Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20536 del 30/07/2019

Cassazione civile sez. II, 30/07/2019, (ud. 05/02/2019, dep. 30/07/2019), n.20536

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. 5715/2015 R.G. proposto da:

S.P., rappresentato e difeso dall’avv. Luciano Garofalo,

con domicilio eletto in Roma, Viale di Villa Grazioli n. 20, presso

lo studio dell’avv. Giorgio Romano;

– ricorrente –

contro

COSED S.R.L., in persona del legale rappresentante p.t.,

rappresentata e difesa dall’avv. Giovanni Notaristefano, con

domicilio eletto in Roma, alla Via Laura Mantegazza, presso lo

studio dell’avv. Marco Gardin;

– ricorrente incidentale -1

e

BARI NET S.R.L., in persona del legale rappresentante p.t.,

rappresentata e difesa dall’avv. Giovanni Notaristefano, con

domicilio eletto in Roma, alla Via Laura Mantegazza, presso lo

studio dell’avv. Marco Gardin;

– ricorrente incidentale –

e

COMUNE DI BARI, in persona del Sindaco p.t., rappresentato e difeso

dall’avv. Luigi Volpe, con domicilio eletto in Roma, alla Via

Cosseria n. 2, presso lo studio dell’avv. Alfredo Placidi;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Bari, n. 1422/2014,

depositata in data 11.9.2014;

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 5.2.2019 dal

Consigliere Dott. Giuseppe Fortunato.

Udite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto

Procuratore Generale Dott. Celeste Alberto, che ha concluso,

chiedendo il rigetto dei ricorsi;

Uditi l’avv. Luciano Garofalo, l’avv. Luigi Volpe e l’avv. Giovanni

Notaristefano.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con citazione notificata in data 8 gennaio 2009, S.P. ha convenuto dinanzi al tribunale di Bari la Cosed s.r.l. e la Bari Net s.r.l., quest’ultima quale acquirente di talune porzioni di un complesso immobiliare realizzato in attuazione di un piano di lottizzazione privata e della convenzione urbanistica accessoria, esponendo che, ai sensi L. n. 122 del 1989 il Comune aveva rilasciato alla Cosed S.R.L. il permesso a costruire un’autorimessa sul lotto n. (OMISSIS), in deroga agli strumenti urbanistici e senza imposizione di oneri; che, detta autorimessa, pur dovendo essere realizzata nel rispetto degli obblighi contemplati dalla convenzione di lottizzazione e del vincolo pertinenziale a favore delle sole unità comprese nel lotto n. (OMISSIS) del piano approvato dal Comune, violava il divieto di inedificabilità assoluta gravante sul lotto, pregiudicava il libero utilizzo dell’area superficiale, destinata a verde, ed inoltre, nel successivo rogito di vendita degli immobili alla Bari Net in data 18 ottobre 2007, era stata illegittimamente posta a servizio di tutte le costruzioni esistenti entro il raggio di mt. 500.

Ha chiesto di ordinare la demolizione delle opere, di ordinare il completamento dei lavori oggetto degli atti di obbligo stipulati dagli originari lottizzanti e di porre a carico delle convenute l’obbligo di risarcire il danno.

La Cosed e la Bari Net hanno chiesto di respingere le domande e di condannare l’attore al risarcimento del danno a titolo di responsabilità processuale aggravata.

In corso di causa è intervenuto volontariamente il Comune di Bari, assumendo la legittimità del proprio operato.

Il tribunale, dopo aver disposto, in via urgente, la cancellazione della trascrizione della domanda giudiziale, ha rigettato le domande principali ed ha accolto la riconvenzionale, condannando il S. al risarcimento del danno, liquidato in Euro 180.000,00.

La pronuncia è stata parzialmente riformata in appello.

La Corte distrettuale di Bari ha respinto l’eccezione di nullità del giudizio di primo grado, ritenendo che, riguardo all’avvenuta riassegnazione della causa alla seconda sezione civile del tribunale, non fosse necessaria l’audizione delle parti, trattandosi di provvedimento di natura meramente organizzativa che il S. non aveva interesse a censurare, non avendo indicato quali facoltà difensive gli fossero state precluse.

Ha escluso che il giudice di primo grado fosse tenuto ad astenersi per essersi già pronunciato in cause connesse in mancanza della rituale proposizione dell’istanza di ricusazione, rilevando che non ricorreva nessuna delle ipotesi contemplate dall’art. 51 c.p.c..

