Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20539 del 30/07/2019

Cassazione civile sez. II, 30/07/2019, (ud. 12/02/2019, dep. 30/07/2019), n.20539

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ORILIA Lorenzo – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. CARRATO Aldo – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 18849-2015 proposto da:

RESIDENCE PRINCIPE AMEDEO S.R.L., rappresentata e difesa

dall’Avvocato RODOLFO UMMARINO e dall’Avvocato GINA DELL’ORFANO ed

elettivamente domiciliata a Roma, viale Vaticano 48, per procura

speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

S.I., A.E., N.G., V.C., in proprio e

quali rappresentanti di A5 STUDIO ARCHITETTI ASSOCIATI,

rappresentati e difesi dall’avvocato MASSIMO STERPI e dall’avv.

CLAUDIA SCAPICCHIO, ed elettivamente domiciliati a ROMA, dapprima in

VIA DELLE QUATTRO FONTANE 15, e poi in VIA DELLE QUATTRO FONTANE 20,

per procura speciale a margine del controricorso e memoria

depositata il 31/1/19;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 368/2015 della CORTE D’APPELLO DI TORINO,

depositata il 26/2/2015;

udita la relazione della causa svolta nell’adunanza in Camera di

consiglio del 12/2/19 dal consigliere Dott. GIUSEPPE DONGIACOMO.

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Residence Principe Amedeo s.r.l. ha convenuto in giudizio, innanzi al tribunale di Torino, S.I., A.E., N.G., No.Da. e V.C., in proprio e nella qualità di componenti di A5 Studio Architetti Associati, deducendo, tra l’altro, di aver conferito ad A5 Studio Architetti Associati l’incarico di redigere un progetto per la realizzazione di un edificio che avrebbe dovuto sorgere su un’area in (OMISSIS) e di aver concordato, limitatamente alle attività di progetto di massima e di richiesta di permesso di costruire, il compenso di Euro 70.000,00. La Residence Principe Amedeo s.r.l., a seguito di una verifica presso il Comune di (OMISSIS), ha, tuttavia, appreso che la prestazione professionale dello Studio A5 non era stata adempiuta in modo esatto ed ha, quindi, chiesto la risoluzione del contratto d’opera professionale e la condanna dello Studio A5 alla restituzione delle somme ricevute a titolo di compenso, pari ad Euro 46.080,00 o, quanto meno, in via subordinata, l’accertamento della non debenza dell’ulteriore compenso contrattualmente previsto di Euro 40.600,00, oltre alla condanna dei convenuti al risarcimento dei danni per Euro 15.000,00.

I convenuti si sono costituiti in giudizio ed hanno, tra l’altro, contestato la sussistenza dell’inadempimento dedotto dalla società attrice, rilevando, per converso, il grave inadempimento di quest’ultima per non aver, a sua volta, eseguito il pagamento della seconda quota del corrispettivo dovuto. I convenuti, quindi, hanno chiesto il rigetto delle domande proposte dall’attrice, l’accertamento dell’inadempimento della stessa e la conseguente risoluzione del contratto d’opera professionale, disponendo, per l’effetto: – l’inibizione alla società attrice di utilizzare il progetto degli elaborati realizzati dallo Studio 5, – la restituzione allo Studio 5 di ogni materiale relativo a tale progetto, – la condanna della società attrice al risarcimento dei danni, commisurati ai corrispettivi non percepiti e calcolati a tariffario pieno, indicati in Euro 250.000,00, nonchè la condanna della società attrice al risarcimento dei danni ai sensi dell’art. 96 c.p.c..

Il tribunale di Torino, a seguito di consulenza tecnica d’ufficio, con sentenza del 5/8/2011, ha rigettato la domanda proposta dalla società attrice, ha dichiarato risolto il contratto per grave inadempimento della stessa e l’ha condannata alla restituzione, in favore dello Studio A5, dei progetti e degli annessi elaborati che lo stesso aveva realizzato, oltre al risarcimento dei danni, liquidati complessivamente in Euro 70.000,00, per cui, dando atto del pagamento della somma di Euro 45.000, esclusi gli accessori di legge, prima della causa, ha condannato la società attrice al pagamento della ulteriore somma di Euro 25.000, oltre interessi legali dalla domanda al saldo. Il tribunale, infine, ha condannato la società attrice al pagamento, in favore dei convenuti, della somma di Euro 7.000,00 ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 3.

La Residence Principe Amedeo s.r.l. ha proposto appello ed ha chiesto, in riforma della sentenza impugnata, l’accoglimento delle domande proposte in primo grado.

