Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20567 del 29/09/2020

Cassazione civile sez. I, 29/09/2020, (ud. 10/09/2020, dep. 29/09/2020), n.20567

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. IOFFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso n. 16737-2016 r.g. proposto da:

AUTOSOCCORSO di P.P. e C. s.n.c. (cod. fisc. (OMISSIS)), con

sede in (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore

P.F., rappresentata e difesa, giusta procura speciale

apposta a margine del ricorso, dagli Avvocati Daniele Granara e

Federico Tedeschini, presso il cui studio è elettivamente

domiciliata in Roma, Largo Messico n. 7;

– ricorrente –

contro

V.O. (cod. fisc. (OMISSIS)), in proprio e nella qualità

di genitore esercente la potestà genitoriale sul figlio minore

P.L., rappresentata e difesa, giusta procura speciale apposta a

margine del controricorso, dagli Avvocati Angelo Paone e Maria Carla

Vecchi, elettivamente domiciliata in Roma, Viale Giulio Cesare n.

118, presso lo studio dell’Avvocato Vecchi.

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte di appello di Genova, depositata in

data 31.12.2015;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

10/9/2020 dal Consigliere Dott. Amatore Roberto;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CAPASSO Lucio, che ha chiesto dichiararsi il rigetto del ricorso;

udito, per la ricorrente, l’Avv. Daniele Granara, che ha chiesto

accogliersi il proprio ricorso;

udito, per la controricorrente, l’Avv. Maria Carla Vecchi, che ha

chiesto respingersi l’avverso ricorso.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con la sentenza impugnata la Corte di Appello di Genova ha respinto l’appello proposto dalla società AUTOSOCCORSO di P.P. e C. s.n.c. nei confronti di V.O., nelle predette qualità, avverso la sentenza emessa in data 7.5.2010 dal Tribunale di Chiavari, con la quale la predetta società era stata condannata al pagamento in favore della V. della somma pari ad Euro 52.964.

La V., nelle ridette qualità, aveva invero convenuto innanzi al Tribunale di Chiavari la società AUTOSOCCORSO di P.P. e C. s.n.c., assumendo che: 1) il suo dante causa e marito, P.P., già socio della predetta società (di cui erano soci anche P.F. e B.G., ciascuno per la quota del 33%), era stato ucciso il 18.9.2005 da R.E., ex socio della Autosoccorso s.n.c.; 2) R.E. aveva chiesto il recesso qualche anno prima dalla società e aveva ottenuto, in sede di giudizio arbitrale (stante l’esistenza nello statuto della società di una clausola compromissoria) un lodo che aveva determinato in Euro 96.493,50 il valore della quota di partecipazione al sodalizio sociale, riconoscendo al R. tale credito, ai sensi dell’art. 2289 c.c., verso la società e verso i singoli soci; 3) nel corso del giudizio penale a carico del R., celebrato innanzi al Gip del Tribunale di Chiavari con il rito abbreviato, si era costituita parte civile ed il difensore del R. aveva formalizzato con lettera datata 27.11.2006 un’offerta risarcitoria, accettata a mero titolo di acconto sul maggior avere, con la quale l’ex socio (ed imputato per omicidio) comunicava la sua volontà di rinunciare al credito portato dal lodo arbitrale in favore degli eredi legittimi di P.P., vittima del delitto per cui si procedeva; 4) anche la sentenza del Gip del Tribunale di Chiavari, nel condannare il R. per l’efferato delitto, aveva computato il credito ceduto dal R. pari ad Euro 119.196,96, quale acconto del maggior credito risarcitorio ex delictu; v) decurtato dalla somma suddetta la quota di 1/3, pari al valore della quota societaria di cui P.P. era titolare, residuava un credito del R. nei confronti della società e dei soci di Euro 79.464, corrispondente al valore della quota sociale ex art. 2289 c.c., spettante al R. e da quest’ultimo ceduta all’attrice e al figlio minore di quest’ultima, nella qualità di eredi legittimi del P.; vi) da tale somma occorreva ulteriormente decurtare l’importo di Euro 26.500, già versata dalla società dopo la morte del P., residuando un credito a suo favore pari ad Euro 52.964.

Il tribunale di Chiavari riconobbe la somma richiesta dalla V. con la sentenza sopra indicata.

