Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20414 del 05/10/2011

Cassazione civile sez. VI, 05/10/2011, (ud. 14/07/2011, dep. 05/10/2011), n.20414

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROVELLI Luigi Antonio – Presidente –

Dott. FELICETTI Francesco – Consigliere –

Dott. SALVAGO Salvatore – rel. Consigliere –

Dott. CECCHERINI Aldo – Consigliere –

Dott. FORTE Fabrizio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso 9457/2010 proposto da:

A.M. (OMISSIS), D.C.A.A.,

elettivamente domiciliate in ROMA, VIA PAPINIANO 29, presso lo studio

dell’avvocato RAVAIOLI MARCO, rappresentate e difese dall’avvocato

NITTI Paolo, giusta mandato a margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

COMUNE DI BARI (OMISSIS) in persona del Sindaco pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA BERTOLONI 37, presso lo studio

dell’avvocato CIOCIOLA ROBERTO, rappresentato e difeso dall’avvocato

LIOCE Mariangela, giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

contro

IACP – ISTITUTO AUTONOMO CASE POPOLARI DELLA PROVINCIA DI BARI

(OMISSIS) in persona del Commissario Straordinario legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

BERTOLONI 37, presso lo studio dell’avv. CIOCIOLA ROBERTO,

rappresentato e difeso dall’avv. DE’ ROBERTIS Raffaele, giusta

Determinazione Direttore Generale n. 134 del 13.4.2010 e giusta

mandato in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 838/2009 della CORTE D’APPELLO di BARI del

14.7.09, depositata il 13/08/2009;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

14/07/2011 dal Consigliere Relatore Dott. SALVATORE SALVAGO;

udito per il controricorrente (IACP) l’Avvocato Raffaele Dè Robertis

che si riporta agli scritti.

E’ presente il Procuratore Generale in persona del Dott. CARMELO

SGROI che nulla osserva rispetto alla relazione scritta.

La Corte:

Fatto

PREMESSO IN FATTO

1. 1. – E’ stata depositata in cancelleria il 2 dicembre 2010 la seguente relazione, in applicazione dell’art. 380-bis cod. proc. civ.:

1. E’ impugnata la sentenza della Corte di appello di Bari del 13 agosto 2009,la quale,in parziale riforma della sentenza 29 marzo 2004 del Tribunale di Bari, ha condannato il comune di Bari al risarcimento del danno nella misura di Euro 387.242,97 oltre accessori nei confronti di A.M. ed D.C.A. A., per l’illegittima espropriazione di un fondo (incluso in un PEEP e perciò) avente destinazione edificatoria di loro proprietà ubicato nel territorio di quel comune. Ha rigettato l’appello incidentale delle espropriate rivolto ad ottenere la rideterminazione del valore venale dell’immobile perchè correttamente calcolato dal consulente in base ai parametri legati all’edilizia residenziale pubblica.

2. L’ A. e la D.C. hanno proposto ricorso affidato a due motivi con i quali deducono: A) violazione della L. n. 359 del 1992, art. 5 bis, per non avere la sentenza impugnata tenuto conto dei principi dettati dalla norma in merito all’edificabilità legale del terreno,non contestabile allorchè lo stesso sia incluso in un PEEP perfino se questo ha inciso su un suolo originariamente agricolo; con la conseguenza che l’indennizzo doveva essere liquidato con il criterio dell’art. 5 bis, comma 1, esclusione la riduzione del 40% dichiarata incostituzionale dalla decisione 283/1993 della Corte Costituzionale; che doveva tenersi conto dell’indice medio di fabbricabilità previsto dal piano,e quindi del metodo sintetico o analitico, ed infine delle questioni sollevate con la propria c.t.p.;

B) difetto di motivazione in ordine agli elementi stabiliti dall’art. 5 bis per la determinazione dell’indennizzo ovvero ai principi dettata dalla Suprema Corte per i terreni compresi in un piano di zona.

3. Il ricorso può essere esaminato in Camera di consiglio ai sensi dell’art. 375 cod. proc. civ., n. 5, ed essere dichiarato per più profili inammissibile se sono condivise le considerazioni che seguono: A) le ricorrenti non si sono anzitutto attenute al disposto dell’art. 366 cod. proc. civ., che impone l’esposizione sommaria dei fatti sostanziali e processuali, essendosi limitate a riferire – della vicenda ablativa – la sola avvenuta occupazione del loro fondo con decreto sindacale del 9 novembre 1976; e di quella processuale, in modo sintetico il dispositivo della sentenza del Tribunale nonchè quello della decisione di appello: senza alcun accenno alle risultanze istruttorie, con particolare riguardo alla c.t.u., in ordine all’accertamento del valore venale del fondo,nè alla decisione dei primi giudici in merito alle risultanze suddette; nè infine alle censure da esse prospettate con l’appello incidentale (Cass. 6753/2003; 10222/2009).

