Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20511 del 29/09/2020

Cassazione civile sez. II, 29/09/2020, (ud. 29/01/2020, dep. 29/09/2020), n.20511

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GORJAN Sergio – Presidente –

Dott. ABETE Luigi – rel. Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso n. 12508/2018 R.G. proposto da:

MINISTERO della GIUSTIZIA, c.f. (OMISSIS), in persona del Ministro

pro tempore, rappresentato e difeso dall’Avvocatura Generale dello

Stato, presso i cui uffici in Roma, alla via dei Portoghesi, n. 12,

domicilia per legge.

– ricorrente –

contro

P.V., c.f. (OMISSIS), + ALTRI OMESSI, elettivamente

domiciliati in Roma, alla via Barnaba Tortolini, n. 30, presso lo

studio dell’avvocato Alessandro Ferrara, che disgiuntamente e

congiuntamente all’avvocato Massimo Ferraro, li rappresenta e

difende in virtù di procure speciali in calce al controricorso.

elettivamente domiciliati in Roma, alla via Barnaba Tortolini, n. 30,

presso lo studio dell’avvocato Alessandro Ferrara, che

disgiuntamente e congiuntamente all’avvocato Massimo Ferraro, li

rappresenta e difende in virtù di procure speciali in calce al

controricorso.

– controricorrenti – ricorrenti incidentali –

e

S.T., G.R.;

– intimati –

avverso il decreto del 9.3.2018 della Corte d’Appello di Roma;

udita la relazione della causa svolta all’udienza pubblica del 29

gennaio 2020 dal Consigliere Dott. Luigi Abete;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott. DE RENZIS Luisa, che ha concluso per l’accoglimento

del terzo e del quarto motivo del ricorso principale e per il

rigetto di ogni ulteriore motivo;

udito l’avvocato Alessandro Ferrara per i controricorrenti.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con separati ricorsi ex lege n. 89 del 2001 alla Corte d’Appello di Roma depositati in data 11.11.2011, 5.4.2012, 13.7.2012 e 20.7.2012, poi riuniti, i controricorrenti indicati in epigrafe si dolevano per l’eccessiva durata del fallimento della “(OMISSIS)” s.r.l. – alle cui dipendenze avevano lavorato – fallimento dichiarato dal Tribunale di Napoli con sentenza del 20.10.1999, al cui passivo – dichiarato esecutivo il 9.7.2001 – erano stati ammessi ed ancora pendente alla data di proposizione dei ricorsi per equa riparazione.

Chiedevano condannarsi il Ministero della Giustizia a corrisponder loro per l’irragionevole durata del fallimento “presupposto” un equo indennizzo; con il favore delle spese di lite.

2. Resisteva il Ministero della Giustizia.

3. Con decreto del 9.3.2018 la Corte d’Appello di Roma accoglieva la domanda e condannava il Ministero resistente al pagamento di un equo indennizzo.

3.1. La corte dava atto che i ricorrenti avevano allegato attestazione di pendenza della procedura fallimentare “presupposta” ed avevano chiesto con apposita memoria l’estensione della domanda sino alla data – 3.5.2017 – dell’attestazione.

Indi evidenziava che la durata ragionevole del fallimento “presupposto”, in considerazione – tra l’altro – del cospicuo numero di creditori insinuati e dei numerosi giudizi intrapresi dagli organi della procedura, era da determinare in 7 anni, sicchè la durata irragionevole si specificava in 10 anni; che il “moltiplicatore” per ciascun anno di irragionevole durata era da quantificare in Euro 500,00; che l’equo indennizzo era tuttavia da computare in misura inferiore con riferimento ai ricorrenti la cui ragione di credito fosse risultata di entità limitata.

4. Avverso tale decreto ha proposto ricorso il Ministero della Giustizia; ne ha chiesto sulla scorta di cinque motivi la cassazione con ogni conseguente provvedimento anche in ordine alle spese.

5. I controricorrenti indicati in epigrafe hanno depositato controricorso contenente ricorso incidentale articolato in un unico motivo; hanno chiesto rigettarsi l’avverso ricorso ed accogliersi il ricorso incidentale con ogni susseguente provvedimento anche in ordine – con distrazione – alle spese.