La corte del merito ha ritenuto che: 1) non erano fondati il primo e terzo motivo di gravame in relazione alle doglianze rispettivamente sollevate in merito al rito applicato al giudizio di primo grado e alla vigenza della clausola arbitrale, posto che il credito azionato giudizialmente dall’appellata non trovava la sua causa petendi in un rapporto societario, quanto piuttosto nel negozio di cessione del credito intervenuto nella diversa sede risarcitoria penale e perchè la V. non era mai subentrata nel contratto sociale, vantando quest’ultima ed il figlio solo un credito alla liquidazione della quota del de cuius, valutata alla data del decesso e non il diritto a subentrare automaticamente nella società, ai sensi degli artt. 2284 e 2293 c.c.; 2) era rimasta ulteriormente sfornita di prova l’assunto dell’appellante secondo cui la V. sarebbe divenuta socia di fatto della società appellante per avere, dopo la morte del marito, svolto attività sociale in conseguenza della percezione della somma di Euro 26.500, essendo tale somma stata versata all’appellata solo a titolo di acconto della maggior somma dovuta, quale erede del P., in relazione alla liquidazione del valore della quota societaria di quest’ultimo, così avvalorando il rigetto delle predette eccezioni processuali in rito in ordine all’applicazione del rito societario ovvero della competenza arbitrale in relazione alla domanda creditoria dell’appellata; 3) dal chiaro tenore letterale della sentenza del 7.2.2007 di condanna del R. da parte del Gip del Tribunale di Chiavari, sentenza ormai passata in giudicato, e dal contenuto della lettera del difensore del R. emergeva la natura di atto di cessione del credito del R. in favore degli eredi legittimi del P. nella manifestazione di volontà così esternata dall’ex socio, credito riguardante il valore della liquidazione della quota per come determinata nel lodo arbitrale sopra richiamato; 4) tale cessione di credito era divenuta peraltro efficace attraverso la notificazione alla società Autosocorso dell’atto di citazione, introduttivo del giudizio di primo grado; 5) il motivo di gravame riguardante la mancata decurtazione della ulteriore somma pari ad Euro 900 doveva considerarsi inammissibile, prima che infondato, in quanto domanda per la prima volta proposta nell’atto di appello e perchè comunque non supportata da alcuna giustificazione nè sostegno probatorio; 6) non era fondato neanche il motivo di appello riguardante il mancato accoglimento della domanda riconvenzionale volta al pagamento in favore della società della somma di Euro 80 mila, quale debito del P. nei confronti della società, posto che, in relazione a tale credito, non poteva negarsi la riferibilità al contratto sociale, per il quale operava la sopra ricordata clausola arbitrale che demandava agli arbitri qualsiasi controversia insorgente tra i soci e la società; 7) doveva considerarsi infondata anche la tesi della tardività dell’eccezione di incompetenza del giudice ordinario, per come sollevata dalla V. (convenuta in via riconvenzionale), atteso che dall’esame degli atti processuali si evinceva che la V. aveva sollevato tale eccezione con la memoria ex art. 183 c.p.c., depositata il 31.7.2009, dopo il deposito della comparsa di costituzione della società convenuta, contenente la domanda riconvenzionale.

2. La sentenza, pubblicata il 31.12.2015, è stata impugnata da AUTOSOCCORSO di P.P. e C. s.n.c. con ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi, cui V.O., in proprio e nella qualità di genitore esercente la potestà genitoriale sul figlio minore P.L. ha resistito con controricorso.

Entrambe le parti hanno depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo la società ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, vizio di violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 5 del 2003, artt. 1 e 2 e dell’art. 158 c.p.c., nonchè degli artt. 2284 e 2293 c.c., in combinato disposto con gli artt. 808 e segg. c.p.c., nonchè, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio relativo alla circostanza della continuazione della V., in proprio e nella qualità di genitore del minore P.L., dell’attività sociale del defunto marito, avendo percepito acconti sugli utili mensili per Euro 27.000. Si osserva che, a differenza di quanto erroneamente ritenuto dalla corte di merito, oggetto della domanda azionata dalla V. doveva considerarsi il pagamento della quota societaria liquidata al R. con il lodo arbitrale, domanda avente ad oggetto dunque un rapporto sociale ed al quale occorreva pertanto applicarsi il rito societario, non potendosi ritenere fondata dal punto di vista logico-giuridico la diversa tesi della “trasformazione” della natura del credito da societario a credito ordinario. Evidenzia pertanto la società ricorrente che il mancato riconoscimento della natura societaria della controversia ed il mancato mutamento del rito comportava conseguenze anche sul profilo della corretta costituzione del giudice, ai sensi dell’art. 158 c.p.c., prevedendosi per il rito cd. societario la competenza collegiale, con conseguente nullità insanabile e rilevabile d’ufficio. Osserva ancora la ricorrente che la percezione da parte della V., nella sua doppia qualità, di acconti mensili sugli utili maturati, e ciò per la complessiva somma pari ad Euro 27.400, aveva determinato la prosecuzione dell’attività sociale da parte dell’erede con conseguente subentro nella qualità di socio e con necessaria applicazione della clausola arbitrale per la soluzione di eventuali controversie tra soci.

