Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20486 del 03/08/2018


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Civile Ord. Sez. 6 Num. 20486 Anno 2018
Presidente: AMENDOLA ADELAIDE
Relatore: PELLECCHIA ANTONELLA

ORDINANZA
sul ricorso 16053-2017 proposto da:
DI FRANCO SANTOLO, elettivamente domiciliato in ROMA,
PIAZZA CAVOUR, presso la CORTE DI CASSAZIONE,
rappresentato e difeso dall’avvocato EDOARDO CANNELLINI;

– ricorrente contro
IACP – ISTITUTO AUTONOMO PER LE CASE POPOLARI DI
NAPOLI, in persona del legale rappresentante pro tempore,
elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la
CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dagli avvocati
ROBERTO FERRARI, CINZIA COPPA;

– controricorrente contro

Data pubblicazione: 03/08/2018

COMUNE DI NAPOLI, in persona del Sindaco pro tempore,
elettivamente domiciliato in ROMA, VIA FRANCESCO DENZA
50/A, presso lo studio dell’avvocato NICOLA LAURENTI,
rappresentato e difeso dall’avvocato FABIO _MARIA FERRARI;

avverso la sentenza n. 1370/2017 della CORTE D’APPELLO di
NAPOLI, depositata il 24/03/2017;
udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 17/05/2018 dal Consigliere Dott. ANTONELLA
PF_WLECCHIA.

Ric. 2017 n. 16053 sez. M3 – ud. 17-05-2018
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– controricorrente –

Rilevato che:
1. Nel 2015, Santolo Di Franco conveniva in giudizio l’Istituto
Autonomo Case Popolari ed il Comune di Napoli al fine di sentire
dichiarare il proprio diritto alla regolarizzazione locativa di un immobile
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occupato senza titolo, previa disapplicazione del provvedimento
di diniego reso dall’ente convenuto. L’attore assumeva a sostegno delle
proprie ragioni che l’immobile era occupato dal 1991 dal nucleo familiare
del fratello, Alfredo Di Franco, al quale egli stesso apparteneva; in
seconda istanza, rimarcava di avere diritto alla regolarizzazione del
rapporto locativo in quanto subentrato nella posizione della sorella, tale
Lucia Di Franco, ai sensi dell’art. 33 L.R. 18/1997.
Con sentenza 10997/2016, il Tribunale di Napoli rigettava la domanda
attorea, motivando che Santolo Di Franco, come accertato dalla sentenza
7860/2014 pronunciata nei confronti della sorella Lucia, era già membro
del nucleo familiare di quest’ultima quando ella aveva proposto istanza di
regolarizzazione, sicché l’amministrazione aveva correttamente respinto
la sua richiesta, in assenza di fatti nuovi da valutare.
2. Santolo Di Franco proponeva appello avverso la sentenza del
Tribunale di Napoli. Si costituivano l’Istituto Autonomo Case Popolari,
che contestava nel merito la fondatezza del gravame, e il Comune di
Napoli, che insisteva sul proprio difetto di legittimazione passiva. Con
sentenza 1370 del 24 marzo 2017, la Corte territoriale di Napoli rigettava
l’appello, ritenendo insussistente la lamentata deficienza del criterio
logico fondante il convincimento del giudice di prime cure in ordine al
rigetto della domanda attorea, statuizione adeguatamente motivata. La
Corte rilevava altresì l’inammissibilità dell’appello relativamente al
motivo con cui l’appellante invocava l’applicazione dell’art. 14 L.R.
Campania 18/97, avendo Santolo Di Franco invocato il subingresso in
una istanza, quella della sorella Lucia, il cui procedimento si era già

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concluso con provvedimento di diniego. Ad avviso del Giudice analoghe
considerazioni sarebbero poi valse anche con riguardo ad un eventuale
subingresso nella domanda di regolarizzazione di Alfredo Di Franco,
essendo ad essa successivo.
3. Avverso tale pronuncia Santolo Di Franco propone ricorso per

autonomo per le case popolari resistono con autonomi controricorsi.
4. È stata depositata in cancelleria ai sensi dell’art. 380-bis cod. proc. civ.,
e regolarmente notificata ai difensori delle parti, unitamente al decreto di
fissazione dell’adunanza, la proposta di inammissibilità del ricorso.

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4.1. Il ricorrente ha depositato memoria il 14 maggio 2018. Pertanto on
potrà essere presa in considerazione perché tardiva.

