Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20498 del 03/08/2018





Civile Ord. Sez. L Num. 20498 Anno 2018
Presidente: NOBILE VITTORIO
Relatore: NEGRI DELLA TORRE PAOLO

ORDINANZA

sul ricorso 6875-2015 proposto da:
PALO FABIO, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA
CIPRO 77, presso lo studio dell’avvocato GERARDO
RUSSILLO, che lo rappresenta e difende; giusta delega
in atti;
– ricorrente contro

POSTE ITALIANE S.P.A. C.F. 97103880585, in persona del
2018
1234

legale rappresentante pro tempore, elettivamente
domiciliata in ROMA, VIA POMPEO MAGNO, 23/A, presso lo
studio dell’avvocato GIAMPIERO PROIA, che la
rappresenta e difende giusta delega in atti;
– controricorrente –

Data pubblicazione: 03/08/2018

avverso la sentenza n. 5674/2014 della CORTE D’APPELLO

di ROMA, depositata il 12/09/2014 r.g.n. 8436/2011.

R.G. 6875/2015

Premesso
che con sentenza n. 5674/2014, depositata il 12 settembre 2014, la Corte di appello di
Roma ha confermato la sentenza di primo grado, con la quale il Tribunale di Roma aveva
respinto la domanda di Fabio Palo volta ad ottenere, nei confronti di Poste Italiane S.p.A.,
la dichiarazione di nullità o illegittimità del contratto stipulato ex art. 2, comma 1 bis, del

dal 7 ottobre al 31 ottobre 2006;
– che avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione il lavoratore con due
motivi, cui ha resistito la società con controricorso;
– che entrambe le parti hanno depositato memoria;

rilevato
che con il primo motivo viene dedotta la violazione e falsa applicazione degli artt. 1 e 2,
comma 1 bis, d.lgs. n. 368/2001, nonché la violazione e falsa applicazione della Direttiva
1999/70/CE, per avere la sentenza di appello ritenuto esclusiva (o tipica) la normativa, ai
sensi della quale il contratto individuale era stato concluso, anziché aggiuntiva rispetto a
quella, avente portata generale, di cui all’art. 1, ed inoltre per non avere considerato che
l’art. 2, comma 1 bis, non avrebbe potuto trovare applicazione nel caso di specie, posto
che le mansioni di operatore di sportello, per le quali il ricorrente era stato assunto, non
erano direttamente attinenti al servizio postale;
– che con il secondo motivo viene dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 2,
comma 1 bis, d.lgs. n. 368/2001 per avere la sentenza di appello erroneamente ritenuto
generica la contestazione della documentazione allegata dalla società a dimostrazione del
rispetto del limite del 15% tra assunzioni a termine e rapporti a tempo indeterminato;
per avere attribuito valenza probatoria ad un documento di formazione unilaterale e privo
di riscontri; per non avere comunque considerato che il criterio (“per teste”) posto alla
base del conteggio di Poste Italiane era da considerarsi errato sia perché comprensivo dei
dipendenti estranei al servizio postale, sia perché in contrasto con il criterio

full time

equivalent previsto dall’art. 6, comma 1, d.lgs. n. 61/2000;

osservato
che il primo motivo è infondato;
– che, al riguardo, deve anzitutto richiamarsi Sez. U n. 11374/2016, la quale ha precisato
che le assunzioni a tempo determinato, effettuate da imprese concessionarie di servizi
nel settore delle poste, che presentino i requisiti specificati dal comma 1 bis dell’art. 2 del
d.lgs. n. 368 del 2001, non necessitano anche dell’indicazione delle ragioni di carattere
1

d.lgs. n. 368/2001 per lo svolgimento di mansioni di operatore di sportello nel periodo

tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo ai sensi del comma 1 dell’art. 1 del
medesimo d.lgs., trattandosi di ambito nel quale la valutazione sulla sussistenza della
giustificazione è stata operata ex ante direttamente dal legislatore;
– che con riguardo al secondo profilo in cui si articola il motivo in esame, deve
confermarsi l’orientamento, per il quale l’art. 2, comma 1 bis, del d.lgs. n. 368/2001 fa
riferimento esclusivamente alla tipologia di imprese presso cui avviene l’assunzione quelle concessionarie di servizi e settori delle poste – e non anche alle mansioni del
lavoratore assunto, in coerenza con la ratio della disposizione, ritenuta legittima dalla