2. Il secondo mezzo denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione dell’art. 183 c.p.c., comma 5 e degli artt. 2284 e 2293 c.c., in combinato disposto con gli artt. 808 e segg. c.p.c., in riferito alla ritenuta tempestività dell’eccezione di incompetenza del giudice ordinario in favore dei giudici arbitrali sollevata dalla V. in relazione alla domanda riconvenzionale azionata dalla società Autosoccorso. Si evidenzia che, essendo stata proposta la domanda riconvenzionale tempestivamente nel termine all’uopo previsto dal codice di rito di venti giorni prima della udienza di comparizione, l’eccezione di incompetenza in favore della competenza arbitrale doveva essere sollevata dall’attrice nella prima difesa utile, e cioè nella udienza di comparizione delle parti, e non già nella diversa e successiva sede della memoria ex art. 183 c.p.c., comma 5, dovendosi pertanto ritenete radicata definitivamente la competenza del giudice ordinario anche in relazione alla domanda riconvenzionale volta alla condanna della parte attrice in primo grado al pagamento dei debiti del defunto socio nei confronti della società. Si osserva inoltre che la clausola arbitrale vincolava solo le parti del contratto sociale e non già gli eredi e che peraltro la motivazione resa dalla corte ligure si presentava come intrinsecamente contraddittoria, posto che, in relazione alla domanda della parte attrice volta al riconoscimento del credito del socio receduto oggetto di liquidazione nel lodo arbitrale, aveva ritenuto competente il giudice ordinario e che, al contrario, in relazione alla domanda riconvenzionale diretta al pagamento dei debiti sociali aveva incomprensibilmente negato la competenza del giudice ordinario in favore di quello arbitrale, non considerando invece che la V. aveva percepito somme dalla società a titolo di acconto sugli utili maturati e da imputarsi dunque al rapporto sociale, acconto peraltro percepito in modo indebito perchè in misura doppia rispetto agli altri soci e superiore comunque alla quota sociale pari al 33% e dunque generatore di un credito restitutorio a carico degli eredi per Euro 160.000.

3. Con il terzo motivo si articola, sempre ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, vizio di violazione e falsa applicazione degli artt. 1236 e 1264, in ordine alla qualificazione giuridica della dichiarazione del R. come cessione del credito anzichè come rinuncia allo stesso anche nei confronti della società e degli altri soci, e comunque, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, vizio di omesso esame di un fatto decisivo sempre in riferimento al medesimo profilo della rinuncia del R. al credito nei confronti della società, con conseguente travisamento del contenuto della dichiarazione del socio receduto. Si denuncia come erronea la interpretazione del contenuto della lettera del difensore del R., nei termini di una cessione del credito, portato dal lodo arbitrale, in favore degli eredi del socio defunto e come violativa degli artt. 1236 e 1264 c.c., la ritenuta efficacia della cessione del credito per il tramite della notificazione del libello introduttivo del giudizio di primo grado, dovendosi ritenere invece portato a conoscenza della società solo l’atto di rinuncia al credito da parte del R. anche nei confronti della compagine sociale e degli altri soci.

4. Il quarto mezzo denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame di un fatto decisivo, in riferimento alla circostanza della percezione da parte della V. della somma pari ad Euro 27.400 anzichè di quella ritenuta pari ad Euro 26.400, con conseguente travisamento ed errata valutazione delle prove documentali.

