Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20562 del 06/08/2018


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Civile Sent. Sez. L Num. 20562 Anno 2018
Presidente: MANNA ANTONIO
Relatore: DI PAOLANTONIO ANNALISA

SENTENZA

sul ricorso 3858-2017 proposto da:
DE LUCA GIOVANNI, elettivamente domiciliato in ROMA,
PIAZZA BAINSIZZA 10, presso lo studio dell’avvocato
GIOVANNI MARIA CASAMENTO, rappresentato e difeso
dall’avvocato CATALDO BALDUCCI giusta delega in atti;
– ricorrente 2018
1900

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE C.F. 11210661002, in persona del
Direttore pro tempore, domiciliato

in

ROMA, VIA DEI

PORTOGHESI 12, presso L’AVVOCATURA GENERALE DELLO
STATO, che la rappresenta e difende ope legis;

Data pubblicazione: 06/08/2018

- controricorrente nonché contro

AGENZIA DELLE ENTRATE – DIREZIONE REGIONALE PUGLIA;
– intimata –

avverso la sentenza n. 2833/2016 della CORTE D’APPELLO

udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 09/05/2018 dal Consigliere Dott. ANNALISA
DI PAOLANTONIO;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. MARCELLO MATERA che ha concluso per il
rigetto del ricorso;
udito l’Avvocato PIETRANGELI ALESSANDRO per delega
verbale Avvocato BALDUCCI CATALDO;
udito l’Avvocato VIGNATO LORENZA.

di LECCE, depositata il 02/12/2016 R.G.N. 1277/2016;

RG 3858/2017
FATTI DI CAUSA

1.

La Corte d’ Appello di Lecce ha respinto il reclamo ex art.1, comma 58, della legge n.

92/2012 proposto da Giovanni De Luca avverso la sentenza del Tribunale della stessa città che,
all’esito del giudizio di opposizione, aveva confermato l’ordinanza di rigetto del ricorso, volto ad
ottenere l’accertamento dell’illegittimità del licenziamento intimato dall’Agenzia delle Entrate il
10 marzo 2013 e la conseguente condanna dell’amministrazione alla reintegrazione ed al

2. La Corte territoriale, premesso che al reclamante era stata applicata ex art. 444 cod.
proc. pen. la pena di anni 2 di reclusione per il delitto di cui agli artt. 81 e 609 bis cod. pen.
commesso in danno di una quindicenne, ha escluso l’eccepita tardività della contestazione
perché l’Agenzia aveva appreso la notizia solo il 22 dicembre 2012, allorquando la stessa era
stata resa nota dalla stampa.
3. Il giudice d’appello ha ritenuto infondato anche il motivo di reclamo inerenteYl’asserita
violazione del principio della necessaria corrispondenza fra contestazione e ragioni del recesso
ed ha rilevato che il contenuto della lettera di licenziamento era perfettamente sovrapponibile
a quello dell’incolpazione, con la quale l’addebito era stato esattamente individuato mediante il
richiamo all’articolo di stampa, alla natura del reato, all’età della vittima, all’epoca di
consumazione del delitto.
4. Premesso che anche la sentenza di patteggiannento costituisce elemento di prova nel
giudizio civile, la Corte leccese ha evidenziato che i fatti dovevano ritenersi provati alla luce
delle dichiarazioni rese dalla persona offesa e dai sommari informatori, i quali avevano riferito
circostanze che riscontravano la deposizione della minore. Quest’ultima, ingenua ed inesperta,
era stata raggirata dal De Luca il quale, pur essendo consapevole dell’età della ragazza, non
aveva esitato a corteggiarla e a prospettarle un futuro insieme. La condotta, di indubbia
gravità, sebbene tenuta al di fuori del luogo di lavoro, giustificava il licenziamento senza
preavviso, in quanto idonea a compromettere irrimediabilmente il vincolo fiduciario e a
danneggiare l’immagine e la credibilità dell’ufficio tributario.
5. Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso Giovanni De Luca sulla base di otto
motivi ai quali ha resistito con controricorso l’Agenzia delle Entrate.

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.1. Con il primo motivo il ricorrente denuncia, ex art. 360 n. 3 cod. proc. civ., «violazione
e mancata applicazione dell’art. 12 delle Disposizioni sulla legge in generale, dell’art. 1362 cod.

risarcimento del danno.