assicurare al meglio lo svolgimento del c.d. “servizio universale” postale, ai sensi dell’art.
1, comma 1, del d.lgs. 22 luglio 1999, n. 261, di attuazione della direttiva 1997/67/CE,
mediante il riconoscimento di una certa flessibilità nel ricorso allo strumento del contratto
a tempo determinato, pur sempre nel rispetto delle condizioni inderogabilmente fissate
dal legislatore (Cass. n. 13609/2015 e successive conformi);
che il secondo motivo di ricorso risulta inammissibile, non essendo riprodotti o trascritti,
nell’inosservanza dell’art. 366, comma 1°, n. 6 cod. proc. civ., i verbali di udienza del
giudizio di primo grado in cui – diversamente da quanto ritenuto in proposito dal giudice
di appello – vi sarebbe stata idonea contestazione dei prospetti depositati dalla società
resistente; né essendo stato comunque riprodotto il contenuto dei prospetti medesimi, in
relazione ai quali viene contestata la valutazione di rilevanza compiuta nella sentenza
impugnata;
– che è invero consolidato il principio di diritto, secondo il quale il ricorso per cassazione per il principio di autosufficienza – deve contenere in sé tutti gli elementi necessari a
costituire le ragioni per cui si chiede la cassazione della sentenza di merito e, altresì, a
permettere la valutazione della fondatezza di tali ragioni, senza la necessità di far rinvio
ed accedere a fonti esterne allo stesso ricorso e, quindi, ad elementi o atti attinenti al
pregresso giudizio di merito, sicché il ricorrente ha l’onere di indicare specificamente, a
pena di inammissibilità, oltre al luogo in cui ne è avvenuta la produzione, gli atti
processuali ed i documenti su cui il ricorso è fondato mediante la riproduzione diretta del
contenuto che sorregge la censura oppure attraverso la riproduzione indiretta di esso con
specificazione della parte del documento cui corrisponde l’indiretta riproduzione (Cass. n.
14784/2015; conforme Cass. n. 18679/2017);
– che il motivo è, in ogni caso, infondato, invocando criteri errati di calcolo del limite del
15% (tra assunti a termine e rapporti di lavoro a tempo indeterminato);
– che, in proposito, oltre a Cass. n. 13609/2015, già citata, si richiama Cass. n.
753/2018, la quale ha precisato che, in tema di contratto di lavoro a tempo determinato,
l’art. 2, comma 1 bis, d.lgs. n. 368 del 2001, nel prevedere che il numero dei lavoratori
assunti a termine dalle imprese concessionarie di servizi nei settori delle poste non può
superare il limite percentuale del quindici per cento dell’organico aziendale, si riferisce al
2

Corte costituzionale con sentenza n. 214 del 2009, individuata nella possibilità di

numero complessivo dei lavoratori assunti, in base ad un criterio quantitativo “per teste”,
dovendosi escludere il computo dei contratti a tempo determinato part time fino alla
concorrenza dell’orario pieno, ossia secondo il criterio c.d. full time equivalent, previsto
dall’art. 6, comma 1, del d.lgs. n. 61 del 2000 al fine di facilitare il calcolo dell’organico in
sede di recepimento della direttiva 1997/81/CE e in vista della prevedibile estensione del
lavoro a tempo parziale, ma non anche ai fini della disciplina dei limiti di utilizzo del
contratto a tempo determinato, che ha una specifica ratio, riconducibile alla finalità

ritenuto

conclusivamente che il ricorso deve essere respinto;
– che le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo

p.q.m.

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente
giudizio, liquidate in euro 200,00 per esborsi e in euro 4.000,00 per compensi
professionali, oltre rimborso spese generali al 15% e accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, co. 1 quater, del d.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei
presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di
contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello
stesso articolo 13.

Così deciso in Roma nell’adunanza camerale del 22 marzo 2018.

antiabusiva della direttiva 1999/70/CE;

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