Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20513 del 12/10/2016


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Cassazione civile sez. trib., 12/10/2016, (ud. 20/09/2016, dep. 12/10/2016), n.20513

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHINDEMI Domenico – Presidente –

Dott. BOTTA Raffaele – Consigliere –

Dott. ZOSO Liana Maria Teresa – Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 21711/2011 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE UFFICIO DI AVEZZANO, in persona del Direttore

pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI

12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende;

– ricorrente –

contro

C.O., C.V., V.D., I.A.,

CI.AN.;

– intimati –

Nonchè da:

V.D., C.V., C.O., CI.AN.,

I.A. difeso da se medesimo, elettivamente domiciliati in

ROMA VIA ANDREA VESALIO 22, presso lo studio dell’avvocato ALFREDO

IRTI, che li rappresenta e difende con procura notarile del Not. Dr.

V.M. in AVEZZANO rep. n. (OMISSIS), e procura notarile per

CI.AN. del Not. Dr. G.S. in ROMA rep. n.

(OMISSIS);

– controricorrenti e ricorrenti incidentali –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE UFFICIO DI AVEZZANO;

– intimato –

avverso la sentenza n. 64/2010 della COMM. TRIB. REG. di L’AQUILA,

depositata il 23/06/2010;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

20/09/2016 dal Consigliere Dott. LUCA SOLAINI;

udito per il ricorrente l’Avvocato PISANA che ha chiesto

raccoglimento;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

GIACALONE Giovanni, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso

principale, rigetto ricorso incidentale.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La controversia concerne l’impugnazione dell’avviso di rettifica e liquidazione emesso con riferimento all’imposta di registro, conseguente alla stima di maggior valore del terreno oggetto di compravendita. I ricorrenti deducevano il vizio di motivazione dell’atto, con riferimento all’omessa allegazione dei documenti richiamati e nel merito contestavano il valore del terreno determinato dall’ufficio, in violazione del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 51.

La CTP accoglieva le ragioni dei contribuenti e, nel rigettare l’appello dell’ufficio, la CTR confermava la sentenza di primo grado.

Avverso quest’ultima sentenza, l’ufficio ha proposto ricorso davanti a questa Corte di Cassazione sulla base di un unico motivo, mentre i contribuenti hanno resistito con controricorso e ricorso incidentale condizionato, sulla base di tre motivi, illustrati da memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con l’unico motivo di ricorso, il ricorrente ufficio denuncia, il vizio di violazione di legge, in particolare del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 52, comma 2 bis, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in quanto, erroneamente i giudici d’appello avrebbero ritenuto il difetto di motivazione dell’avviso d’accertamento per omessa allegazione dei documenti richiamati dall’ufficio nella motivazione, al fine dell’applicazione del criterio sintetico comparativo, in quanto il D.P.R. n. 131 del 1986, art. 52, comma 2 bis, sancisce che la motivazione dell’atto impositivo debba indicare i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che lo hanno determinato e se la motivazione fa riferimento ad un altro atto non conosciuto nè ricevuto dal contribuente, questo deve essere allegato all’atto che lo richiama, salvo che quest’ultimo non ne riproduca il contenuto essenziale; nel caso di specie, il contenuto essenziale dell’atto richiamato in comparazione, per la rideterminazione della base imponibile su cui ricalcolare l’imposta dovuta, a seguito del trasferimento dell’immobile oggetto di tassazione, era ben riportato nell’avviso d’accertamento.

L’articolato motivo di censura è fondato.