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civ., degli artt. 115 e 116 c.p.c., dell’art. 2109 cod. civ., degli artt. 2104 e 2119 cod. civ.,
dell’art. 18 Legge n. 300 del 1970» nonché «difetto assoluto di motivazione-motivazione
apparente-erronea valutazione delle risultanze nella loro interezza». Premesso che la sentenza
di patteggiamento non può essere equiparata a quella di condanna, il De Luca evidenzia che la
Corte territoriale avrebbe dovuto procedere autonomamente all’accertamento dei fatti. La
condotta addebitata, in realtà, non era stata provata, non essendo a tal fine sufficienti le
dichiarazioni rese dalla minore e dai sommari informatori, i quali avevano riferito circostanze

1.2. La medesima rubrica il ricorrente antepone al secondo motivo con il quale, oltre a
ribadire che i fatti non erano stati provati dall’amministrazione, deduce che il procedimento
disciplinare era stato avviato sulla base di una contestazione generica ed indeterminata, in
quanto l’Agenzia si era limitata a richiamare la sentenza di patteggiamento.
1.3. Con la terza critica si sostiene che il licenziamento doveva essere ritenuto «illegittimo,
illecito e nullo» per insussistenza del fatto contestato in quanto la minore, che aveva ammesso
nel corso dell’incidente probatorio di nutrire sentimenti profondi nei confronti del De Luca, si
era spinta “a tenere comportamenti il più delle volte al di là della soglia della normalità”,
sebbene il ricorrente facesse di tutto per allontanarla.
1.4. Il quarto motivo denuncia «manifesta sproporzione fra i fatti contestati e la sanzione
espulsiva-contrarietà ad espressa previsione del C.C.N.L. applicato al rapporto di lavoro-difetto
assoluto di motivazione-omessa valutazione delle risultanze nella loro interezza». Il ricorrente
eccepisce l’inapplicabilità dell’art. 67, comma 6, lett. b) del CCNL per il personale del comparto
agenzie fiscali e rileva che nella specie non era intervenuta alcuna sentenza di condanna
passata in giudicato. Aggiunge che i fatti non potevano essere ricondotti alla previsione della
lettera d) perché privi della gravità che sola può giustificare il provvedimento di risoluzione del
rapporto di lavoro.
1.5. Con la quinta critica si addebita alla sentenza impugnata di avere erroneamente
escluso l’eccepita violazione del principio di immutabilità della contestazione e si insiste nel
sostenere che, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte territoriale, l’Agenzia aveva
irrogato la sanzione valorizzando fatti mai contestati ossia: l’abuso delle condizioni di inferiorità
fisica e psichica della minore, l’offerta di una somma a titolo di risarcimento del danno, la
pendenza del ricorso proposto dal Procuratore Generale in considerazione della estrema
riprovevolezza della condotta, la lesione prodotta all’immagine dell’Agenzia, l’avere tenuto le
condotte in occasione di congedi parentali.
1.6. Il ricorrente sostiene con il sesto motivo che doveva essere esclusa la tempestività
della contestazione in quanto i fatti risalivano all’anno 2009 e non poteva assumere alcun
rilievo la circostanza che l’amministrazione ne fosse venuta a conoscenza solo nel dicembre del

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apprese de relato.

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2012. Richiama giurisprudenza di questa Corte formatasi in relazione all’art. 7 della legge n.
300/1970 per sostenere che i principi generali di correttezza e buona fede sarebbero violati
ogni qual volta il potere disciplinare viene esercitato in relazione a fatti risalenti nel tempo.
1.7. La settima critica addebita alla sentenza impugnata di non avere considerato che la
valutazione sulla gravità del fatto addebitato deve tener conto di una pluralità di elementi
(aspetti afferenti alla natura ed alla qualità del rapporto, grado di affidabilità richiesto al
dipendente, portata soggettiva del fatto, circostanze del suo verificarsi, motivi, intensità

