Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20465 del 28/09/2020

Cassazione civile sez. lav., 28/09/2020, (ud. 17/12/2019, dep. 28/09/2020), n.20465

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. RAIMONDI Guido – Consigliere –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – rel. Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 16528-2015 proposto da:

C.S., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA FABIO

MASSIMO 45, presso lo studio dell’avvocato GIOVANNI PELLETTIERI, che

la rappresenta e difende unitamente all’avvocato ROSA TRONCELLITI;

– ricorrente –

contro

POSTE ITALIANE S.P.A., C.F. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE

EUROPA 190, presso la sede della Società, rappresentata e difesa

sia congiuntamente che disgiuntamente dagli avvocati ROSSANA

CLAVELLI e ROBERTA AIAZZI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 4499/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 27/06/2014, R.G.N. 5284/2009.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

La società Poste Italiane, nel dare esecuzione ad una sentenza del Tribunale di Roma che aveva ritenuto la nullità del termine apposto al contratto di lavoro con decorrenza 1/7/2002 intercorso con C.S., ordinandone la riammissione nel posto di lavoro, aveva invitato la lavoratrice a riprendere servizio in una sede (comune di (OMISSIS)) diversa da quella assegnata in origine (filiale di (OMISSIS)). La dipendente aveva quindi stipulato contratto di lavoro part time verticale a far tempo dal 1/2/2005 in relazione alla sede di (OMISSIS) ed aveva sottoscritto in data 15/5/2006 verbale di conciliazione in sede sindacale in attuazione dell’accordo aziendale 13/1/2006 con il quale, a fronte del riconoscimento del ruolo di addetta senior, aveva accettato definitivamente l’assunzione con contratto part time.

Ciò nondimeno la lavoratrice aveva presentato domanda in data 5/7/2006 per l’assegnazione a tempo pieno nelle zone di recapito (OMISSIS), che era stata respinta dalla società.

Sulla scorta di tali premesse C.S. adiva il Tribunale di Roma chiedendo accertarsi il proprio diritto alla costituzione di un rapporto di lavoro a tempo pieno a far tempo dal 5/7/2006 ed al riconoscimento delle consequenziali differenze retributive.

Il giudice adito accoglieva il ricorso, con pronuncia che veniva riformata dalla Corte distrettuale che rigettava integralmente la domanda attorea.

I giudici del gravame pervenivano a tale convincimento, in estrema sintesi, sul rilievo che, vigente il D.Lgs. n. 61 del 2000, art. 5 come novellato dal D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 46, comma 5 il diritto di precedenza previsto in favore dei lavoratori a tempo parziale, poteva essere oggetto di pattuizione fra le parti contraenti; nello specifico, tuttavia, la regolazione del rapporto scaturita dal verbale di conciliazione in sede sindacale intervenuta fra le parti, escludeva il riconoscimento di tale diritto, da essa discendendo l’infondatezza della pretesa azionata.

Avverso tale decisione la lavoratrice interpone ricorso per cassazione sostenuto da unico motivo, illustrato da memoria ex art. 380 bis c.p.c., cui oppone difese la società intimata.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. Con unico motivo la ricorrente denuncia violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Lamenta che la Corte di merito abbia omesso di pronunciarsi su di un fatto decisivo oggetto di discussione fra le parti, con riferimento alla richiesta applicazione – oggetto di espresso richiamo in sede di contratto di trasformazione del rapporto in part time verticale stipulato in data 1/2/2005 – dell’art. 23 punto 3 c.c.n.l. di settore 11/7/2003 alla cui stregua “in caso di assunzione di personale a tempo pieno, la società darà precedenza al personale a tempo parziale già impegnato in precedenza a tempo pieno e in subordine a quello assunto a tempo indeterminato a tempo parziale, sempre che ne abbia fatto richiesta…”.

Lamenta altresì l’omessa pronuncia sull’art. 25 punto 4 c.c.n.l. di settore in data 11/7/2007 (che ne riproduce il tenore) e del D.Lgs. n. 247 del 2007, art. 1, comma 44 dolendosi che la Corte di merito non abbia considerato il richiamo alle summenzionate disposizioni contrattuali che configuravano la sussistenza del diritto di precedenza, nè il tenore del contratto individuale 1/2/2005 ove le stesse parti indicavano ad oggetto la trasformazione del rapporto di lavoro a tempo parziale ai sensi del D.Lgs. n. 61 del 2000, art. 5 nel rispetto delle previsioni di legge e del c.c.n.l. 11/7/2003.

2. Il motivo va disatteso per le ragioni di seguito esposte.

Non può innanzitutto sottacersi che, in quanto espressamente fondata sulla regolamentazione offerta al rapporto controverso dal contratto collettivo nazionale 11/7/2003, la censura presenti profili di improcedibilità.

E’ bene rammentare in proposito, che nell’ambito della contrattazione di lavoro privato, la conoscenza del giudice-interprete è consentita mediante l’iniziativa della parte interessata, da esercitare attraverso le modalità proprie del processo, non essendo previsti i meccanismi di pubblicità che assistono la contrattazione di lavoro pubblico (cfr. Cass. SS.UU. 12/10/2009 n. 21558, Cass.4/11/2009 n. 23329).