6. S.T. e G.R. non hanno svolto difese.

7. All’esito dell’adunanza camerale del 24.9.2019 è stata disposta la trattazione in pubblica udienza.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

8. Con il primo motivo il ricorrente principale denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 101 c.p.c..

Deduce che è stato violato il contraddittorio in dipendenza dell’estensione – vera e propria mutatio libelli e non già mera emendatio – dell’avversa domanda sino alla data del 3.5.2017.

Deduce segnatamente che del tutto insufficiente è l’unilaterale richiesta di controparte di modifica dell’originaria domanda, ancorata al certificato di perdurante pendenza della procedura “presupposta”.

Deduce quindi che si è trovato nell’assoluta impossibilità di controdedurre, sicchè ne è scaturita la nullità di tutti gli atti processuali.

9. Con il secondo motivo il ricorrente principale denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, artt. 2 e 4.

Deduce che la corte d’appello ha dato seguito all’avversa richiesta di estensione temporale dell’iniziale domanda senza motivazione alcuna, il che rileva viepiù in considerazione dell’operatività a partire da settembre 2012 di parametri differenti ai fini della liquidazione dell’indennizzo.

Deduce al contempo che il giudice non può tener conto del ritardo, del tutto incerto, suscettibile di maturazione nel corso del procedimento “presupposto”.

Deduce dunque che la corte di merito con riferimento all’antecedente data di deposito dei ricorsi ex lege “Pinto” avrebbe dovuto computare in quattro anni il periodo di irragionevole durata del fallimento “presupposto”.

10. Con il terzo motivo il ricorrente principale denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, in relazione all’art. 111 Cost., il vizio di motivazione apparente.

Deduce che ai fini della ricostruzione delle posizioni dei singoli ricorrenti la corte distrettuale ha fatto leva sulla relazione del curatore aggiornata al primo piano di riparto intervenuto in data 18.10.2010.

Deduce conseguentemente che l’impugnato decreto è privo di motivazione con riferimento agli sviluppi della procedura “presupposta” successivi al 2010.

11. Con il quarto motivo il ricorrente principale denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame di fatto decisivo oggetto di discussione tra le parti.

Deduce che la corte territoriale ha opinato per la non particolare complessità della procedura fallimentare “presupposta” e nondimeno ne ha determinato la durata ragionevole nella misura massima, pari a sette anni.

Deduce altresì che la corte romana non ha tenuto conto del comportamento delle parti.

Deduce quindi che si sarebbe giustificata la determinazione del “moltiplicatore” annuo nel minor importo di Euro 400,00.

12. Con il quinto motivo il ricorrente principale denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2.

Deduce che il “moltiplicatore” di Euro 500,00, recepito dalla corte d’appello, è inapplicabile ratione temporis al caso di specie; che infatti della L. n. 89 del 2001, art. 2, nella sua formulazione originaria, applicabile alla fattispecie, non contemplava alcun parametro.

13. Con l’unico motivo i ricorrenti incidentali denunciano ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e mancata applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2,artt. 1123,1226,1227 e 2056 c.c., art. 24 e 111 Cost. e art. 6, par. 1, e art. 13 della C.E.D.U..

Deducono che la corte di merito, limitatamente alle ricorrenti A.G. e D.A.L., ha quantificato l’equo indennizzo negli importi, rispettivamente, di Euro 1.960,23 e di Euro 3.580,02, in modo difforme dai parametri elaborati dalla C.E.D.U..

14. Il primo motivo ed il secondo motivo del ricorso principale sono strettamente connessi; il che ne giustifica la disamina contestuale; ambedue i motivi vanno comunque respinti.