è, infatti, insegnamento di questa Corte quello secondo cui “Nel regime introdotto dalla L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 7, l’obbligo di motivazione degli atti tributari può essere adempiuto anche “per relationem”, ovverosia mediante il riferimento ad elementi di fatto risultanti da altri atti o documenti, a condizione che questi ultimi siano allegati all’atto notificato ovvero che lo stesso ne riproduca il contenuto essenziale, per tale dovendosi intendere l’insieme di quelle parti (oggetto, contenuto e destinatari) dell’atto o del documento che risultino necessarie e sufficienti per sostenere il contenuto del provvedimento adottato, e la cui indicazione consente al contribuente – ed al giudice in sede di eventuale sindacato giurisdizionale – di individuare i luoghi specifici dell’atto richiamato nei quali risiedono quelle parti del discorso che formano gli elementi della motivazione del provvedimento. (In applicazione del principio, la SC. ha ritenuto correttamente motivato l’atto con cui l’Ufficio aveva rettificato, ai fini dell’imposta di registro e dell’INVIM, il valore di un immobile dichiarato in un contratto di compravendita, richiamando in comparazione altro atto di cessione di bene, ritenuto dello stessa natura, senza allegarlo integralmente, ma riportandone so/tanto alcuni stralci signiticativi)”(Cass. n. 6914/11, 1906/08, ord. n. 9032/13). In particolare, la funzione della motivazione è quella di indicare i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che sostengono la maggiore pretesa impositiva secondo un iter logico conforme al criterio valutative adottato dall’ufficio, e non quella di dimostrare definitivamente anche sul piano probatorio, l’effettiva fondatezza delle determinazioni dell’ufficio (da riservare all’eventuale successiva fase contenziosa). Nel caso di specie, dalla motivazione dell’atto impositivo riportato in ricorso, è possibile evincere come dell’atto richiamato per relationem sussista il contenuto essenziale, con riferimento agli estremi di registrazione dello stesso (che ne consente la conoscibilità nelle sedi opportune), l’indicazione catastale del bene (che ne consente l’agevole localizzazione), l’indicazione del valore dichiarato e le ragioni che giustificano l’aumento di quel valore per rapportarlo meglio alla diversa realtà temporale del mercato immobiliare: questi elementi sono sufficienti a garantire al contribuente gli strumenti indispensabili per la conoscenza e valutazione della pretesa tributaria e di predisporre le eventuali difese in sede contenziosa.

Non solo.

Anche il richiamo, presente nella motivazione dell’atto, al criterio assunto per la stima in rettifica, sulla base, in particolare, del metodo sintetico comparativo, deve essere reputato sufficiente, in quanto secondo questa Corte “In tema di accertamento tributario, la motivazione di un avviso di rettifica e di liquidazione ha la funzione di delimitare l’ambito delle ragioni adducibili dall’Ufficio nell’eventuale successiva fase contenziosa, consentendo al contribuente l’esercizio del diritto di difesa. Ne consegue che, fermo restando l’onere della prova gravante sulla Amministrazione, è sufficiente che la motivazione contenga l’enunciazione dei criteri astratti, in base ai quali è stato determinato il maggior valore, (nella specie, relativo all’imposta di registro sulla cessione di azienda), senza necessità di esplicitare gli elementi di fatto utilizzati per l’applicazione di essi, in quanto il contribuente, conosciuto il criterio di valutazione adottato, è già in condizione di contestare e documentare l’infondatezza della pretesa erariale, senza poter invocare la violazione, ai sensi del D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, art. 52, comma 2-bis, del dovere di allegazione delle informazioni date dal cedente (l’azienda) ove il contenuto essenziale degli atti sia stato riprodotto sull’avviso di accertamento” (Cass. 25153/13). Anche il richiamo, presente nella motivazione dell’atto impositivo, alla perizia dell’UTE (che è stata allegata all’atto impositivo), milita nel senso dell’assolvimento dell’obbligo di motivazione da parte dell’ufficio, in quanto secondo il consolidato orientamento di questa Corte “In tema d’imposta di registro, l’obbligo della motivazione dell’avviso di accertamento in rettifica del valore risulta assolto quando l’Ufficio enunci il “petitum” ed indichi le relative ragioni in termini sufficienti a definire la materia del contendere, con la conseguenza che va considerato adeguatamente motivato l’avviso di accertamento che rinvii ai dati contenuti in una stima effettuata dall’UTE (Cass. n. 25559/14).