Nel merito il giudice distrettuale ha osservato che:

a) l’autorimessa era quasi del tutto interrata e che le modeste emersioni dal suolo non superavano la quota zero del terreno ed integravano mere strutture o volumi tecnici per l’accesso alle quote, tali da non comportare l’utilizzo degli indici di fabbricabilità operanti in zona;

b) la legittimità della costruzione era stata accertata dal Consiglio di Stato con la sentenza n. 7549/2010, emessa tra le parti in causa;

c) l’area interessata dalla costruzione era di proprietà esclusiva delle società acquirenti, che potevano liberamente costruire nel sottosuolo ai sensi dell’art. 840 c.c.;

d) i parcheggi ex L. n. 122 del 1989 hanno natura mista perchè, pur partecipando della natura di standard urbanistici, sono realizzati sui suoli privati per interessi generali, non venendo in rilievo la nozione civilistica di pertinenzialità;

e) la L. n. 122 del 1989, art. 9 estende il vincolo di pertinenzialità delle autorimesse anche ai terzi lottizzanti e, nello specifico, interessava l’intera area lottizzata, inclusi gli immobili ricadenti nel loto n. (OMISSIS);

f) quanto alla riconvenzionale, che non vi era prova che la trascrizione della domanda giudiziale avesse inciso sulla commerciabilità dei beni o avesse ritardato la liquidazione della Cosed s.r.l., reputando detta trascrizione comunque legittima, avendo il S. rivendicato la titolarità di diritti reali sulle aree. La cassazione della sentenza d’appello è chiesta da S.P. sulla base di cinque motivi di ricorso.

La Cosed s.r.l. e la Bari net s.r.l. hanno proposto ricorso incidentale in 10 motivi.

Il Comune di Bari ha preposto controricorso.

In prossimità dell’udienza pubblica, le parti hanno depositato memoria ex art. 378 c.p.c.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo denuncia la violazione degli artt. 101,158 e 161 c.p.c., art. 3 Cost., art. 24 Cost., comma 2, art. 111 Cost.e art. 117 Cost., comma 1, e art. 6 CEDU, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, lamentando che il giudice di merito abbia respinto l’eccezione di nullità degli atti successivi alla prima udienza di comparizione del 20 aprile 2009, ritenendo che, per la riassegnazione della causa ad altra sezione del tribunale, non fosse necessaria l’audizione delle parti, trascurando che il provvedimento non assume natura meramente organizzativa ma è diretto ad attuare in concreto la garanzia del giudice naturale e va adottato nel contraddittorio delle parti a garanzia dei diritti di difesa, a pena di nullità insanabile della sentenza.

In subordine, il ricorrente ha chiesto di sollevare la questione di legittimità costituzionale dell’art. 273 c.p.c., comma 2, art. 274 c.p.c., comma 2 e art. 83 ter disp. att. c.p.c., per contrasto con l’art. 3 Cost., art. 24 Cost., comma 2, artt. 111 e 117 Cost. per non esser prevista l’audizione delle parti prima dell’adozione del provvedimento presidenziale di assegnazione della causa altro giudice.

Il motivo è palesemente infondato.

Il provvedimento di distribuzione degli affari tra le diverse sezioni rientra nei poteri del capo dell’ufficio, che può provvedervi nel discrezionale apprezzamento delle esigenze di servizio e del buon andamento dell’ufficio, senza esser tenuto a sentire le parti.

L’esercizio di tale potere può al più condurre, in difetto di un’espressa sanzione di nullità, ad una mera irregolarità di carattere interno che non è però causa di nullità del giudizio e della sentenza (Cass. 1197/2006; Cass. 6964/2001; Cass. 2000/489) e che non determina neppure un vizio di costituzione del giudice, non ravvisabile nell’ipotesi di sostituzione tra giudici di pari funzioni e di pari competenza, appartenenti al medesimo ufficio (Cass. 6953/1997; Cass. 2810/1997; Cass. 8352/1996).

Il dubbio di legittimità sollevato dal ricorrente, secondo cui la mancata audizione delle parti lederebbe i diritti di difesa, contemplando un’irragionevole diversità di regime rispetto a quanto disposto per la riunione delle cause, risulta irrilevante, non potendo condurre alla cassazione della sentenza, poichè, secondo il costante orientamento di questa Corte, sia i provvedimenti di assegnazione delle cause che quelli di riunione non sono impugnabili e non incidono in alcun caso sulla validità della sentenza (Cass. 13001/2006; Cass. 10416/1997; Cass. 5210/1994).