Gli appellati, dal canto loro, hanno chiesto il rigetto dell’impugnazione, proponendo appello incidentale relativamente a quelle parti della sentenza in cui: – non era stata prevista, a carico della società attrice, l’inibitoria all’uso degli elaborati progettuali redatti dallo Studio A5; – non era stato correttamente determinato il quantum del risarcimento del danno chiesto in favore dell’appellante incidentale, con il conseguente aumento del valore della somma liquidata a norma dell’art. 96 c.p.c., comma 3, oltre alla condanna della società appellante ai sensi di quest’ultima norma anche per il grado d’appello.

La corte d’appello di Torino, con la sentenza in epigrafe, ha respinto l’appello principale ed ha parzialmente accolto l’appello incidentale, ed, in parziale riforma della sentenza appellata, ha: – inibito alla società attrice l’uso dei progetti e di tutti gli annessi elaborati realizzati dallo Studio A5 in esecuzione dell’incarico professionale; – condannato la società attrice al pagamento, in favore dei convenuti architetti associati nello Studio A5, della ulteriore somma di Euro 40.600,00, oltre interessi dalla domanda al saldo; – condannato la società attrice, ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 3, al pagamento, in favore dei convenuti architetti associati nello Studio A5, della somma di Euro 8.560,00; confermando, per il resto, la sentenza impugnata.

La Residence Principe Amedeo s.r.l., con ricorso notificato in data 17/7/2015, ha chiesto, per cinque motivi, la cassazione della sentenza, notificata in data 22/5/2015.

Hanno resistito S.I., A.E., N.G., No.Da. e V.C., in proprio e nella qualità di rappresentanti di A5 Studio Architetti Associati, con controricorso notificato in data 25/9/2015.

I controricorrenti hanno depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo, la ricorrente, lamentando la violazione e la falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. e artt. 101,183 e 345 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello, nel confermare e dichiaratamente condividere la pronuncia di primo grado, ha ritenuto che non potessero essere prese in considerazione le allegazioni difensive svolte dall’attrice in comparsa conclusionale e ribadite in sede di gravame. Così facendo, tuttavia, ha osservato la ricorrente, la corte d’appello ha, in buona sostanza, sovrapposto, confondendoli, i concetti di eccezioni e domande in senso proprio e di mere allegazioni difensive, le prime sottoposte a termini decadenziali, le seconde invece proponibili anche in sede di comparsa conclusionale e possibile oggetto di gravame. Nel caso di specie, ha aggiunto la ricorrente, il tribunale ha disposto una consulenza tecnica d’ufficio per cui, sulla scorta delle relative risultanze, le parti potevano senz’altro argomentare le proprie difese, eventualmente anche a mezzo di critica della consulenza e richiesta di rinnovazione della medesima: ed è ciò che ha puntualmente fatto l’attrice sia in comparsa conclusionale di primo grado che, mediante la loro riproduzione in funzione critica alla prima sentenza, in sede di gravame. Si tratta, però, ha aggiunto la ricorrente, di allegazioni difensive che non sono sottoposte al limite decadenziale previsto dall’art. 183 c.p.c. nè, a maggior ragione, ricadono nel divieto dei nova previsto dall’art. 345 c.p.c.. La corte d’appello, in definitiva, ha concluso la ricorrente, ha errato nel ritenere che mere allegazioni difensive fossero eccezioni proprie sottoposte ai limiti decadenziali di cui all’art. 183 c.p.c..

2. Con il secondo motivo, la ricorrente, lamentando l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello ha omesso di esaminare la circostanza (esplicitamente riportata in sentenza ma, in violazione di legge, dichiarata, come denunciato con il primo motivo, inammissibile), relativa all’errore – riscontrato dal consulente tecnico d’ufficio ma dallo stesso erroneamente ritenuto emendabile in fase di esame da parte dell’Area Gestione Territorio – sul conteggio a scomputo del valore dell’area in (OMISSIS), laddove, al contrario, la considerazione a scomputo degli oneri di urbanizzazione di detta area, comportando per il privato una differenza di onere economico di oltre 99.000 Euro, era sicuramente rilevante ai fini della valutazione dell’esatto adempimento o meno da parte dei professionisti convenuti.

3. Il primo motivo è infondato con assorbimento del secondo. L’esercizio del potere di diretto esame degli atti del giudizio di merito, riconosciuto al giudice di legittimità ove sia denunciato, come nella specie, un error in procedendo, presuppone, in effetti, che il ricorrente, nel rispetto del principio di specificità dei motivi, riporti, nel ricorso per cassazione, gli elementi e i riferimenti atti ad individuare, nei suoi termini esatti e non genericamente, il vizio processuale, onde consentire alla Corte di effettuare, senza compiere generali verifiche degli atti, il controllo del corretto svolgersi dell’iter processuale (Cass. n. 19410 del 2015; Cass. SU n. 8077 del 2012, in motiv.). Nel caso in esame, invece, la ricorrente, pur avendo lamentato la qualificazione attribuita dalla corte d’appello alle deduzioni difensive che la società attrice aveva allegato dapprima nella comparsa conclusionale di primo grado e poi con l’atto d’appello, non ha adempiuto all’onere di riprodurre, nel ricorso per cassazione, se non la stesura completa, quanto meno i passi essenziali dei richiamati atti, precludendo in tal modo a questa Corte di poter valutare la reale natura delle difese ivi svolte dalla società istante e di verificare, in particolare, la correttezza del giudizio espresso al riguardo dalla sentenza impugnata.