15. Vanno evidentemente ribaditi gli insegnamenti di questa Corte.

Ossia, non solo, l’insegnamento a tenor del quale, ove la domanda di equa riparazione sia proposta durante la pendenza del processo “presupposto”, è vero, sì, che il giudice deve prendere in considerazione il solo periodo decorso sino alla proposizione del ricorso per equa riparazione e non anche l’ulteriore ritardo, futuro ed incerto, suscettibile di maturazione nel prosieguo del processo “presupposto”; e tuttavia, qualora si prospetti una protrazione della addotta violazione, costituente oggetto di specifica allegazione ad integrazione della originaria domanda, ben potrà il giudice tener conto dell’ulteriore ritardo (cfr. Cass. (ord.) 21.1.2019, n. 1521; cfr. Cass. (ord.) 16.4.2019, n. 10582, secondo cui la data di pubblicazione della sentenza di appello del giudizio “presupposto”, intervenuta nel corso del giudizio di equa riparazione, ove la decisione stessa sia stata oggetto di allegazione e prova nel procedimento, costituisce evento certo in base al quale potersi calcolare il ritardo processuale ulteriormente maturato dopo la proposizione dell’azione ex lege n. 89 del 2001).

Sibbene, altresì, l’insegnamento a tenor del quale, in tema di irragionevole durata del processo, nel sistema anteriore alle modifiche introdotte con il D.Lgs. n. 83 del 2012, convertito con modificazioni dalla L. n. 134 del 2012, e sostanzialmente ripristinato dalla sentenza n. 88/2018 della Corte costituzionale – sistema cui ratione temporis è da riferire l’ipotesi de qua agitur – in caso di proposizione della domanda di indennizzo durante la pendenza del giudizio “presupposto” è consentita e non costituisce “mutatio libelli” l’estensione della domanda al periodo di ulteriore durata del processo “presupposto”, venendo in rilievo una protrazione della medesima violazione, oggetto di specifica integrazione dell’originaria domanda ed insuscettibile di ledere il principio del contraddittorio (cfr. Cass. (ord.) 5.9.2019, n. 22300, ove si soggiunge che, qualora tale estensione sia stata formulata dopo l’entrata in vigore della L. n. 134 del 2012, il rito da applicare al giudizio ex lege “Pinto” resta quello vigente all’epoca della sua originaria introduzione, in ragione del carattere unitario del procedimento).

16. Su tale scorta ineccepibilmente la corte distrettuale ha tenuto conto dell’ulteriore irragionevole durata della procedura fallimentare “presupposta” limitatamente al lasso temporale compreso tra le date di deposito degli iniziali ricorsi ex lege “Pinto” e la data – 3.5.2017 – della certificazione attestante la perdurante pendenza della medesima procedura fallimentare.

Difatti, da un canto, è stato acquisito – con la certificazione anzidetta – inconfutabile riscontro della protrazione della violazione inizialmente prospettata, dall’altro e prim’ancora, con la memoria all’uopo depositata (cfr. decreto impugnato, pag. 3), la protrazione della violazione è stata, ad integrazione della originaria domanda, oggetto di specifica allegazione.

In questo quadro non solo non si configura l’addotta mutatio libelli, ma neppure sussistono l’asserita violazione del contraddittorio e la pretesa nullità degli atti processuali conseguenti.

In questo quadro inoltre a nulla rileva la sopravvenuta operatività di parametri differenti ai fini della liquidazione dell’indennizzo.

17. Ovviamente il disconoscimento del supposto error in procedendo importa, ex se, il disconoscimento di qualsivoglia vizio, di qualsivoglia lacuna motivazionale.

Ciò viepiù chè, quando, con il ricorso per cassazione, venga dedotto un error in procedendo, il sindacato del Giudice di legittimità investe direttamente l’invalidità denunciata, indipendentemente dalla sufficienza e logicità della eventuale motivazione esibita al riguardo, posto che, in tali casi, la Corte di cassazione è giudice anche del fatto (cfr. Cass. (ord.) 13.8.2018, n. 20716).

18. Il terzo motivo, il quarto motivo ed il quinto motivo del ricorso principale del pari sono strettamente connessi; il che analogamente ne suggerisce l’esame simultaneo; i medesimi motivi vanno in ogni caso respinti.