Non sarebbe inoltre ammissibile uniformare il trattamento di istituti tanto eterogenei, dovendo rilevarsi che, mentre il potere discrezionale del capo dell’ufficio va esercitato esclusivamente per assicurare l’efficienza degli uffici giudiziari (Corte Cost. 18/2002; Corte Cost. 508/1989; Corte Cost. 93/1988; Corte Cost. 143/1973), i provvedimenti di riunione della stessa causa o di cause connesse (artt. 273 e 274 c.p.c.) implicano valutazioni connesse alla specificità del singolo processo e rispondono principalmente all’intento di evitare pronunce contraddittorie.

2. Il secondo motivo denuncia la violazione degli artt. 99,112 e 345 c.p.c. ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4 e l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, lamentando che la Corte di merito non abbia pronunciato sulla domanda, riproposta in appello, volta ad ottenere la condanna delle società resistenti all’esecuzione delle opere contemplate nella convenzione urbanistica e nei successivi atti d’obbligo.

Il motivo è fondato.

La sentenza impugnata ha dato atto che il S. aveva riproposto in appello la domanda di condanna delle resistenti all’esecuzione delle opere contemplate nella convenzione di lottizzazione e nei successivi atti di obbligo (cfr. pag. 9), ma, pur riconoscendo il diritto dell’appellante e di tutti gli altri acquirenti in lottizzazione a veder completate le opere poste a carico degli originari lottizzanti sulla base della convenzione del 28.12.1955, nulla ha statuito in proposito, neppure mediante una pronuncia implicita.

La sentenza è incorsa nel vizio denunciato e va, per tale motivo, cassata, dovendo il giudice del rinvio procedere ad un nuovo esame della domanda, accertando anche se l’obbligo di eseguire le opere fosse contenuto o richiamato nell’atto di acquisto della singola unità immobiliare da parte del S. (Cass. 1384/1994; Cass. 197/1976; Cass. 8817/2018).

3. Il terzo motivo denuncia la violazione dell’art. 1117 c.c., comma 1, n. 1, artt. 840 e 1120 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, nonchè l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per aver la sentenza erroneamente sostenuto che le sporgenze dell’autorimessa costituissero volumi interrati, non qualificabili come costruzione sotto il profilo civilistico, sebbene l’opera emergesse dal suolo ed impedisse l’utilizzo dell’area superficiale destinata a verde.

L’autorimessa doveva dichiararsi illegittima sia perchè anche le opere poste sottosuolo devono essere conformi alle norme urbanistiche e rispettare le prescrizioni paesaggistiche, sia perchè il suolo era ttatql rimasto in proprietà comune ai titolari delle singole unità abitative in forza dei rispettivi atti di acquisto o per effetto della presunzione sancita dall’art. 1117 c.c..

Il motivo non merita accoglimento.

La censura difetta di specificità poichè il ricorso, pur prospettando la violazione dei vincoli di inedificabilità e di destinazione contenuti nel piano di lottizzazione e nelle previsioni recepite nei successivi atti di obbligo, non ne riporta, neppure per sintesi, il contenuto e non consente di valutare se i titoli, nell’imporre il divieto di edificare, impedissero la realizzazione di qualsiasi costruzione, anche se realizzata nel sottosuolo.

Il fatto che l’autorimessa fosse “del tutto interrata e sottostante alla quota zero” e che “le stesse emersioni costituite dalla copertura delle rampe, delle scale e degli ascensori non individuassero alcuna struttura emergente dalla quota zero, trattandosi di volumi tecnici per l’accesso alle quote” (cfr. sentenza pag. 10), integra – inoltre un accertamento di merito insindacabile sotto i profili denunciati, già oggetto della sentenza del Consiglio di Stato n. 7459/2010, resa tra le stesse parti del presente giudizio.

Giova, comunque, precisare che le previsioni dei piani privati di lottizzazione non costituiscono norme edilizie agli effetti previsti negli artt. 871 c.c. e ss., anche se approvati o autorizzati dall’ente locale (Cass. 1384/1994; Cass. 197/1976) e sono invocabili nei rapporti tra privati solo se recepiti nei singoli atti di acquisto, comportando l’imposizione di vere e proprie servitù (Cass. 8817/2018; Cass. 5104/2009; Cass. 4373/2009; Cass. 1317/1980; Cass. 1162/1978).

