Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20476 del 28/09/2020

Cassazione civile sez. lav., 28/09/2020, (ud. 18/02/2020, dep. 28/09/2020), n.20476

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente –

Dott. D’ANTONIO Enrica – Consigliere –

Dott. GHINOY Paola – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

Dott. CAVALLARO Luigi – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 20598-2014 proposto da:

I.N.P.S. ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, C.F. (OMISSIS),

in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’Avvocatura

Centrale dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli avvocati SERGIO

PREDEN, LIDIA CARCAVALLO, LUIGI CALIULO, ANTONELLA PATTERI;

– ricorrente –

contro

G.A., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GIUSEPPE

FERRARI 2, presso lo studio dell’avvocato GIORGIO ANTONINI,

rappresentata e difesa dall’avvocato GIUSEPPE STRAMANDINOLI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 132/2014 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 10/02/2014 r.g.n. 295/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

18/02/2020 dal Consigliere Dott. LUIGI CAVALLARO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CIMMINO ALESSANDRO, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito l’Avvocato PREDEN SERGIO;

udito l’Avvocato CARPIO ERNESTO per delega verbale Avvocato

STRAMANDINOLI GIUSEPPE.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con sentenza depositata il 10.2.2014, la Corte d’appello di Torino ha confermato la pronuncia di primo grado che aveva accolto la domanda di G.A. volta ad ottenere la condanna dell’INPS a corrisponderle la perequazione automatica di cui alla L. n. 247 del 2007, art. 1, comma 19, previo ricalcolo dell’ammontare lordo della sua prestazione pensionistica con l’espunzione della quota non cumulabile L. n. 335 del 1995, ex art. 1, comma 41, già detrattale.

La Corte, in particolare, ha ritenuto che la pensione di reversibilità che incorresse nel divieto di cumulo di cui all’art. 1, comma 41 cit., non dovesse essere considerata, ai fini dell’applicazione della perequazione automatica prevista dalla L. n. 247 del 2007, art. 1, comma 19, nel suo importo lordo, ma andasse considerata nell’importo effettivamente corrisposto alla pensionata, e che, essendo tale ultimo importo non superiore, in specie, ad otto volte il trattamento minimo, non potesse negarsi il diritto della pensionata medesima alla chiesta perequazione.

Avverso tali statuizioni ha proposto ricorso per cassazione l’INPS, deducendo un motivo di censura. G.A. ha resistito con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con l’unico motivo di censura, l’INPS denuncia violazione della L. n. 247 del 2007, art. 1, comma 19 e L. n. 335 del 1995, art. 1, comma 41, per avere la Corte di merito ritenuto che, ai fini dell’applicazione del beneficio della perequazione automatica, la pensione di reversibilità che incorresse nel divieto di cumulo non dovesse essere considerata nel suo importo lordo, bensì nel suo importo al netto della parte non corrisposta: ad avviso dell’Istituto, infatti, considerando la pensione di reversibilità al netto della quota incumulabile, sarebbero esclusi dall’ambito del blocco della perequazione proprio quei pensionati che, in quanto destinatari della normativa anticumulo, versano in quella situazione di solidità economica che giustifica il temporaneo sacrificio della rivalutazione della pensione.

Il motivo è infondato.

Questa Corte, in tema di blocco della perequazione automatica delle pensioni L. n. 247 del 2007, ex art. 1, comma 19, ha già avuto modo di chiarire che, per le pensioni di reversibilità, l’importo-base sul quale calcolare l’eventuale superamento della soglia di otto volte il trattamento minimo, oltre la quale il blocco della perequazione di cui alla L. n. 247 del 2007, art. 1, comma 19, è destinato a operare, è costituito dal trattamento pensionistico al netto, e non al lordo, delle riduzioni derivanti dall’applicazione dei divieti di cumulo con gli altri redditi percepiti dal superstite, ai sensi della L. n. 335 del 1995, art. 1, comma 41: e ciò sia in relazione all’argomento letterale desumibile dal richiamo contenuto nell’art. 1, comma 19 cit., alla L. n. 488 del 1998, art. 34 che ancora il meccanismo della rivalutazione delle pensioni in relazione all'”importo complessivo del trattamenti corrisposti”, ossia effettivamente percepiti dal pensionato, sia per considerazioni di ordine sistematico ispirate ai principi costituzionali di adeguatezza e proporzionalità dei trattamenti pensionistici, dal momento che la valorizzazione dell’importo della pensione comprensivo dell’importo virtuale non percepito dal pensionato richiederebbe un sacrificio economico maggiore ai pensionati titolari di due trattamenti pensionistici, ai quali la perequazione non si applicherebbe, rispetto ai titolari di un unico trattamento pensionistico, pur di pari importo complessivo, che avrebbero, invece, diritto alla perequazione ancorchè a parità di condizioni di debolezza rispetto all’erosione del potere di acquisto delle pensioni (così Cass. n. 6872 del 2019; nello stesso senso Cass. n. 9008 del 2019).

Il ricorso, pertanto, va rigettato, provvedendosi come da dispositivo sulle spese del giudizio di legittimità, giusta il criterio della soccombenza. Tenuto conto del rigetto del ricorso, sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità, che si liquidano in Euro 3.700,00, di cui Euro 3.500,00 per compensi, oltre spese generali in misura pari al 15% e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 18 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 28 settembre 2020

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