5. Il ricorso è fondato nei limiti qui di seguito precisati.

5.1 Deve essere ricordato, in premessa, che, secondo il D.Lgs. 17 gennaio 2003, n. 5, art. 1, applicabile ratione temporis, si applicava il cd. Rito societario alle controversie: “… relative a:

a) rapporti societari, ivi compresi quelli concernenti le società di fatto, l’accertamento, la costituzione, la modificazione o l’estinzione di un rapporto societario, le azioni di responsabilità da chiunque promosse contro gli organi amministrativi e di controllo, i liquidatori e i direttori generali delle società, delle mutue assicuratrici e delle società cooperative;

b) trasferimento delle partecipazioni sociali, nonchè ogni altro negozio avente ad oggetto le partecipazioni sociali o i diritti inerenti;

c) patti parasociali, anche diversi da quelli disciplinati dall’art. 2341-bis c.c., e accordi di collaborazione di cui all’art. 2341-bis c.c., u.c.;

d) rapporti in materia di intermediazione mobiliare da chiunque gestita, servizi e contratti di investimento, ivi compresi i servizi accessori, fondi di investimento, gestione collettiva del risparmio e gestione accentrata di strumenti finanziari, vendita di prodotti finanziari, ivi compresa la cartolarizzazione dei crediti, offerte pubbliche di acquisto e di scambio, contratti di borsa;

e) materie di cui al D.Lgs. 1 settembre 1993, n. 385, quando la relativa controversia è promossa da una banca nei confronti di altra banca ovvero da o contro associazioni rappresentative di consumatori o camere di commercio; f) credito per le opere pubbliche”.

5.1.2 Ciò posto, va subito chiarito come la censura sollevata dalla società ricorrente in relazione al denunciato vizio di omesso esame di un fatto decisivo, declinata ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, presenti evidenti profili, da un lato, di inammissibilità e, per altro, di radicale infondatezza.

5.1.3 Partendo dall’esame di quest’ultimi profili, occorre sgombrare il campo da ogni residuo dubbio in relazione al mancato esame da parte della corte territoriale del profilo della percezione della somma di Euro 26.400 da parte della V., posto che il giudice del gravame si è espressamente pronunciato sul punto, chiarendo che le somme percette dalla moglie del defunto socio non riguardavano affatto eventuali acconti mensili sugli utili maturati dalla società, quanto piuttosto la liquidazione di un acconto sul valore della quota del socio deceduto. E così, smentendo, già in fatto, la tesi della società ricorrente in ordine ad una presunta prosecuzione di fatto dell’attività sociale da parte dell’avente causa del socio deceduto e dunque il subentro della moglie nel contratto sociale per facta concludentia.

5.1.4 Sotto altro angolo di osservazione della censura, non può neanche essere sottaciuto come la qualificazione della domanda giudiziale rientri nell’attività interpretativa del giudice del merito e non è dunque censurabile nel giudizio di cassazione, se non allegando eventuali vizi di legittimità, qui, peraltro, non proposti. Al contrario, la ricorrente ha prospettato, in questa sede, solo valutazioni di merito riguardanti la qualificazione del credito come credito inerente al rapporto sociale, diversamente da quanto ritenuto dalla corte territoriale che lo ha qualificato come credito oggetto di cessione da parte del socio receduto in favore di soggetti terzi rispetto al rapporto sociale. E ciò, dunque, attraverso doglianze articolate in fatto, che come tali risultano inammissibili in questo giudizio di legittimità, perchè implicanti una diversa valutazione delle allegazioni documentali integranti la qualificazione degli atti introduttivi del giudizio.

Ne consegue il complessivo rigetto del primo motivo di censura.

4.2 Il secondo motivo è invece fondato.

4.2.1 Come sopra ricordato, con riferimento alla domanda riconvenzionale relativa ad un debito del defunto socio nei confronti della società, la Corte di appello ha affermato la competenza arbitrale sulla base dell’eccezione sollevata solo nella memoria 183 comma 6, n. 1, eccezione ritenuta invece tempestiva nonostante la stessa non fosse stata avanzata nella prima difesa utile, e cioè in sede della udienza di comparizione delle parti.

4.2.2 Sul punto, non può essere dimenticato che, secondo la giurisprudenza espressa da questa Corte di legittimità, l’eccezione di compromesso ha carattere processuale ed integra una questione di competenza che non ha natura inderogabile, così da giustificarne il rilievo d’ufficio ex art. 38 c.p.c., comma 3, atteso che essa si fonda unicamente sulla volontà delle parti, le quali sono libere di scegliere se affidare o meno la controversia agli arbitri (cfr. Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 15300 del 05/06/2019; Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 22748 del 06/11/2015).