19. Si premette che con i mezzi di impugnazione in disamina il Ministero ricorrente censura, essenzialmente, il giudizio “di fatto” sulla cui scorta la corte territoriale ha provveduto, in particolare, alla quantificazione – nella misura di Euro 500,00 – del “moltiplicatore” annuo (si assume che la corte romana, in sede di valutazione del comportamento delle parti, non ha tenuto conto della circostanza per cui i ricorrenti hanno “richiesto importi non dovuti (…), dando così origine ad una serie consistente di giudizi di opposizione allo stato passivo” (così ricorso principale, pag. 64), non ha tenuto conto “delle difficoltà insorte nella ricostruzione delle spettanze lavorative” (così ricorso principale, pag. 65), con susseguente necessità, per la procedura fallimentare, di dare incarico a consulenti del lavoro (cfr. ricorso principale, pag. 64)).

In tal guisa i motivi de quibus – non solo il quarto, dunque – si qualificano essenzialmente alla stregua della previsione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, Del resto è propriamente la previsione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, che concerne l’accertamento e la valutazione dei fatti rilevanti ai fini della decisione della controversia (cfr. Cass. sez. un. 25.11.2008, n. 28054).

20. Negli esposti termini i motivi in esame sono – evidentemente – da vagliare, oltre che nel solco dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nel segno della pronuncia n. 8053 del 7.4.2014 delle sezioni unite di questa Corte.

In quest’ottica si reputa quanto segue.

Per un verso, è da escludere che taluna delle figure di “anomalia motivazionale” destinate ad acquisire significato alla stregua della pronuncia delle sezioni unite testè menzionata – figure tra le quali non è annoverabile il semplice difetto di sufficienza della motivazione – possa scorgersi in relazione alle motivazioni cui la corte romana ha ancorato il suo dictum (la corte ha puntualizzato peraltro che nella relazione del curatore fallimentare, all’uopo valutata, si dava atto di un avvenuto riparto parziale: cfr. decreto impugnato, pag. 4).

Per altro verso, è da ritenere che la corte romana per nulla ha omesso la disamina dei profili rilevanti ai fini della quantificazione del “moltiplicatore”.

21. In ogni caso l’iter motivazionale che sorregge il dictum della corte d’appello, risulta in toto ineccepibile sul piano della correttezza giuridica ed assolutamente congruo ed esaustivo.

22. Con riferimento al profilo della correttezza giuridica si rimarca quanto segue.

In primo luogo, in tema di equa riparazione per la violazione del termine di durata ragionevole del processo, della L. n. 89 del 2001, ex art. 2, comma 2, la durata delle procedure fallimentari, secondo lo standard ricavabile dalle pronunce della Corte Europea dei diritti dell’uomo, è di cinque anni nel caso di media complessità ed, in ogni caso, per quelle notevolmente complesse – a causa del numero dei creditori, della particolare natura o situazione giuridica dei beni da liquidare (partecipazioni societarie, beni indivisi, ecc.), della proliferazione di giudizi connessi o della pluralità di procedure concorsuali interdipendenti – è al più di sette anni (cfr. Cass. (ord.) 12.10.2017, n. 23982; Cass. 28.5.2012, n. 8468).

In secondo luogo (e con precipuo riferimento al quinto motivo del ricorso principale), in tema di equa riparazione da irragionevole durata del processo fallimentare, questa Corte da tempo ha spiegato – e quindi anche in relazione all’assetto normativo anteriore alle modifiche introdotte con il D.Lgs. n. 83 del 2012, convertito con modificazioni dalla L. n. 134 del 2012 – e pur di recente ha ribadito che, qualora il creditore non abbia dimostrato di aver manifestato agli,A1 organi della procedura uno specifico interesse alla pronta definizione della stessa, è congrua la liquidazione dell’indennizzo nella misura solitamente riconosciuta per i giudizi amministrativi protrattisi oltre dieci anni, rapportata su base annua a circa Euro 500,00 (cfr. Cass. 16.7.2014, n. 16311; Cass. (ord.) 14.1.2020, n. 462).