Il vincolo di inedificabilità poteva quindi tradursi, sul piano strettamente civilistico, nel divieto di compiere le attività che avessero come risultato quello di comprimere o ridurre le condizioni di vantaggio fissate dal titolo (Cass. 4499/2000; Cass. 2468/1990) e – pertanto – data l’impossibilità di vagliare l’entità del peso effettivamente gravante sul lotto n. (OMISSIS) (nel cui sottosuolo è stata realizzata l’autorimessa), resta incensurabile la conclusione cui è giunta la Corte di merito, secondo cui l’autorimessa non aveva leso i vincoli assunti dai costruttori con la sottoscrizione degli atti di obbligo, in attuazione del piano di lottizzazione.

Riguardo, infine, alla violazione dei vincoli paesaggistici, la questione non è stata trattata nei gradi di merito (nè è stata esaminata nel giudizio amministrativo), per cui, per la sua novità, non è deducibile per la prima volta nel giudizio di cassazione.

3.1. Difetta del pari di specificità la censura volta a sostenere che l’area ricompresa nel lotto n. (OMISSIS) fosse rimasta in comproprietà ai singoli acquirenti delle unità immobiliari in forza dei singoli atti di acquisto, poichè anche in tal caso il ricorso non riporta il contenuto dei titoli e, per la natura del vizio denunciato, non è consentito a questa Corte l’esame diretto delle produzioni di causa.

La sussistenza del rapporto di oggettiva accessorietà dell’area rispetto alle singole unità ricomprese nel lotto n. (OMISSIS), tale da comportarne la condominialità ai sensi dell’art. 1117 c.c., n. 1 appare ugualmente oggetto di una deduzione nuova, non menzionata nella sentenza impugnata e che esigerebbe accertamenti di merito preclusi in sede di legittimità.

E’ quindi esclusa anche la violazione dell’art. 840 c.c., avendo la sentenza stabilito che l’autorimessa era stata realizzata nel sottosuolo di proprietà esclusiva delle società resistenti (cfr. sentenza pag. 10).

Difatti, l’estensione del diritto di proprietà si arresta solo dinanzi ad interessi pubblici che la legge riconosca come meritevoli di particolare tutela (sfruttamento delle miniere, tutela del patrimonio artistico o archeologico, delle acque etc.) o qualora il proprietario manifesti la volontà di disporre separatamente del suolo e del sottosuolo mediante la creazione di servitù a favore di terzi (cfr. Cass. 56/1972; Cass. 5136/1981).

4. Il quarto motivo denuncia la violazione della L. n. 122 del 1989, art. 9 ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e l’omesso esame di un fatto decisivo, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, sostenendo che il vincolo pertinenziale non poteva essere esteso a tutti gli immobili ricompresi in un raggio di 500 mt., poichè l’autorimessa era stata realizzata in attuazione della convenzione di lottizzazione che ne prevedeva o la destinazione a servizio delle sole unità immobiliari compresi nel lotto n. (OMISSIS), come era attestato anche dalla relazione tecnica depositata presso il Comune e dai rilievi sollevati dalla Commissione edilizia.

A parere del ricorrente, la L. n. 122 del 1989, art. 9 commina la nullità di qualsiasi atto negoziale diretto ad eludere il vincolo pertinenziale del parcheggio rispetto alle unità immobiliari già esistenti, senza affatto consentirne la libera alienazione in elusione della normativa speciale.

Il motivo è infondato.