non avrebbero consentito di ritenere irrimediabilmente compromesso il vincolo fiduciario.
1.8. La medesima censura il ricorrente ripropone con l’ottavo motivo che sostanzialmente
addebita all’Agenzia delle Entrate di non avere svolto alcuna indagine in relazione all’intensità
dell’elemento psicologico dell’agente.
2. Il ricorso è infondato in tutte le sue articolazioni.
Occorre premettere che quando con il ricorso per cassazione è denunziata violazione e
falsa applicazione di norme di diritto, il vizio della sentenza previsto dall’art. 360 cod. proc. civ.
comma 1, n. 3, deve essere dedotto non solo mediante la puntuale indicazione delle norme
asseritamente violate, ma anche mediante specifiche argomentazioni intese a dimostrare
motivatamente in qual modo determinate affermazioni in diritto contenute nella sentenza
gravata debbano ritenersi in contrasto con le indicate norme regolatrici della fattispecie o con
l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente
dottrina; diversamente la censura è inammissibile, richiedendo un inesigibile intervento
integrativo della Corte (Cass. n. 328/2007; Cass. n. 21611/2013; Cass. n. 20957/2014; Cass.
n. 635/2015 ).
Nella specie il ricorrente, nell’anteporre a tutti i motivi la medesima rubrica, che richiama
l’art. 12 delle preleggi, gli artt. 1362, 2109, 2104 e 2119 cod. civ., l’art. 18 della legge n.
300/1970, gli artt. 115 e 116 cod. proc. civ., non specifica, in relazione a ciascuna delle
norme invocate, quale delle affermazioni contenute nella, sentenza sarebbe con la stessa in
contrasto, e pertanto deve ritenersi formulata in modo non idoneo la deduzione dell’errore di
diritto, individuato solo per mezzo della preliminare indicazione della disposizione
asseritamente violata.
L’esame, conseguentemente, sarà limitato alle sole violazioni adeguatamente illustrate
mediante la deduzione delle ragioni per le quali il giudice di merito avrebbe violato la norma
invocata.
3. Questa Corte ha già affermato che « la sentenza penale di applicazione della pena ex
art. 444 c.p.p. costituisce indiscutibile elemento di prova per il giudice di merito il quale, ove
intenda disconoscere tale efficacia probatoria, ha il dovere di spiegare le ragioni per cui

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dell’elemento intenzionale, circostanze del caso concreto) che se valutati dall’Amministrazione

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l’imputato avrebbe ammesso una sua insussistente responsabilità, ed il giudice penale abbia
prestato fede a tale ammissione; detto riconoscimento, pertanto, pur non essendo oggetto di
statuizione assistita dall’efficacia del giudicato, ben può essere utilizzato come prova nel
corrispondente giudizio di responsabilità in sede civile, atteso che in tal caso l’imputato non
nega la propria responsabilità e accetta una determinata condanna, chiedendone o
consentendone l’applicazione, il che sta univocamente a significare che il medesimo ha ritenuto
di non contestare il fatto e la propria responsabilità.» ( Cass. n. 30328/2017; si rimanda
anche a Cass. n. 5313/2017; Cass. n. 3980/2016; Cass. S.U. n. 18701/2012).

autonomamente valutare, nel contraddittorio tra le parti, ogni elemento dotato di efficacia
probatoria e, dunque, anche le prove raccolte in un processo penale e, segnatamente le
dichiarazioni verbalizzate dagli organi di polizia giudiziaria in sede di sommarie informazioni
testimoniali, e ciò anche se sia mancato il vaglio critico del dibattimento in quanto il
procedimento penale è stato definito ai sensi dell’art. 444 cod. proc. pen., potendo la parte, del
resto, contestare, nell’ambito del giudizio civile, i fatti così acquisiti in sede penale.» ( Cass. n.
2168/2013; cfr. anche Cass. n. 1593/2017 e Cass. 5317/2017).
Ai richiamati principi di diritto si è correttamente attenuta la sentenza impugnata che, da
un lato, ha valorizzato la sentenza di applicazione della pena per il delitto di cui agli artt. 81 e
609 bis cod. pen., dall’altro ha proceduto ad un attento esame delle dichiarazioni rese dalla
parte offesa nel corso dell’incidente probatorio, evidenziando che le stesse avevano trovato
riscontro nelle sommarie informazioni testimoniali ( pag. 6 e 7).
3.1. Il ricorso, infondato nella parte in cui si duole della valorizzazione della sentenza
pronunciata ex art. 444 cod. proc. pen. ( primo motivo), è poi inammissibile lì dove contesta,
con la terza critica, la valutazione delle risultanze processuali, assumendo che non sarebbe
stata provata «la riferibilità delle accuse contestate al De Luca» e che non sarebbe stato
apprezzato il comportamento tenuto dalla parte offesa «il più delle volte al di là della soglia
della normalità».
Occorre premettere che secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte il vizio di
violazione di norme di diritto consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del
provvedimento impugnato, della fattispecie normativa astratta e, quindi, implica
necessariamente un problema interpretativo della stessa; viceversa, l’allegazione di una errata
ricostruzione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è esterna all’esatta
interpretazione della norma ed inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui
censura è possibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione, nei limiti
fissati dalla disciplina applicabile

ratione temporis.

