Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20480 del 11/10/2016


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Cassazione civile sez. VI, 11/10/2016, (ud. 08/06/2016, dep. 11/10/2016), n.20480

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Presidente –

Dott. MANNA Felice – rel. Consigliere –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 18224-2015 proposto da:

G.V., P.L., elettivamente domiciliati in

ROMA, VIA DEI VALERI 1, presso lo studio dell’avvocato MAURO

GERMANI, che li rappresenta e difende giusta delega in calce al

ricorso;

– ricorrenti –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrente –

avverso il decreto n. 910/2015 della CORTE D’APPELLO di PERUGIA del

4/05/2015, depositato il 3/06/2015;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza

dell’08/06/2016 dal Consigliere Relatore Dott. FELICE MANNA;

udito l’Avvocato Mauro Germani difensore dei ricorrenti che ha

chiesto l’accoglimento del ricorso.

Fatto

IN FATTO

Con decreto del 3.6.2015 la Corte d’appello di Perugia rigettava l’opposizione L. n. 89 del 2001, art. 5 ter proposta da G.V. e da P.L. contro il decreto monocratico della medesima Corte che aveva dichiarato l’inammissibilità della loro domanda di equa riparazione, presentata con ricorso del 4.12.2014. A base della decisione, la circostanza che i ricorrenti non avevano dimostrato la definitività della sentenza emessa dal Tribunale di Velletri il 13.2.2014 all’esito del giudizio presupposto.

Per la cassazione di tale decreto G.V. e P.L. propongono ricorso affidato a due motivi.

Resiste con controricorso il Ministero della Giustizia.

Il Collegio ha disposto che la motivazione della sentenza sia redatta in forma semplificata.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. – Con i due motivi di ricorso – che denunciano la violazione e falsa applicazione “di norme di legge” (ma vedi bene il corpo del mezzo, che censura l’interpretazione che la Corte territoriale ha fornito della L. n. 89 del 2001, art. 4) e la “omessa, insufficiente e/o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso o decisivo per il giudizio ex art. 360 c.p.c., n. 4 ” (sic) – parte ricorrente afferma, in buona sostanza, che esisterebbe anche un altro orientamento giurisprudenziale – i cui estremi, però, si guarda dal precisare – secondo cui il nuovo testo dell’art. 4 Legge Pinto, prevedendo solo il termine finale e non anche quello iniziale di proposizione della domanda di causa, consentirebbe di presentare la domanda anche in corso di e che la Corte d’appello non avrebbe motivato su tale diverso indirizzo.

2. – I due motivi, da esaminare congiuntamente per la loro complementarietà, sono manifestamente infondati.

In disparte che (1) non risulta un solo precedente di questa Corte che abbia affermato che la L. n. 89 del 2001, art. 4 nel testo risultante dalla modifica apportata al D.L. n. 83 del 2012, art. 55, comma 1, lett. d), convertito in L. n. 134 del 2012, consenta, come nella formulazione anteriore, di proporre la domanda di equa riparazione anche prima che il giudizio presupposto sia stato definito con pronuncia irrevocabile; che (2) il vizio di omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione non è più contemplato dall’art. 360 c.p.c., n. 5 come modificato dal citato D.L.; e che per giunta, (3) nè la precedente nè l’attuale formulazione di detta norma consente di censurare l’omesso esame di tesi giuridiche, riferendosi entrambe le formulazioni ai soli “fatti storici”, principali o secondari (v. Cass. S.U. n. 8053/14 e Cass. n. 1152/14); tutto ciò a parte, è sufficiente osservare che l’interpretazione seguita dal decreto impugnato è del tutto pacifica, tant’è che su di essa si basa la sentenza n. 30/14 della Corte costituzionale. Detta pronuncia, nel dichiarare inammissibile la questione di legittimità della norma di modifica dell’art. 4 cit., ha così testualmente affermato in motivazione: “li nuovo testo, sul piano puramente letterale, non esclude espressamente la proponibilità della domanda di equa riparazione durante la pendenza del processo presupposto. Alla esclusione tuttavia si perviene attraverso un’interpretazione fondata sul criterio sistematico e sull’intenzione del legislatore, come emerge: a) dal fatto che la nuova versione differisce dalla previgente unicamente per l’espunzione dell’inciso che consentiva la proponibilità “durante la pendenza”, altrimenti inspiegabile; b) dalla lettura della disposizione unitamente all’art. 3 Legge Pinto, che al comma 1 prevede che “La domanda di equa riparazione si propone con ricorso al presidente della corte d’appello del distretto in cui ha sede il giudice competente ai sensi dell’art. 11 c.p.p. a giudicare nei procedimenti riguardanti i magistrati nel cui distretto è concluso o estinto relativamente ai gradi di merito il procedimento nel cui ambito la violazione si assume verificata (…) ed al comma 3, lett. c), dispone che: “Unitamente al ricorso deve essere depositata copia autentica dei seguenti atti: (…) il provvedimento che ha definito il giudizio, ove questo si sia concluso con sentenza od ordinanza irrevocabili – previsioni, queste, che non avrebbero senso ove dovesse continuarsi ad ammettere la proponibilità della domanda nel corso del processo presupposto: c) dal condizionamento di an e quantum del diritto all’indennizzo (tale qualificato dalla legge medesima) alla definizione del giudizio, come meglio verrà precisato; d) dall’obbiettivo dichiarato nella relazione al disegno di legge di conversione del D.L. n. 23 del 2012 di ridurre il carico gravante sulle corti d’appello rappresentato dai ricorsi per equa riparazione; e) dai lavori preparatori della legge di conversione. Alla luce delle considerazioni che precedono, si deve ritenere che la norma censurata precluda la proposizione della domanda di equa riparazione in pendenza del procedimento nel cui ambito la violazione della ragionevole durata si assume essersi verificata”.

E tanto impone, dunque, la reiezione del ricorso.

3. – Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza dei ricorrenti, in solido tra loro.

4. – Rilevato che dagli atti il processo risulta esente dal pagamento del contributo unificato, non si applica il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti, in solido tra loro, al pagamento delle spese, che liquida in 800,00, oltre spese prenotate e prenotande a debito.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della sezione sesta civile – 2 della Corte Suprema di Cassazione, il 8 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 11 ottobre 2016

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