4.2.3 Ne consegue che erroneamente la Corte di merito ha ritenuto sollevata tempestivamente l’eccezione di incompetenza per la clausola compromissoria nella memoria ex art. 183 c.p.c., comma 1, dovendosi al contrario ritenere che l’eccezione di incompetenza avverso la domanda riconvenzionale tempestivamente avanzata nella comparsa di risposta dovesse essere opposta nella prima difesa utile, e dunque nella udienza di comparizione e trattazione della causa, ciò che pacificamente non è avvenuto nel caso in esame.

Ne consegue che la Corte di merito dovrà pronunciarsi sulla domanda riconvenzionale avanzata dalla società ricorrente.

4.3 La terza censura è invece inammissibile. E ciò sia perchè il motivo non è autosufficiente (non avendo allegato in modo integrale il documento di cui si allega l’erronea interpretazione) e sia perchè è volto a sollevare questioni di mero fatto, riguardanti l’interpretazione del contratto e degli atti negoziali il cui esame è inibito in sede di legittimità.

4.3.1 Occorre ricordare che l’accertamento della volontà degli stipulanti in relazione al contenuto di una clausola contrattuale costituisce indagine di fatto affidata in via esclusiva al giudice di merito. Ne consegue che detto accertamento è censurabile in sede di legittimità solo nel caso in cui la motivazione non consenta la ricostruzione dell’iter logico seguito da quel giudice per giungere ad attribuire alla clausola un determinato significato, oppure nel caso di violazione delle norme ermeneutiche stabilite dagli artt. 1362 c.c. e segg.. Quest’ultima violazione deve dedursi con la specifica indicazione nel ricorso per Cassazione del modo in cui il ragionamento del giudice si sia da esse discostato, perchè altrimenti la ricostruzione del contenuto della volontà delle parti si traduce nella proposta di una diversa interpretazione, inammissibile in sede di legittimità (cfr. Sez. 2, Sentenza n. 12486 del 07/07/2004; Sez. 3, Sentenza n. 20593 del 22/10/2004).

3.2.2 Ciò posto, osserva la Corte come non sia in alcun riscontrabile, nella motivazione impugnata, il denunciato discostamento da parte della corte di merito dai canoni interpretativi di cui all’art. 1362 c.c., commi 1 e 2, dettati in materia di interpretazione del contratto, in relazione al contenuto dell’accordo conseguito tra il R. e gli eredi legittimi del socio deceduto, profilo quest’ultimo in relazione al quale la corte ligure ha fornito una motivazione adeguata e scevra da criticità argomentative, oltre che giuridicamente corretta. Ed invero, il giudice del gravame ha argomentato sul punto, evidenziando come lo stesso contenuto letterale della missiva del difensore dell’imputato, per come anche intesa nella sentenza penale di condanna dell’efferato delitto, deponesse per la manifestazione di una volontà del socio receduto volta alla cessione del credito – portato nel lodo arbitrale e vantato dal R. nei confronti della società – in favore degli eredi legittimi del socio defunto.

A fronte di questa corretta giuridicamente ed adeguata motivazione, la ricorrente non è riuscita neanche a denunciare un eventuale discostamento della sentenza impugnata dai predetti canoni interpretativi del contratto, limitandosi a contrapporre alla esegesi fornita dalla corte meritale una diversa interpretazione più favorevole alle sue tesi difensive.

La doglianza così formulata va dunque dichiarata inammissibile.

4. Il quarto motivo è anch’esso inammissibile sia perchè non autosufficiente, ai sensi del già richiamato art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, (non avendo la ricorrente allegato alcun atto e documento su cui ha fondato le sue ragioni di censura), sia perchè la doglianza non ha neanche intercettato la ratio decidendi della motivazione impugnata che, sul punto qui da ultimo in discussione, aveva evidenziato la inammissibilità del relativo di motivo di gravame in ragione della sua novità, proponendo peraltro censure in fatto articolate sulla interpretazione dei documenti già correttamente scrutinati dai giudici del merito.

Le spese del presente giudizio di legittimità saranno decise in ragione dell’accoglimento di ricorso, in sede di giudizio di rinvio dovendo la causa essere rinviata alla C.A. di Genova.

PQM

Accoglie il secondo motivo di ricorso; rigetta il primo motivo e dichiara inammissibili i restanti; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa alla Corte di Genova, in diversa composizione, anche per le spese del presente giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 10 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 29 settembre 2020

 

 

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