cancelleria in data 3.5.2004 secondo cui la predetta copia è stata estratta dal rendiconto del custode giudiziario contenuto nel fascicolo relativo al giudizio n. 3972/1965 del Tribunale di Palermo, avente ad oggetto l’eredità del defunto G.G.”: ratio, questa, del tutto autonoma e non attinta dall’impugnazione, sicchè, in base al predetto principio di diritto, si rivela priva di interesse la articolata critica sull’inapplicabilità al caso di specie della disciplina di cui all’art. 214 c.p.c..

In conclusione, il ricorso deve essere respinto con addebito di ulteriori spese alla ricorrente.

Considerato che il ricorso per cassazione è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è stato rigettato, ricorrono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto l’art. 13, comma 1 quater del testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 – della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 3.700,00 di cui Euro 200,00 per esborsi.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 – quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 – bis.

Così deciso in Roma, il 16 giugno 2017.

Depositato in Cancelleria il 30 agosto 2017

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