4. Con il terzo motivo, la ricorrente, lamentando la violazione e la falsa applicazione degli artt. 1362,1363,1366 e 1176 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello, quanto al secondo profilo di inadempimento tempestivamente dedotto, e cioè di aver progettato un edificio non concretamente realizzabile a causa di problemi di staticità, ha ritenuto di condividere il giudizio espresso sul punto dal tribunale, e cioè che le “manchevolezze” che, sotto il profilo strutturale, sono state riscontrate dal consulente tecnico d’ufficio nel progetto redatto dallo Studio A5, non costituiscono affatto un grave inadempimento da parte dello stesso. La corte d’appello, cioè, pur dando atto dell’irrealizzabilità del progetto sotto il profilo statico, ha escluso che ciò costituisca un inadempimento grave. Sennonchè, ha osservato la ricorrente, la corte d’appello, così facendo, ha violato le norme previste dagli artt. 1362,1363,1366 e 1176 c.c.: la corte, infatti, pur dovendo ricostruire la comune volontà dei contraenti sulla base sia del senso letterale delle parole, che della ratio del precetto contrattuale, ha avuto riguardo unicamente all’elemento letterale “in punto esclusione nelle prime fasi di progettazione strutturale” ma non anche degli ulteriori criteri interpretativi, come, in particolare, quello dell’interpretazione secondo buona fede. Il contratto, infatti, ha osservato la ricorrente, prevedeva più fasi, di cui una (quella relativa alla progettazione strutturale) solo eventuale. La corte, quindi, non poteva ritenere adempiente il progettista che, ai fini dell’ottenimento del permesso a costruire, presenti un progetto che, per problemi di staticità, sia palesemente irrealizzabile e, quindi, fin da subito destinato a subire, nelle fasi successive, consistenti modifiche e a determinare, di conseguenza, maggiori costi di costruzione. Del tutto irrilevante, poi, ha aggiunto la ricorrente, il preteso confronto con il diverso progetto affidato ad altri professionisti e l’indagine sulle circostanze che indussero la committente ad affidare ad altri un diverso progetto, posto che l’oggetto della causa è unicamente lo scrutinio della diligenza della parte convenuta.

5. Il motivo è infondato. In effetti, in tema di ermeneutica contrattuale, l’accertamento della volontà delle parti in relazione al contenuto del negozio si traduce in un’indagine di fatto, affidata al giudice di merito e censurabile in sede di legittimità nella sola ipotesi di vizio di motivazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, ovvero di violazione di canoni legali di interpretazione contrattuale di cui agli artt. 1362 c.c. e ss. Pertanto, al fine di far valere una violazione sotto i due richiamati profili, il ricorrente per cassazione deve non solo fare esplicito riferimento alle regole legali di interpretazione mediante specifica indicazione delle norme asseritamene violate ed ai principi in esse contenuti, ma è tenuto, altresì, a precisare in quale modo e con quali considerazioni il giudice del merito si sia discostato dai canoni legali assunti come violati o se lo stesso li abbia applicati sulla base di argomentazioni illogiche od insufficienti, non essendo consentito il riesame del merito in sede di legittimità. Ne consegue che la parte che, con il ricorso per cassazione, intenda denunciare un errore di diritto o un vizio di motivazione nell’interpretazione di una clausola contrattuale, non può limitarsi a richiamare genericamente le regole di cui agli artt. 1362 c.c. e ss., avendo l’onere di specificare i canoni che in concreto assuma violati ed il punto, nonchè il modo in cui il giudice del merito si sia dagli stessi discostato, non potendo le censure risolversi nella mera contrapposizione tra l’interpretazione del ricorrente e quella accolta nella sentenza impugnata, e dovendo i rilievi contenuti nel ricorso essere accompagnati, in ossequio al principio di autosufficienza, dalla trascrizione delle clausole che, in ipotesi, individuino l’effettiva volontà delle parti, al fine di consentire alla Corte di verificare l’erronea applicazione della disciplina normativa (Cass. 15798 del 2005; Cass. n. 25728 del 2013; Cass. n. 5922 del 2016, in motiv.). Nel caso di specie, la ricorrente ha del tutto omesso di trascrivere in ricorso il testo delle clausole contrattuali che la corte d’appello avrebbe erroneamente interpretato.

