Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20436 del 25/08/2017

Cassazione civile, sez. VI, 25/08/2017, (ud. 16/05/2017, dep.25/08/2017),  n. 20436

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCHIRO’ Stefano – Presidente –

Dott. MANZON Enrico – rel. Consigliere –

Dott. NAPOLITANO Lucio – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15658-2016 proposto da:

P.A., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PRATI

FISCALI, 221, presso lo studio dell’avvocato PIERLUIGI ALESSANDRINI,

rappresentata e difesa dall’avvocato MAURIZIO GRIO;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, CF. (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 6724/1/2015 della COMMISSIONI TRIBUTARIA

REGIONALE di ROMA, depositata il 15/12/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 16/05/2017 dal Consigliere Dott. ENRICO MANZON;

Disposta la motivazione semplificata su concorde indicazione del

Presidente e del Relatore.

Fatto

RILEVATO

che:

Con sentenza in data 3 novembre 2015 la Commissione tributaria regionale del Lazio respingeva l’appello proposto da P.A. avverso la sentenza n. 15824/46/14 della Commissione tributaria provinciale di Roma che ne aveva dichiarato inammissibile il ricorso contro l’avviso di accertamento IRAP, IRPEF ed altro, IVA ed altro 2005. La CTR osservava in particolare che, provato da parte dell’agenzia fiscale il rituale perfezionamento della notifica dell’atto impositivo impugnato in data 23 dicembre 2010, il ricorso introduttivo della lite doveva considerarsi irrimediabilmente tardivo essendo stato spedito il 21 dicembre 2011, quindi ben oltre il termine legale di giorni 60 da detta data di notificazione.

Avverso la decisione ha proposto ricorso per cassazione la contribuente deducendo due motivi.

Resiste con controricorso l’Agenzia delle entrate.

La ricorrente ha presentato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

Con il primo motivo – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, – la ricorrente lamenta violazione/falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 60, art. 140 c.p.c., art. 2697 c.c., poichè la CTR ha ritenuto provata e rituale la notificazione dell’avviso di accertamento impugnato.

Con il secondo motivo – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, – la ricorrente si duole di violazione/falsa applicazione degli artt. 148 e 160 c.p.c., poichè la CTR non aveva adeguatamente considerato la denunciatale carenza di elementi formali fondamentali dei documenti relativi alla procedura notificatoria dell’atto impositivo impugnato, sicchè essendo da considerarsi nulla la procedura medesima, tale atto doveva altresì considerarsi illegittimo perchè emesso oltre i termini decadenziali di legge.

Le censure, da esaminarsi congiuntamente per stretta connessione, sono infondate.

La CTR infatti ha correttamente valutato la procedura notificatoria de qua essendo la medesima stata effettuata ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 60, art. 140 c.p.c., dato che la contribuente destinataria era “relativamente irreperibile” al suo domicilio fiscale.

La documentazione dimessa in copia dall’agenzia fiscale infatti evidenzia il compimento di tutte le formalità correlativamente previste dalla legge ossia l’affissione alla porta dell’abitazione della destinataria dell’avviso di deposito del plico notificando e la spedizione – in data 13 dicembre 2010 – della “raccomandata informativa” del deposito stesso presso la Casa comunale, poi non ritirata dalla contribuente nel termine di 10 giorni dalla spedizione.

Tali copie non sono state – ritualmente – contestate dalla ricorrente nei gradi di merito, sicchè alle medesime deve attribuirsi la stessa efficacia probatoria degli originali (cfr. Sez. 5, Ordinanza n. 13439 del 27/07/2012, Rv. 623498 – 01).

Con la memoria depositata, la ricorrente insiste nell’affermazione di avere invece debitamente contestato l’idoneità probatoria delle copie in questione.

Il punto essenziale è tuttavia il concreto contenuto di tale contestazione.

A ben vedere infatti essa non ha riguardato la “veridicità storica” degli eventi attinenti il procedimento notificatorio, ma la “forma” dell’esibizione in copia dei documenti originali, che, per una evidente ragione di comodità di utilizzo, l’Agenzia delle entrate ha riprodotto fotostaticamente in un unico foglio.

E’ perciò evidente che questa contestazione non corrisponde alla previsione di cui agli artt. 2712 e 2719 c.c., poichè non riguarda la “conformità” del contenuto delle copie in siffatto modo prodotte ai correlativi originali.

Peraltro la contestata “comprensibilità” e quindi l’utilizzabilità valutativa dei documenti in questione sono stati oggetto di doppia statuizione conforme nei gradi di merito, quindi di uno specifico accertamento in fatto, anche presuntivamente basato (cfr. Sez. 3, Sentenza n. 16998 del 20/08/2015, Rv. 636377 – 01), che non è ulteriormente sindacabile in questa sede, secondo il principio che “Con la proposizione del ricorso per Cassazione, il ricorrente non può rimettere in discussione, contrapponendone uno difforme, l’apprezzamento in fatto dei giudici del merito, tratto dall’analisi degli elementi di valutazione disponibili ed in sè coerente; l’apprezzamento dei fatti e delle prove, infatti, è sottratto al sindacato di legittimità, dal momento che nell’ambito di detto sindacato, non è conferito il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione fatta dal giudice di merito, cui resta riservato di individuare le fonti del proprio convincimento e, all’uopo, di valutare le prove, controllarne attendibilità e concludenza e scegliere, tra le risultanze probatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione” (Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 7921 del 2011).

In conclusione, correttamente applicando le disposizioni legislative evocate, la CTR, come prima la CTP, ha correttamente sancito l’inammissibilità del ricorso introduttivo della lite per tardività.

Il ricorso va dunque rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e vanno liquidate come in dispositivo.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 2.300 oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, 16 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 25 agosto 2017

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