Il discrimine tra l’una e l’altra ipotesi è

segnato dal fatto che solo quest’ultima censura, e non anche la prima, è mediata dalla

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E’ stato altresì precisato che «il giudice civile, ai fini del proprio convincimento, può

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contestata valutazione delle risultanze di causa

(fra le più recenti, tra le tante, Cass.

12.9.2016 n. 17921; Cass. 11.1.2016 n. 195; Cass. 30.12.2015 n. 26110).
3.2. In tema di licenziamento, poi, si è da tempo evidenziato che la giusta causa
costituisce una nozione che la legge configura con una disposizione, ascrivibile alla tipologia
delle cosiddette clausole generali, che richiede di essere specificata in sede interpretativa,
mediante la valorizzazione sia di fattori esterni, relativi alla coscienza generale, sia di principi
che la disposizione codicistica tacitamente richiama. Tali specificazioni del parametro

come violazione di legge, mentre l’accertamento della concreta ricorrenza, nel fatto dedotto in
giudizio, degli elementi che integrano il parametro normativo e le sue specificazioni, e della
loro concreta attitudine a costituire giusta causa di licenziamento, si pone sul diverso piano del
giudizio di fatto, demandato al giudice di merito ( Cass. 16.5.2016 n. 10017 che richiama
Cass. 2.3.2011 n. 5095 e Cass. 26.4.2012 n. 6498) al quale è anche riservata la scelta dei
mezzi istruttori utilizzabili ai fini dell’accertamento dei fatti rilevanti per la decisione, scelta
censurabile in sede di legittimità sotto il profilo del vizio di motivazione, nei limiti consentiti
dall’art. 360 n. 5 cod. proc. cív. nel testo applicabile ratione temporis, e non della violazione di
legge (Cass. 20.9.2013 n. 21603; Cass. 18.3.2013 n. 6715; Cass. 5.7.2016 n. 13716).
3.3. Il ricorrente, pur denunciando nella rubrica del terzo motivo la violazione di plurime
disposizioni di legge (l’art. 12 delle preleggi, gli artt. 1362, 2109, 2104 e 2119 cod. civ., l’art.
18 della legge n. 300/1970, gli artt. 115 e 116 cod. proc. civ.), sostanzialmente si duole della
ricostruzione del fatto operata dal giudice del merito, per cui la censura non è riconducibile al
vizio di cui all’art. 360 n. 3 cod. proc. civ..
La stessa, poi, non è ammissibile ai sensi del n. 5 della disposizione citata perché nei
giudizi di appello instaurati con ricorso depositato in data successiva all’il. settembre 2012
(nella specie il reclamo risulta depositato il 14.7.2016), trova applicazione l’art. 348 ter comma
5 cod. proc. civ., introdotto dall’art. 54 del d.l. n. 83/2012, convertito dalla legge n. 134/2012,
sicché, qualora il giudice del gravame abbia confermato la decisione di primo grado, il
ricorrente per cassazione, per evitare l’inammissibilità del motivo, deve indicare le ragioni di
fatto poste a base, rispettivamente, della decisione di primo grado e della sentenza di rigetto
dell’appello, dimostrando che esse sono tra loro diverse ( Cass. n. 26774/2016; Cass. n.
5524/2014).
Detta condizione non ricorre nella fattispecie, nella quale, al contrario, emerge con
evidenza dalla stessa motivazione della sentenza impugnata la piena adesione del giudice del
reclamo alla ricostruzione del fatto posta alla base della pronuncia di rigetto dell’opposizione.
4. E’ infondato anche il secondo motivo, con il quale il ricorrente insiste nel sostenere la
genericità della contestazione, perché la Corte territoriale ha accertato ( pag. 5) che nell’atto

normativo hanno natura giuridica e la loro disapplicazione è deducibile in sede di legittimità