6. Con il quarto motivo, la ricorrente, lamentando la violazione e la falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. e art. 115 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello ha ritenuto la fondatezza dell’appello incidentale che gli appellati avevano proposto per una più elevata quantificazione dei danni subiti, sul rilievo, per un verso, che la società appellante non aveva contestato di dover pagare allo Studio A5, quale saldo dei compensi professionali, la somma residua di Euro 40.600, oltre imposte, e, per altro verso, che, una volta risolto il rapporto contrattuale per inadempimento della Residence Principe Amedeo s.r.l. proprio per non aver corrisposto quanto ancora dovuto allo Studio A5, il risarcimento dei danni in favore di quest’ultimo non doveva essere inferiore a quanto gli sarebbe spettato ove il contratto d’opera professionale fosse andato a buon fine, condannando, quindi, la società appellante al pagamento, a titolo di danno per lucro cessante, della complessiva somma di Euro 40.600, in luogo di quella di Euro 25.000 determinata in primo grado. Così facendo, però, ha osservato la ricorrente, la corte d’appello è incorsa nella palese violazione dell’art. 115 c.p.c. posto che la domanda di accertamento negativo non poteva che avere come riferimento la somma pretesa a saldo dai convenuti, come esposta nella proposta di parcella a saldo del 18/3/2009 e nella diffida trasmessa il 15/6/2009. La contestazione della debenza, quindi, ha aggiunto la ricorrente, era totale e non poteva, quindi, esonerare la parte che avesse agito in riconvenzionale della dimostrazione di avere il diritto di ricevere, sia pur a titolo di risarcimento dei danni, una somma maggiore di quella contrattualmente stabilita.

7. Con il quinto motivo, la ricorrente, lamentando la violazione e la falsa applicazione degli artt. 96 e 132 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, ha censurato la sentenza impugnata nella parte in cui la corte d’appello, rigettando il corrispondente motivo d’appello, ha confermato la decisione con la quale il tribunale l’aveva condannata, relativamente al giudizio di primo grado, per lite temeraria, fornendo, però, al riguardo una motivazione assolutamente apodittica tanto che la decisione appare completamente carente di motivazione. La corte, infatti, ha osservato la ricorrente, si è limitata ad affermare che la lite temeraria era stata “riscontrata in primo grado”, tanto più che la ricorrente non era stata totalmente soccombente in primo grado visto che il tribunale non solo aveva rigettato tutte le eccezioni preliminari e processuali dei convenuti ma aveva anche riconosciuto agli stessi, a fronte di una domanda riconvenzionale per Euro 250.000, ragioni risarcitorie per soli 25.000 Euro. D’altra parte, ha concluso la ricorrente, vale in materia il principio per il quale la condanna della parte per lite temeraria ai sensi dell’art. 96 c.p.c. postula, oltre alla soccombenza totale, che l’istante deduca e dimostri la concreta ed effettiva esistenza di un danno in conseguenza di un comportamento processuale della controparte nonchè la ricorrenza del dolo o della colpa grave.

8. Il quarto motivo è fondato con assorbimento del quinto. La corte d’appello, infatti, ha sul punto affermato che la società ricorrente, pur avendo concluso con la richiesta di “dichiarare non dovuta… la somma di Euro 40.600 oltre imposte”, richiesta a saldo dei compensi professionali dalla Studio A5, non aveva, in realtà, contestato di dovere la somma residua di Euro 40.600, oltre imposte. Ritiene, al contrario, la Corte che, a differenza di quanto affermato dalla corte d’appello, la società ricorrente, quando ha chiesto di dichiarare che la stessa non era tenuta a pagare la somma di Euro 40.600, oltre imposte, che lo Studio A5 aveva invocato a saldo dei compensi professionali, aveva, in realtà, inequivocamente contestato non solo l’an ma, a ben vedere, anche il quantum di tale pretesa (v. le conclusioni esposte a p. 3 della sentenza impugnata). La corte d’appello, pertanto, nella parte in cui ha ritenuto che la committente non avesse contestato la quantificazione della somma residua “a titolo di saldo” operata dallo Studio A5, ha, evidentemente, violato la norma dell’art. 115 c.p.c., comma 2, la quale, in effetti, consente al giudice di considerare come provati solo ed esclusivamente i fatti che non siano stati specificamente contestati: non gli altri.

9. La sentenza impugnata dev’essere, quindi, cassata, con rinvio ad altra sezione della corte d’appello di Torino, la quale provvederà anche sulle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte così provvede: rigetta il primo ed il terzo motivo, assorbito il secondo; accoglie il quarto motivo, assorbito il quinto; cassa, in relazione al motivo accolto, la sentenza impugnata, con rinvio ad altra sezione della corte d’appello di Torino, la quale provvederà anche sulle spese del presente giudizio.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 12 febbraio 2019.

Depositato in Cancelleria il 30 luglio 2019

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