Sulla base delle superiori considerazioni, vanno disattesi tutti i motivi di controricorso, in particolare quelli che mirano a “puntellare” la decisione dei giudici d’appello, con valutazioni di merito non consentite nella presente sede.

Con i primi due motivi di ricorso incidentale condizionato, che possono essere esaminati in questa sede concernendo questioni di diritto processuale, la parte contribuente solleva l’eccezione di tardività dell’appello, perchè proposto oltre il termine breve dalla notifica della sentenza di primo grado, effettuata in cancelleria, del D.Lgs. n. 546 del 1992, ex art. 17, comma 3, per la mancata elezione di domicilio del procuratore dell’ufficio, dove aveva sede l’autorità giudiziaria davanti alla quale il giudizio di primo grado era in corso, ai sensi del del R.D. n. 37 del 1934, art. 82.

Il motivo è, in via preliminare, inammissibile per difetto di autosufficienza, in quanto i contribuenti non riportano in ricorso nè indicano la collocazione topografica delle controdeduzioni dell’ufficio in primo grado, ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4 (Cass. n. 26174/2014, sez. un. ord. n. 7161/2010), di talchè questa Corte non è in condizione di verificare se l’elezione di domicilio eventualmente inserita nelle stesse da parte dell’ufficio, fosse valida o meno, al momento della costituzione in giudizio in primo grado.

Nel merito, la censura andrebbe, comunque, disattesa, in quanto l’ufficio sta in giudizio in persona del Direttore in carica, ed ha la sede nella circoscrizione della commissione tributaria, D.Lgs. n. 546 del 1992, ex art. 1, competente a decidere la controversia (v. Cass. n. 4682/2012), senza necessità di ulteriore elezione di domicilio.

Con il terzo motivo di ricorso incidentale condizionato, la parte contribuente censura l’omessa motivazione del giudice d’appello, sull’inammissibilità dell’atto d’appello dell’ufficio, per mancata specificazione dei motivi, D.Lgs. n. 546 del 1992, ex art. 53.

Il motivo è inammissibile, in via preliminare, in quanto la parte censura come un vizio di motivazione (omessa), ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5) la violazione dell’art. 112 c.p.c., per omessa pronuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, infatti, costituisce causa d’inammissibilità del ricorso per cassazione l’erronea sussunzione del vizio, che il ricorrente intende far valere in sede di legittimità, nell’una o nell’altra fattispecie di cui all’art. 360 c.p.c. (Cass. n. 21165/2013, ord. 19959/14, ord. n. 9470/2008), inoltre, il motivo di ricorso è del pari inammissibile, per difetto d’autosufficienza, in quanto la parte contribuente non ha riportato in ricorso, nè indicata la collocazione topografica nell’ambito della documentazione afferente al giudizio di merito e neppure allegato, ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, le proprie controdeduzioni, dalle quali questa Corte sarebbe stata in condizioni di verificare che la censura sia stata effettivamente sollevata nel precedente grado di giudizio.

Va, conseguentemente accolto il ricorso, cassata senza rinvio l’impugnata sentenza e, non essendo necessari ulteriori accertamenti di merito, ex art. 384 c.p.c., rigettato l’originario ricorso introduttivo.

Sussistono giusti motivi per la compensazione delle spese del giudizio di merito, ponendosi a carico della intimata le spese del giudizio di legittimità

PQM

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

Accoglie il ricorso principale e rigetta l’incidentale condizionato, cassa l’impugnata sentenza e, decidendo nel merito, rigetta il ricorso introduttivo della contribuente.

Dichiara compensate le spese del giudizio di merito e condanna la società intimata al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 1.100,00, oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 20 settembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 12 ottobre 2016

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