4.B) la Corte di appello,poi,muovendo proprio dalla giurisprudenza ormai del tutto consolidata di questa Corte, iniziata dalla nota sentenza 11433/1997 delle Sezioni Unite ha dichiarato il terreno legalmente edificabile per il solo fatto che “risultava ricompreso in un PEEP” (pag. 7); e ne ha perciò calcolato il valore venale sul presupposto della sua ritenuta destinazione edificatoria in base alle disposizioni della L. n. 359 del 1992, art. 5 bis, senza tuttavia applicare il criterio riduttivo di cui al primo comma con la decurtazione del 40% perchè “nella specie si tratta non già di determinare l’esatta misura dell’indennità di esproprio,ma di quantificare il danno da illecito…”. Per cui sotto questo profilo le ricorrenti difettano di interesse ad invocare nuovamente l’accertamento della destinazione edificabile del fondo, e soprattutto, l’applicazione del criterio di stima dell’art. 5 bis, comma 1, più penalizzante e riduttivo di quello recepito da entrambi i giudici di merito e, peraltro, previsto (prima della declaratoria di incostituzionalità ad opera della nota sentenza 348/2007 della Corte Costituzionale) per la sola determinazione dell’indennità di espropriazione.

5.C) Non è poi chiaro quali addebiti le espropriate muovano al criterio di stima dell’edificabilità di fatto del terreno, nonchè a quello per la determinazione del suo valore venale, non essendo stati riportati nel ricorso nè il metodo seguito dal c.t.u., nè il parametro recepito dalla decisione di primo grado (Cass. 4201/2010).

Per cui, se le stesse si dolgono che sia stato privilegiato il criterio sintetico-comparativo rispetto a quello analitico (o viceversa),la censura è inammissibile perchè “non si può più stabilire tra i due criteri un rapporto di regola/eccezione, essendo rimessa al prudente apprezzamento del giudice la scelta di un metodo di stima improntato per quanto possibile a criteri di effettività – anche secondo le indicazioni della Corte costituzionale, ord. 1 ottobre 2003, n. 305” (Cass. 9312/2006; 4885/2006). Mentre se intendevano contestare il modo con cui taluno dei due metodi di stima è stato, nel caso concreto, applicato,come indurrebbe a ritenere il riferimento all’indice medio territoriale del piano (peculiare del solo metodo analitico), occorreva che le ricorrenti indicassero il dato asseritamente errato prospettato dal c.t. e recepito dal Tribunale, nonchè quello da esse ritenuto esatto unitamente alle considerazioni che lo giustificavano: anche perchè la controparte proprio con riferimento all’indice suddetto ha riferito che il consulente ha applicato quello di 1,75 mq./mc. esattamente coincidente con quello territoriale medio del piano richiesto dalla giurisprudenza (Cass. sez. un. 125/2001 e succ.).

6. Egualmente inammissibile è infine il rinvio, per sopperire alle carenze ora indicate, alle “questioni sollevate con la consulenza di parte” non altrimenti individuata (pag. 12 ric.) posto che “Il ricorrente, che deduca il vizio di motivazione della sentenza impugnata per avere questa deciso la causa sulla base delle conclusioni di una consulenza tecnica, ignorando le critiche sollevate, ha l’onere di precisare nel ricorso il contenuto specifico di dette critiche, non essendone ammissibile l’esposizione per relationem, mediante riferimento ad un atto del pregresso giudizio di merito” (Cass. 7078/2006; 13845/2007).

2. Il Pubblico Ministero non ha presentato conclusioni scritte.

Diritto

RITENUTO IN DIRITTO

3. – Il collegio, esaminato il ricorso, la relazione, il controricorso e la memoria, ha condiviso gli argomenti svolti nella.

4. – Il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile con conseguente condanna delle ricorrenti in aderenza al principio legale della soccombenza al pagamento delle spese processuali.

PQM

La Corte, respinge il ricorso, e condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese processuali, che liquida in favore dell’IACP in complessivi Euro 4.700,00 di cui Euro 4.200,00 per onorario di difesa ed in favore del comune di Bari in complessivi Euro 4.200,00 di cui Euro 4.000 per onorario di difesa, oltre a spese generali ed accessori come per legge.

Così deciso in Roma, il 14 luglio 2011.

Depositato in Cancelleria il 5 ottobre 2011

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