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di avvio del procedimento disciplinare l’Amministrazione aveva richiamato l’articolo apparso
sulla stampa locale e la sentenza di applicazione della pena ex art. 444 cod. proc. pen.,
sottolineando, quanto alla rilevanza disciplinare della condotta, che i comportamenti per i quali
si era proceduto in sede penale, pur se inerentira vita privata, dovevano ritenersi «non
conformi allo status di dipendente pubblico » e «altamente lesivi dell’immagine dell’Agenzia
delle Entrate».
La contestazione dell’addebito ha lo scopo di consentire al lavoratore incolpato l’immediata

individuare, nella sua materialità, il fatto o i fatti addebitati. E’, pertanto, ammissibile, perché
non lede in alcun modo il diritto di difesa, la contestazione formulata per relationem mediante
il richiamo agli atti del procedimento penale, del quale il lavoratore sia già stato portato a
conoscenza, posto che il rinvio è idoneo a garantire il rispetto del contraddittorio e del principio
di correttezza ( Cass. n. 10662/2014, Cass. n. 23269/2017, Cass. n. 25485/2017, Cass.
29240/2017, Cass. n. 6894/2018).
5. Non sussiste la violazione del principio dell’immutabilità della contestazione quando,
come nella specie, il fatto contestato resta invariato e mutano solo l’apprezzamento e la
valutazione che dello stesso fatto vengono dati, richiamandosi le ulteriori acquisizioni del
procedimento disciplinare solo per meglio circoscrivere l’addebito, che resta ontologicamente
identico ( Cass. n. 11159/2018; Cass. n. 22127/2016; Cass. n. 19921/2015).
A detto principio di diritto, consolidato nella giurisprudenza di questa Corte, si è
correttamente attenuto il giudice del reclamo il quale, da un lato, ha accertato la
sovrapponibilità fra la condotta descritta nell’atto di avvio del procedimento e quella in
relazione alla quale la sanzione era stata inflitta; dall’altro ha evidenziato che il richiamo
all’impugnazione proposta dalla Procura Generale, al danno all’immagine patito dall’Agenzia,
alla concomitanza della condotta con congedi parentali, era finalizzato solo a rimarcare la
gravità dell’addebito, che restava immutato nei suoi aspetti oggettivi e soggettivi.
Ne discende l’infondatezza del quinto motivo.
6. La sesta censura, con la quale il ricorrente insiste nel sostenere che la contestazione
doveva essere ritenuta tardiva, è inammissibile, perché non coglie la

ratto della sentenza

impugnata e svolge argomentazioni non specificamente riferibili alla motivazione della
decisione gravata.
La Corte territoriale, infatti, ha correttamente richiamato i termini e la sequenza
procedimentale di cui all’art. 55 bis del d.lgs. n. 165/2001, evidenziando che la notizia era
stata appresa dalla Direzione Regionale il 24 dicembre 2012, la contestazione era stata
effettuata il 29 gennaio 2013, l’audizione personale dell’incolpato era stata disposta per il
successivo 29 febbraio. Ha aggiunto che il reclamante non aveva neppure allegato che

6

difesa e, quindi, la stessa deve contenere le indicazioni necessarie ed essenziali per

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l’esistenza del procedimento penale fosse tata portata a conoscenza dell’Amministrazione
prima della pronuncia della sentenza ex art. 444 cod. proc. pen., resa nota dalla stampa locale.
Il motivo svolge argomentazioni non pertinenti perché richiama l’art. 7 della legge n.
300/1970 e non la disciplina speciale dettata per l’impiego pubblico contrattualizzato dall’art.
55 bis del d.lgs. n. 165/2001, inserito dal d.lgs. n. 150/2009, che fa decorrere i termini per
l’attivazione del procedimento dalla data in cui il responsabile della struttura, se competente,
(comma 2) o l’ufficio per i procedimenti disciplinari (comma 4) acquisiscono la notizia