23. Con riferimento al profilo della congruenza ed esaustività della motivazione si rimarca quanto segue.

In primo luogo, nel vigore del nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – al di là dell’ipotesi del “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili”, insussistente nel caso de quo – non è più configurabile il vizio di contraddittoria motivazione della sentenza, atteso che la norma suddetta attribuisce rilievo solo all’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti, non potendo neppure ritenersi che il vizio di contraddittoria motivazione sopravviva come ipotesi di nullità della sentenza ai sensi del medesimo art. 360 c.p.c., n. 4 (cfr. Cass. (ord.) 6.7.2015, n. 13928).

In secondo luogo – con il terzo motivo – il ricorrente principale si duole, in fondo, per l’erronea valutazione, recte per la “valorizzazione” oltre misura della relazione del curatore fallimentare “”aggiornata” al solo primo piano del riparto parziale intervenuto nel 2010″ (così ricorso principale, pag. 62).

E tuttavia il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito non dà luogo ad alcun vizio denunciabile con il ricorso per cassazione, non essendo inquadrabile nel paradigma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nè in quello del precedente n. 4, disposizione che – per il tramite dell’art. 132 c.p.c., n. 4 – dà rilievo unicamente all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante (cfr. Cass. 10.6.2016, n. 11892).

24. L’unico motivo del ricorso incidentale parimenti va respinto.

25. Pur al riguardo – inevitabilmente – vengono in rilievo gli insegnamenti di questa Corte.

Innanzitutto l’insegnamento a tenor del quale l’indennizzo per la durata irragionevole del processo non deve essere superiore al danno, neppure se il giudizio presupposto aveva carattere non bagatellare; cosicchè è legittima l’applicazione di un moltiplicatore annuo congruo alla posta in gioco, seppur inferiore allo standard giurisprudenziale (cfr. Cass. (ord.) 14.1.2020, n. 461; Cass. 2.11.2015, n. 22385. Cfr. anche Cass. 3.2.2017, n. 2995).

Altresì l’insegnamento a tenor del quale, in tema di equa riparazione, ai sensi della L. n. 89 del 2001, per violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, il giudice, nel determinare la quantificazione del danno non patrimoniale subito per ogni anno di ritardo, può scendere al di sotto del livello di “soglia minima” là dove, in considerazione del carattere bagatellare o irrisorio della pretesa patrimoniale azionata nel processo presupposto, parametrata anche sulla condizione sociale e personale del richiedente, l’accoglimento della pretesa azionata renderebbe il risarcimento del danno non patrimoniale del tutto sproporzionato rispetto alla reale entità del pregiudizio sofferto (cfr. Cass. 24.7.2012, n. 12937).

26. In questo quadro la determinazione dell’indennizzo operata dalla corte d’appello, per le controricorrenti A.G. e D.A.L., nella misura, rispettivamente, di Euro 1.960,23 e di Euro 3.580,02, è ineccepibile e congrua, siccome, per ambedue le controricorrenti, è esattamente corrispondente all’ammontare dei rispettivi crediti residui (cfr. decreto impugnato, pagg. 5 e 13).

27. Il rigetto del ricorso principale riveste valenza assolutamente preponderante. Si giustifica dunque, nonostante il rigetto del ricorso incidentale, la condanna del Ministero della Giustizia all’integrale pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità.

La condanna segue come da dispositivo a vantaggio dell’avvocato Alessandro Ferrara, difensore dei controricorrenti, che ha dichiarato di aver anticipato le spese e di non aver riscosso gli onorari.

27.1. S.T. e G.R. non hanno svolto difese. Nonostante il rigetto del ricorso principale nessuna statuizione in ordine alle spese va, pertanto, nei loro confronti assunta.

28. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 10, non è soggetto a contributo unificato il giudizio di equa riparazione ex lege n. 89 del 2001. Il che rende in ogni caso inapplicabile il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (cfr. Cass. sez. un. 28.5.2014, n. 11915).

PQM

La Corte rigetta il ricorso principale; rigetta il ricorso incidentale; condanna il Ministero della Giustizia a rimborsare all’avvocato Alessandro Ferrara, difensore anticipatario dei controricorrenti, le spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano in complessivi Euro 3.700,00 per compensi, oltre rimborso forfetario delle spese generali nella misura del 15%, i.v.a. e cassa come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 29 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 29 settembre 2020

 

 

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