Giova considerare che, come già ritenuto da questa Corte, l’ordinamento contempla diverse tipologie di parcheggi, caratterizzati da regimi giuridici differenziati, e cioè: a) i parcheggi disciplinati dalla L. n. 765 del 1967, art. 18 (L. n. 1150 del 1942, art. 41 sexies), soggetti ad un vincolo pubblicistico di destinazione, produttivo di un diritto reale d’uso in favore dei condomini e di un vincolo pertinenziale “ex lege”, che non ne impedisce l’autonoma alienazione rispetto alle singole unità immobiliari; b) i parcheggi che, ai sensi della L. n. 122 del 1989, art. 2 sono sottoposti ad un regime di circolazione controllata e di utilizzazione vincolata che ne impedisce la vendita separatamente dalle singole unità immobiliari di cui costituiscano pertinenza; c) i parcheggi non rientranti nelle due categoria sopra illustrate, perchè realizzati in eccedenza rispetto agli spazi minimi inderogabilmente richiesti dalla disciplina normativa pubblicistica, che sono, quindi, liberamente alienabili; d) i parcheggi disciplinati dalla L. n. 246 del 2005, art. 12, comma 9, sottoposti ad un regime di definitiva liberalizzazione quanto alla circolazione e al trasferimento delle aree, sia pure solo con riferimento alle costruzioni non ancora realizzate e a quelle per le quali non fosse ancora intervenuta la vendite delle singole unità immobiliari al momento dell’entrata in vigore della normativa.

La L. n. 122 del 1989, art. 9 (nella formulazione vigente ratione temporis), prevedendo la nullità assoluta della cessione separata dell’autorimessa ha dunque introdotto un vincolo pubblicistico d’inscindibilità (Cass. 21003/2008; Cass. 22364/2017) sia per i parcheggi edificati nel medesimo fabbricato sia per quelli collocati in aree “pertinenziali esterne”, volendosi scoraggiare eventuali attività speculative da parte dei costruttori che abbiano beneficiato di particolari deroghe ed agevolazioni (Cass. 21003/2008).

Anche i parcheggi realizzati in “aree pertinenziali esterne” devono essere posti a servizio di specifiche e già individuate unità immobiliari così da assicurare in concreto l’esistenza di una relazione pertinenziale (Cass. pen. 26327/2009 e Cass. pen. 45068/2011), pur non richiedendosi un’immediata contiguità fisica tra il fabbricato principale e l’area asservita (cfr. testualmente, Consiglio di Stato 2116/2016; Consiglio di Stato 1272/2014).

Nel caso in esame, è decisivo considerare che però la costituzione del vincolo pertinenziale, sebbene esteso genericamente a vantaggio di tutti gli immobili compresi in un raggio di mt. 500, non ha in alcun modo pregiudicato le ragioni del ricorrente, poichè, come ha stabilito la sentenza impugnata, del vincolo hanno in concreto tratto vantaggio tutti gli immobili compresi nell’area lottizzata ed anzi quelli ricadenti nel lotto n. (OMISSIS) risultano tra i primi ad averne beneficiato (cfr. sentenza pag. 12).

Non sussisteva quindi alcun concreto interesse a dolersi delle disposizioni adottate che, a prescindere dallo loro legittimità, non hanno leso le ragioni del S..

5. Il quinto motivo censura la violazione dell’art. 91 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio lamentando che la Corte d’appello abbia posto a carico del ricorrente anche le spese processuali sostenute dal Comune di Bari, al quale l’atto introduttivo del giudizio era stato notificato solo per conoscenza ed il quale era intervenuto volontariamente, pur non essendo destinatario della domanda.

Il motivo è assorbito, poichè per in conseguenza dell’accoglimento del secondo motivo di ricorso, il giudice del rinvio dovrà regolare nuovamente le spese processuali tenendo conto dell’esito finale della lite.

6. Il primo motivo dei ricorsi incidentali censura la violazione e falsa applicazione dell’art. 96 c.p.c., comma 1, artt. 115 e 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 per aver la sentenza omesso di considerare, come evidenziato dalla Cosed nei propri scritti difensivi, il S., dover aver transatto in proprio una controversia contro le società resistenti, aveva costituito una società di capitali con il figlio R. per avviare un ulteriore contenzioso per le medesime vicende (nuovamente definito in via transattiva), il che evidenziava il carattere puramente emulativo di siffatte iniziative e la sussistenza della responsabilità processuale aggravata oggetto della riconvenzionale.

Il secondo motivo dei ricorsi incidentali denuncia l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per aver la sentenza omesso di valutare le vicende che avevano dato luogo alla definizione transattiva delle precedenti controversie instaurate dal S. e che giustificavano l’accoglimento della domanda di risarcimento.

Il terzo motivo denuncia la violazione e la falsa applicazione degli artt. 2652 e 2653 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per aver la sentenza erroneamente affermato che la trascrizione della domanda giudiziale non costituisse un illecito produttivo di danno risarcibile, poichè il ricorrente aveva diritto ad effettuarla per aver rivendicato la titolarità di diritti reali sugli immobili, mentre veniva in rilievo l’adempimento di obligationes propter rem, trasmissibili ai singoli acquirenti anche in assenza di trascrizione.