Questa Corte ha ripetutamente affermato che la proposizione, mediante il ricorso per
cassazione, di censure non pertinenti rispetto al decisum della sentenza impugnata comporta
l’inammissibilità del ricorso per mancanza di motivi che possono rientrare nel paradigma
normativo di cui all’art. 366, primo comma, n. 4, cod. proc. civ., giacchè il requisito di
specificità del motivo di ricorso implica la necessaria riferibilità alla decisione di cui si chiede la
cassazione, non essendo ammissibili nel giudizio di legittimità doglianze non aventi specifica
attinenza alle ragioni che sorreggono la sentenza sottoposta ad impugnazione ( cfr. fra le più
recenti Cass. n. 10317/2018, Cass. n. 6137/2018, Cass. n. 3331/2018).
7. Il quarto, il settimo e l’ottavo motivo possono essere trattati congiuntamente perché
investono il capo della sentenza relativo alla ritenuta sussistenza della giusta causa e della
necessaria proporzionalità fra addebito contestato e sanzione inflitta.
Non sussiste la denunciata violazione dell’art. 67 del CCNL 28.5.2004 per il comparto delle
Agenzie Fiscali perché la Corte territoriale non ha sussunto la condotta addebitata nell’ipotesi
prevista dal comma 6, lett. b, che richiama la «condanna passata in giudicato per un delitto
commesso in servizio o fuori servizio…», bensì ha ritenuto applicabile la lettera d), che si
riferisce alla «commissione in genere – anche nei confronti di terzi – di fatti o atti, anche
dolosi, che, pur costituendo o meno illeciti di rilevanza penale, sono di gravità tale da non
consentire la prosecuzione provvisoria del rapporto di lavoro».
La disposizione in parola ricalca sostanzialmente la nozione di giusta causa di cui all’art.
2119 cod. civ. che, secondo la giurisprudenza consolidata di questa Corte, ricomprende anche
condotte extralavorative che, seppure tenute al di fuori dell’azienda e dell’orario di lavoro e
non direttamente riguardanti l’esecuzione della prestazione, nondimeno possano essere tali da
ledere irrimediabilmente il vincolo fiduciario tra le parti, compromettendo le aspettative di un
futuro puntuale adempimento dell’obbligazione lavorativa, in relazione alle specifiche mansioni
o alla particolare attività ( cfr. fra le più recenti Cass. n. 26679/2017, Cass. n. 8132/2017,
Cass. n. 24032/2016, Cass. 17166/2016, Cass. n. 776/2015).
E’ stato sottolineato anche che comportamenti illeciti del dipendente, che possono essere
considerati non di gravità tale da giustificare l’espulsione da un’azienda svolgente un’attività

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dell’infrazione commessa dal dipendente.

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puramente privatistica, possono al contrario rompere il legame fiduciario ed il connesso
requisito di affidabilità che sta alla base di un rapporto di lavoro costituito per l’espletamento di
un servizio pubblico ( Cass. n. 776/2015).
In tal caso, infatti, vengono in rilievo « principi generali di rango costituzionale quali
l’imparzialità ed il buon andamento della PA (art. 97 Cost.) nonché il principio secondo cui i
cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed
onore (art. 54, secondo comma, Cost.), la cui applicazione nei confronti dei dipendenti delle
Agenzie fiscali è particolarmente severa in quanto dette Agenzie rappresentano lo Stato

devono operare in modo da guadagnare sempre più, nell’esercizio di quella funzione, il rispetto
e la fiducia che i cittadini devono alle istituzioni. » ( Cass. n. 3622/2018).
A detti principi di diritto, che vanno qui ribaditi perché condivisi dal Collegio, si è
correttamente attenuta la Corte leccese, la quale ha richiamato gli obblighi imposti ai
dipendenti della P.A. dal codice di comportamento, finalizzati a creare un rapporto di fiducia e
collaborazione tra cittadini ed amministrazione, ed ha evidenziato che l’attività di controllo
fiscale esige credibilità e trasparenza, valori, questi, non compatibili con l’odiosa condotta di
prevaricazione sessuale posta in essere dal De Luca.
Il giudice del reclamo ha compiutamente valutato la condotta nei suoi aspetti oggettivi e
soggettivi, sottolineando anche la «particolare sconsideratezza ed irresponsabilità» del
ricorrente, sicché del tutto priva di fondamento è la doglianza relativa all’asserito «difetto
assoluto di motivazione».
8. In via conclusiva il ricorso deve essere rigettato.
Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e vanno poste a carico del De
Luca nella misura indicata in dispositivo.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, del d.P.R. n. 115/2002, come modificato dalla legge
n. 228/2012, deve darsi atto della ricorrenza delle condizioni previste per il raddoppio del
contributo unificato dovuto dal ricorrente.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di
legittimità, liquidate in C 4.500,00 per competenze professionali, oltre rimborso spese
prenotate a debito.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei
presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di
contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1-bis.
Roma, così deciso nella camera di consiglio del 9 maggio 2018
Il Consigliere esten ore

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