Considerato che:
5. A seguito della discussione sul ricorso, tenuta nella camera di
consiglio, reputa il Collegio, con le seguenti precisazioni di condividere la
proposta del latoresgtALACL-6. Pr
l’inammissibilità del ricorso per violazione dell’art. 366 n. 6
c.p.c.. E’ principio consolidato di questa Corte che, in tema di ricorso per
cassazione, l’art. 366, primo comma, n. 6, cod. proc. civ., novellato dal
d.lgs. n. 40 del 2006, oltre a richiedere l’indicazione degli atti, dei
documenti e dei contratti o accordi collettivi posti a fondamento del
ricorso, esige che sia specificato in quale sede processuale il documento
risulti prodotto; tale prescrizione va correlata all’ulteriore requisito di
procedibilità di cui all’art. 369, secondo comma, n. 4 cod. proc. civ., per
cui deve ritenersi, in particolare, soddisfatta:
a) qualora il documento sia stato prodotto nelle fasi di merito dallo
stesso ricorrente e si trovi nel suo fascicolo, mediante la produzione del

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cassazione, sulla base di cinque motivi. Il Comune di Napoli e l’Istituto

fascicolo, purché nel ricorso si specifichi che questo è stato prodotto
indicando altresì la sede in cui il documento è rinvenibile;
b) qualora il documento sia stato prodotto, nelle fasi di merito, dalla
controparte, mediante l’indicazione che il documento è prodotto nel
fascicolo del giudizio di merito di controparte, pur se cautelativamente si

comma 2, n. 4, cod. proc. civ., per il caso in cui la controparte non si
costituisca in sede di legittimità o si costituisca senza produrre il fascicolo
o lo produca senza documento;
c) qualora si tratti di documento -non prodotto nelle fasi di meritorelativo alla nullità della sentenza od all’ammissibilità del ricorso (art. 372
p.c.) oppure di documento attinente alla fondatezza del ricorso e formato
dopo la fase di merito e comunque dopo l’esaurimento della possibilità di
produrlo, mediante la produzione del documento, previa individuazione
e indicazione della produzione stessa nell’ambito del ricorso ( Cass.
n. 7161/2010 ; Cass. S.U. n. 28547/2008).
Premessi tali principi, cui il collegio intende dare continuità, si rileva che,
in seno al ricorso
a) non si rinviene alcun riferimento al contenuto e al tenore della
domanda;
b) non vi è cenno alcuno al contenuto delle difese avversarie e delle
conseguenti contestazioni;
c) nulla si dice sul tenore della sentenza di primo grado, sui motivi di
appello ed infine sulle ragioni della decisione.
Pertanto, come nel caso di specie, la mancanza di una sola delle
indicazioni rende il ricorso inammissibile (Cass. n. 19157/12; Cass. n.
22726/11; Cass. n. 19069/2011).

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rivela opportuna la produzione del documento, ai sensi dell’art. 369,

Sotto altro profilo, si rileva poi la assoluta e irredimibile genericità
dell’esposizione dei motivi di ricorso, in violazione del consolidato
principio a mente del quale, nel giudizio di legittimità, è onere del
ricorrente indicare con specificità e completezza quale sia il vizio da cui si
assume essere affetta la sentenza impugnata. Sono, pertanto,
inammissibili quei motivi che, come quelli in esame, non precisano in

portato alla pronuncia di merito che si sostiene errata, o che si limitano
ad una affermazione apodittica non seguita da alcuna dimostrazione
(Cass. 15263/2007).
E comunque.

6.1. Con il primo motivo parte ricorrente lamenta l’omesso esame della
declaratoria di acquiescenza resa da Santolo Di Franco, nonché la
violazione/falsa applicazione degli artt 99, 100, 112 cpc, in riferimento
all’art. 360, n.3 cpc, o in relazione all’art. 360, n.4 cpc, avendo la Corte
omesso di considerare la richiesta dell’appellante di “dare atto
dell’acquiescenza alla declaratoria di infondatezza e rigetto della domanda
nei confronti del Comune di Napoli”.
La censura è destituita di fondamento.
L’art. 112 cpc, nello statuire che “il giudice deve pronunciarsi su tutta la
domanda e non oltre i limiti della stessa”, sancisce il principio della
corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato. La Giurisprudenza di
legittimità è concorde nel ritenere violata la predetta norma processuale

quando il giudice attribuisca, o neghi, ad alcuno dei contendenti un

bene diverso da quello richiesto e non compreso, nemmeno
virtualmente, nella domanda, oppure ponga a fondamento della
decisione fatti e situazioni estranei alla materia del contendere,
introducendo nel processo un titolo nuovo e diverso da quello enunciato
dalla parte a sostegno della domanda” (Cass., Ordinanza 906/2018).
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alcuna maniera in che cosa consiste la violazione di legge che avrebbe

Orbene, la violazione dell’art. 112 cpc deve preliminarmente escludersi
non avendo la domanda di acquiescenza fondamento giuridico alcuno,
posto che, secondo la giurisprudenza, ai fini della predetta violazione
occorre che vi sia omissione di decisione su un qualsiasi capo di
domanda, per tale intendendosi la richiesta delle parti diretta ad ottenere
l’attuazione in concreto di una volontà di legge (Cass., Ord.

il pronunciato non potrebbe dirsi altrimenti violato, non avendo la Corte
alterato alcuno degli elementi obiettivi di identificazione dell’azione.