La Corte non poteva inoltre sostenere che “la destinazione urbanistica dell’immobile (ed eventualmente la destinazione propter rem) è cosa ben diversa dalla proprietà”, trattandosi di questione estranea all’oggetto del giudizio.

Il quarto motivo deduce la violazione dell’art. 132 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 2, n. 4, denunciando la contraddittorietà insuperabile in cui sarebbe incorsa la Corte di merito nell’affermare, da un lato, che la destinazione urbanistica dell’immobile (ed eventualmente la destinazione propter rem) è cosa ben diversa dalla proprietà”, e, per altro verso, che “non può essere considerato un illecito la trascrizione dell’atto di citazione operata dall’appellante, poichè tale trascrizione costituiva un diritto del S. ai sensi dell’art. 2653 c.c., n. 1, perchè le domande erano dirette a rivendicare diritti reali”.

Il quinto motivo denuncia la violazione la falsa applicazione degli artt. 115 e 132 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, contestando alla sentenza di aver escluso, senza alcuna motivazione, che la trascrizione della domanda giudiziale potesse incidere sulla commerciabilità del bene, in contrasto con massime consolidate di esperienza e con i principi elaborati dalla giurisprudenza di legittimità.

Il sesto motivo censura l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per aver la sentenza trascurato che la trascrizione, anche se concretamente inidonea a determinare l’assoluta incommerciabilità del bene, può comunque dar luogo ad uno stato di dubbio o di incertezza foriero di danno risarcibile.

Il settimo motivo denuncia la violazione degli artt. 1218 e 2697 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per aver la Corte di merito fatto mal governo delle regole di riparto dell’onere della prova poichè, avendo la Cosed dimostrato di non aver potuto alienare gli immobili a causa della trascrizione della domanda, non era tenuta a provare che la mancata vendita fosse dipesa dalla congiuntura economica sfavorevole, prova che invece gravava sul S..

L’ottavo motivo denuncia la violazione degli artt. 61,191 e 112 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, sostenendo che, essendo stata provata la sussistenza del danno, occorreva procedere alla sua liquidazione in via equitativa o mediante l’ausilio di un consulente tecnico, non essendo ammissibile rigettare la domanda riconvenzionale a causa della difficoltà di quantificare o provare l’entità del pregiudizio.

Il nono motivo denuncia la violazione degli artt. 132 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per aver la Corte, senza alcuna motivazione, omesso di procedere alla liquidazione equitativa del danno benchè fosse stata acquisita la prova dell’an della pretesa risarcitoria.

Il decimo motivo denuncia la violazione dell’art. 1226 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per aver la sentenza omesso di liquidare in via equitativa il danno, benchè ne fosse stata provata l’effettiva sussistenza.

I dieci motivi del ricorso incidentale, che vertono su questioni strettamente connesse, sono assorbiti, poichè il risarcimento del danno era stato richiesto in via riconvenzionale a titolo di responsabilità processuale aggravata ex art. 96 c.p.c. e tale norma presuppone la totale soccombenza in giudizio della parte chiamata a rispondere del danno (Cass. 7409/2016; Cass. 19583/2013; Cass. 21590/2009; Cass. 11918/2002), profilo che, a seguito dell’accoglimento del secondo motivo del ricorso principale, è rimesso nuovamente all’esame del giudice del rinvio, che dovrà riesaminare anche le deduzioni sollevate in sede di legittimità.

In definitiva è accolto il secondo motivo del ricorso principale, sono respinti il primo, il terzo ed il quarto ed è assorbito il quinto motivo di detto ricorso nonchè i ricorsi incidentali.

La sentenza impugnata è cassata in relazione al motivo accolto, con rinvio della causa ad altra sezione della Corte d’appello di Bari anche per la pronuncia sulle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

respinge il primo, il terzo ed il quarto motivo del ricorso principale, accoglie il secondo e dichiara assorbiti il quinto motivo di detto ricorso nonchè i ricorsi incidentali, cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa ad altra sezione della Corte d’appello di Bari, anche per la pronuncia sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 5 febbraio 2019.

Depositato in Cancelleria il 30 luglio 2019

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