Nell’ottica descritta, e secondo l’insegnamento delle Sezioni Unite di questa Corte, l’onere del deposito degli atti processuali, dei documenti e dei contratti o degli accordi collettivi sui quali si fonda il ricorso, sancito, a pena di sua improcedibilità, dall’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, può dirsi soddisfatto non già solo con il deposito dell’estratto recante le singole disposizioni collettive su cui il ricorso si fonda, ma anche con il deposito del testo integrale del contratto o accordo collettivo di livello nazionale contenente tali disposizioni, adempimento rispondente alla funzione nomofilattica della Corte di cassazione e necessario per l’applicazione del canone ermeneutico previsto dall’art. 1363 c.c. (vedi Cass. S.U. 23/10/2010 n. 20075, Cass. 4/3/2015 n. 4350, Cass. 4/3/2019 n. 6255). Tali adempimenti valgono a definire compiutamente le modalità di collaborazione, cui il giudice e le parti sono chiamati a seguito delle riforme di semplificazione processuale attuate dal legislatore, e a delineare, in tale ambito, specifici doveri di comportamento, non meramente formalistici, finalizzati alla conoscenza e al reperimento immediato degli atti e, più in generale, alla più ampia garanzia dell’azione e del contraddittorio (in termini: Cass. 25/11/2010 n. 23920).

Nella specie la ricorrente non ha specificato nel ricorso per cassazione, come prescritto dall’insegnamento innanzi ricordato, l’avvenuta produzione integrale del contratto collettivo sui quali fonda il motivo, nè tale contratto collettivo risulta integralmente prodotto, evidenziando così i descritti profili di improcedibilità.

3. Sotto altro versante, si impone l’evidenza della adozione di una tecnica redazionale non appropriata da parte ricorrente, la quale ha veicolato la censura sotto il profilo della omessa pronuncia su di un fatto decisivo oggetto di discussione, con riferimento alle clausole dei contratti collettivi di settore che disciplinavano il diritto di precedenza nelle assunzioni, del personale a tempo parziale già impegnato in precedenza a tempo pieno.

Ed invero, secondo i consolidati dicta di questa Corte, l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 introduce nell’ordinamento un vizio specifico che concerne l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo, vale a dire che se esaminato avrebbe determinato un esito diverso della controversia (vedi Cass. S.U. 7/4/2014 n. 8053).

Nell’ottica descritta, l’omesso esame di una questione riguardante l’interpretazione del contratto collettivo, non costituendo “fatto decisivo” del giudizio, non è riconducibile al vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, atteso che rientrano in tale nozione gli elementi fattuali e non quelli meramente interpretativi, i quali presuppongono invece, in applicazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 la ascrivibilità del motivo di impugnazione all’errore di diritto, direttamente denunciabile per cassazione (ex plurimis, vedi Cass. 16/9/2014 n. 19507).

4. In ogni caso, va rimarcato che la Corte distrettuale ha emesso una pronuncia conforme a diritto.

Nel procedere alla interpretazione dell’accordo inter partes sottoscritto in sede sindacale in data 15/5/2006, ha rimarcato che le parti avevano concluso un accordo transattivo e novativo, recante la rinuncia della ricorrente agli effetti giuridici ed economici della riammissione in servizio per effetto della sentenza in data 9/12/2004, e la pattuizione della assunzione della lavoratrice a tempo parziale verticale, conferma dell’inquadramento D senior e sede di lavoro nel comune di (OMISSIS), e con il quale le parti “espressamente avevano manifestato l’univoca volontà contrattuale di costituire un nuovo rapporto di lavoro”.

Ha quindi proseguito scrutinando il testo del D.Lgs. n. 61 del 2000, art. 5 come novellato dal D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 46, comma 5 ed osservando che la disposizione pro tempore vigente, facultizzava le parti alla previsione, nel contratto individuale di lavoro, di un diritto di precedenza nella assunzione del lavoratore con contratto a tempo pieno.

Nello specifico, detta previsione non era contenuta nella rinnovata regolamentazione del rapporto di lavoro scaturita dalla transazione stipulata fra le parti in sede sindacale, sicchè, in coerenza con la rinnovata disposizione di legge, il diritto azionato era da ritenersi insussistente.

La pronuncia impugnata è pertanto esente dai vizi, perchè coerente con i dettami della fonte normativa disciplinante la fattispecie oggetto di vaglio (la cui esegesi, peraltro, neanche risulta oggetto di specifica censura da parte ricorrente); nè può, da ultimo, tralasciarsi di considerare che rispetto ai descritti approdi, in posizione del tutto eccentrica si pone il richiamo di parte ricorrente, alle disposizioni della contrattazione collettiva di settore disciplinanti il diritto di precedenza, giacchè le stesse possono essere fatte valere in caso di “assunzione” di personale a tempo pieno e non nel caso di ripristino del rapporto in esecuzione di un accertamento giudiziale della natura a tempo indeterminato del contratto di lavoro.

5. In definitiva, alla stregua delle sinora esposte considerazioni, il ricorso va, pertanto, respinto.

La regolazione delle spese inerenti al presente giudizio, segue il regime della soccombenza, nella misura in dispositivo liquidata.

Trattandosi di giudizio instaurato successivamente al 30 gennaio 2013 sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17 (che ha aggiunto il comma 1 quater al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13) – della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 3.000,00 per compensi professionali, oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente; dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 17 dicembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 28 settembre 2020

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