6.2. Con il secondo motivo, il ricorrente lamenta la violazione e falsa
applicazione dell’art 30, commi 1 e 2 L.R. Campania 18/1997, in
riferimento all’art. 360, n.3 cpc, avendo errato i giudici di merito nel
ritenere il Comune di Napoli carente di legittimazione passiva.
La questione deve essere esaminata tenendo conto del petitum dei due
gradi di merito: in primo grado Santolo Di Franco agiva in giudizio al
fine di sentire accertato e dichiarato il proprio diritto alla regolarizzazione
locativa dell’immobile occupato illegittimamente, mentre in appello si
doleva dell’erronea ricostruzione in fatto ed in diritto della vicenda, senza
peraltro sollevare alcuna censura in ordine all’accertata carenza di
legittimazione passiva dell’ente comunale nel giudizio di prime cure.
Quest’ultimo rilievo già di per sé sarebbe sufficiente ad accertare
l’inammissibilità, prima che l’infondatezza, della censura, essendosi
formato sul relativo capo di sentenza un giudicato implicito. Volendosi
comunque procedere alla disamina della fondatezza del motivo di
ricorso, questa dovrebbe essere senza dubbio esclusa a fronte della
chiarezza del dictum dell’art. 30, comma 1, lr 18/1997, secondo cui “il
sindaco […ldispone con propria ordinanza il rilascio degli alloggi di
edilizia residenziale pubblica occupati senza titolo” ; tenendo conto della
premessa svolta in ordine al petitum intorno al quale si sono sviluppati
entrambi i giudizi di merito, si evince che la norma in questione,
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28308/2017); in ogni caso il principio di corrispondenza tra il chiesto ed

concernente l’ipotesi di rilascio di alloggi popolari indebitamente
occupati, non può trovare applicazione rispetto al diverso caso della
regolarizzazione locativa, per il cui procedimento si esclude la
competenza del Comune.
6.3. Con il terzo motivo di ricorso si lamenta la violazione e falsa

all’art. 360, n. 3 cpc. Il terzo motivo può essere esaminato
congiuntamente con il quinto, con il quale parte ricorrente lamenta la
violazione e falsa applicazione dell’art. 14, comma 1, LR 18/1997, in
riferimento all’art. 360, nn 3 e 4, cpc.
I motivi sono inammissibili in quanto volti ad ottenere una nuova e
diversa valutazione dei dati processuali e a contestare sul piano
meramente fattuale — al di là della veste formale conferita alla censura – il
contenuto della motivazione della sentenza di appello che appare, di
converso, immune da vizi logico-giuridici.
6.4. Con il quarto motivo il ricorrente si duole della nullità della sentenza
ex art. 14, comma 5, LR Campania 18/1997, avendo il Di Franco
provato di possedere tutti i requisiti necessari a subentrare nella
domanda/nell’assegnazione dell’immobile.
Il motivo è inammissibile.
Premesso che la nullità della sentenza può dipendere da vizi del
procedimento o da irregolarità intrinseche del provvedimento, e non
deve certamente confondersi con la violazione o falsa applicazione di
norme di dirittof fatte ricorrente lamenta che la Corte d’Appello avrebbe
erroneamente ritenuto inapplicabile l’art. 14 della predetta legge
regionale, doglianza certamente non riconducibile alla previsione del n.4
art. 360, 1 co, cpc, bensì al n.3/32s .„ 18421/2009)..
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7. Pertanto, il ricorso va dichiarato inammissibile. Le spese seguono la
soccombenza.
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applicazione dell’art. 14, comma 5, LR Campania 18/1997, in relazione

P. Q. M.
la Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al
pagamento in favore di ciascun controricorrente, delle spese del giudizio
di legittirnità che liquida in Euro 1.400 per compensi, oltre alle spese
forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in euro 200,

n. 115 del 2002, inserito dall’art. 1, comma 17 della 1. n. 228 del 2012, dà
atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del
ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo
unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del
comma 1-bis del citato art. 13.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sesta sezione civile
della Corte Suprema di Cassazione, il 17 maggio 2018.
Il Presidente

ed agli accessori di legge. Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R.

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