Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20588 del 29/09/2020

Cassazione civile sez. trib., 29/09/2020, (ud. 08/01/2020, dep. 29/09/2020), n.20588

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ZOSO Liana Maria Teresa – Presidente –

Dott. STALLA Giacomo Maria – Consigliere –

Dott. PAOLITTO Liberato – Consigliere –

Dott. PENTA Andrea – Consigliere –

Dott. TADDEI Margherita – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 16477-2016 proposto da:

VOLTA REAL ESTATE SRL in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA OSLAVIA 30, presso

lo studio dell’avvocato GIZZI FABRIZIO, rappresentato e difeso dagli

avvocati NIGRO BARBARA, MARINO GIUSEPPE giusta delega in calce;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 5642/2015 della COMM. TRIB. REG. di MILANO,

depositata il 28/12/2015;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

08/01/2020 dal Consigliere Dott. TADDEI MARGHERITA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

GIACALONE GIOVANNI che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito per il ricorrente l’Avvocato GIZZI per delega dell’avvocato

MARINO che ha chiesto l’accoglimento; udito per il controricorrente

l’avvocato VALENZANO che ha chiesto il rigetto.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

La srI Volta Real Estate ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza n. 5642/2015 della CTR Lombardia che ha dichiarato inammissibile il ricorso per revocazione proposto dalla società riguardo alla sentenza n. 4878/14, pronunciata dalla stessa Commissione Tributaria Regionale il 10.3.14. Tale ultima sentenza aveva accolto l’appello della Agenzia delle Entrate di Pavia, avverso la sentenza della CTP di Pavia n. 137/03/2012, che aveva accolto il ricorso della contribuente che lamentava l’intempestività dell’avviso di liquidazione delle imposte di registro, ipotecaria e catastale e l’illegittimità della revoca delle agevolazioni previste per i trasferimenti di immobili in aree soggette a piano urbanistico regolarmente approvato, in assenza di utilizzazione dell’area entro il termine di 5 anni dal trasferimento.

La CTR aveva dichiarato inammissibile il ricorso rilevando che i rilievi avanzati a sostegno della richiesta di revocazione della sentenza, vale a dire l’aver dato rilievo a normativa non applicabile alla fattispecie dedotta e ricorrente, era errore di puro diritto e non di fatto, unico peculiare impugnazione revocatoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con i motivi la ricorrente chiede, in via preliminare, di disporre la riunione del presente procedimento con quello pendente innanzi alla Corte, individuato con R.G n. 7697/15 ed avente ad oggetto la sentenza di cui si chiede la revocazione e successivamente, o in alternativa, di ordinare la sospensione di tale ultimo giudizio nell’attesa che sia definito l’odierno procedimento, in considerazione della pregiudizialità delle questioni in esso trattate.

Lamenta, poi, la violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 64, e dell’art. 395 c.p.c., n. 4, per avere, i Giudici della revocazione, sussunto l’errore in cui è incorso il Collegio di seconde cure (l’aver ritenuto fondato l’appello dell’Ufficio ritenendo di accogliere una doglianza in realtà mai dedotta da controparte nei propri atti) nella categoria dell’errore di diritto dichiarando, per l’effetto, inammissibile il ricorso per revocazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si duole, inoltre, dell’illegittimità dell’atto impositivo per violazione del D.P.R. n. 131 del 1986l, art. 76, comma 2, lett. a), stante l’intervenuta decadenza, per intempestività, dell’Ufficio dall’azione di liquidazione.

L’agenzia resiste con controricorso.

Va preliminarmente dato atto che la richiesta di riunione dei procedimenti non prospetta ragioni che facciano propendere per l’opportunità della stessa, data l’autonomia di essi che, peraltro, sono entrambi esaminati all’udienza odierna.

I motivi di ricorso, che possono essere esaminati congiuntamente, attesa l’evidente connessione logica, sono manifestamente infondati.

Come già rilevato correttamente dalla CTR della Lombardia, nel dichiarare inammissibile l’impugnazione, con il mezzo roposto non è stata configurata alcuna ipotesi di errore di fatto valutabile ai sensi dell’art. 395 c.p.c., n. 4; a norma del predetto articolo la valutazione della questione che ha costituito il punto controverso della fase di merito e che è stata, comunque, oggetto di indagini ermeneutiche ed accertamenti nel corso del processo di merito, (nel caso in esame – la decadenza del potere impositivo dell’Ufficio) non configura un l’errore revocatorio – come fatto “incontrastabilmente” escluso o come fatto “positivamente” accertato che postula la norma citata – bensì un “error in iudicando”, come tale preclusivo, appunto, dell’ipotesi revocatoria.

Secondo un consolidato principio giurisprudenziale (tra le molte:sentenza n. 6388 del 23/06/1999;n. 9835/12; n. 9637/13;n. 17847/16),l’errore di fatto che può dar luogo alla revocazione della sentenza consiste nella erronea percezione degli atti di causa che si sostanzia nella supposizione di un fatto la cui verità è incontrastatamente esclusa, oppure nella supposizione della inesistenza di un fatto la cui verità’ è positivamente stabilita, sempre che il fatto oggetto dell’asserito errore non abbia costituito un punto controverso sul quale la sentenza impugnata per revocazione abbia pronunciato. Siffatto genere di errore presuppone, quindi, il contrasto tra due diverse rappresentazioni dello stesso oggetto, una delle quali emergente dalla sentenza, l’altra dagli atti e documenti processuali, purchè, da un lato, la realtà desumibile dalla sentenza sia frutto di supposizione, e non di giudizio, e, dall’altro, quella risultante dagli atti e documenti non sia stata contestata dalle parti. Tale errore deve avere il carattere di assoluta immediatezza e di semplice e concreta rilevabilità, senza necessità di argomentazioni induttive, e, tanto meno, di particolari indagini ermeneutiche, e non è ravvisabile nella diversa ipotesi di errore costituente il frutto di un qualsiasi apprezzamento delle risultanze processuali.

Per altro verso si è anche osservato che ” l’individuazione della domanda e dell’oggetto della controversia da parte del giudice del merito non rientra assolutamente nella “materia” della revocazione, ma attiene al tema del nomen iuris (determinabile dal giudice) dell’istanza attorea ex art. 112 c.p.c., e, come tale, è del tutto al di fuori dell’art. 395 c.p.c., impropriamente posto dalla parte ricorrente a fondamento della censura in questione” (Cass. n. 15522/2002).

Alla luce dei principi che precedono, il ricorso è infondato e va perciò rigettato, con conseguente condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali che si liquidano in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese di giudizio, liquidate per compensi in Euro 7.300,00, oltre spese prenotate a debito

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, adunanza pubblica, il 8 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 29 settembre 2020

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