Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20398 del 11/10/2016


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Cassazione civile sez. III, 11/10/2016, (ud. 07/07/2016, dep. 11/10/2016), n.20398

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. OLIVIERI Stefano – rel. Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. BARRECA Giuseppina Luciana – Consigliere –

Dott. CARLUCCIO Giuseppa – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 5437/2014 proposto da:

N.F., elettivamente domiciliato in ROMA, V.LE MAZZINI 113,

presso lo studio dell’avvocato GIOVANNI DI BATTISTA, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato LUIGI TRUCCO giusta

procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

AUTOTRASPORTI A. DI A.M. & C. SAS,

A.S., FONDIARIA SAI SPA;

– intimati –

avverso la sentenza n. 47/2013 del TRIBUNALE di TEMPIO PAUSANIA,

depositata il 24/01/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

07/07/2016 dal Consigliere Dott. STEFANO OLIVIERI;

udito l’Avvocato GIOVANNI DI BATTISTA;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FUZIO Riccardo, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Confermando la decisione del Giudice di Pace il Tribunale di Tempio Pausania, con sentenza 24.1.2013 n. 47, rigettava l’appello proposto da N.F., ritenendo corretta la statuizione del primo Giudice che aveva giudicato inidonea a dimostrare i fatti allegati dal danneggiato, in assenza di altri riscontri probatori, la mancata risposta all’interrogatorio formale deferito ai convenuti contumaci Autotrasporti A. di M.A. & C. s.a.s., in persona del rappresentante legale, e A.S., rispettivamente, società utilizzatrice in leasing e conducente dell’autocarro che aveva tamponato il veicolo condotto dal Niewohner, cagionando danni materiali.

I Giudici di appello osservavano che lo stesso danneggiato aveva implicitamente rinunciato alla assunzione delle altre prove, già ammesse dal Giudice di Pace, chiedendo di rinviare la causa direttamente per la precisazione delle conclusioni, rimanendo, pertanto, preclusa la richiesta di assunzione delle stesse prove in grado di appello.

La sentenza di appello, non notificata, è stata impugnata per cassazione dal Niewohner con un unico motivo articolato in plurime censure.

Non hanno svolto difese la società conduttrice in leasing, A.S. e Fondiaria SAI s.p.a..

Il ricorrente ha depositato memoria illustrativa.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con l’unico motivo di ricorso viene dedotto il vizio di violazione e falsa applicazione dell’art. 232 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; il vizio di nullità processuale della sentenza, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, ed il vizio di omesso esame di fatti decisivi, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Sostiene il ricorrente che il Tribunale avrebbe fatto malgoverno degli elementi indiziari sull'”an” ritualmente acquisiti al giudizio, costituiti dalla mancata risposta all’interrogatorio formale -deferito ai convenuti contumaci sul capitolato concernente la descrizione della dinamica del sinistro – e dai documenti prodotti in giudizio (1- perizia di parte corredata dalle foto da cui emergevano i danni da tamponamento; 2- richiesta di risarcimento danni inviata ai convenuti; 3- lettera della società proprietaria del veicolo, concesso in leasing, nella quale veniva indicato il nominativo della società utilizzatrice), avendo omesso il Giudice di merito di fornire una adeguata motivazione sulla inefficacia probatoria del complesso indiziante che assurgeva, secondo il ricorrente, a piena prova ove valutato in relazione alla mancata risposta all’interrogatorio formale.

2. Preliminare è il rilievo di inammissibilità del motivo, in quanto dalla cumulativa esposizione degli argomenti svolti a supporto delle censure non sono enucleabili le critiche formulate alla sentenza impugnata, riferibili alle singole diverse censure relative ai differenti vizi di legittimità denunciati. Ed infatti, se la cumulativa denuncia, con il medesimo motivo, di diversi vizi di legittimità attinenti alle ipotesi previste dall’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3), 4) e 5), (idest: formulazione di un singolo motivo articolato in più profili di doglianza, ciascuno dei quali avrebbe potuto essere prospettato come un autonomo motivo), non impedisce l’accesso del motivo all’esame di legittimità allorchè esso, comunque, evidenzi distintamente la trattazione delle doglianze relative all’interpretazione o all’applicazione delle norme di diritto appropriate alla fattispecie (ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), alla violazione delle norme che regolano l’attività processuale (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4) ed ai profili attinenti alla ricostruzione del fatto (ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), così da consentire alla Corte di individuare agevolmente ciascuna autonoma critica formulata alla sentenza impugnata in relazione ai diversi vizi di legittimità contestati in rubrica (cfr. Corte Cass. Sez. 2, Sentenza n. 9793 del 23/04/2013; id. Sez. U, Sentenza n. 9100 del 06/05/2015), diversamente, il motivo “formalmente unico” ma articolato in plurime censure di legittimità, si palesa inammissibile tutte le volte in cui, come nel caso di specie, l’esposizione contestuale dei diversi argomenti a sostegno di entrambe le censure non consenta di discernere le ragioni poste a fondamento, rispettivamente di ciascuna di esse: in tal caso, infatti, le questioni formulate indistintamente nella esposizione del motivo e concernenti l’apprezzamento delle risultanze acquisite al processo ed in genere il merito della causa, costringerebbero il Giudice di legittimità ad operare una indebita scelta tra le singole censure teoricamente proponibili e riconducibili ai diversi mezzi d’impugnazione enunciati dall’art. 360 c.p.c., non potendo sostituirsi la Corte al difensore per dare forma e contenuto giuridici alle doglianze del ricorrente, al fine di decidere successivamente su di esse (cfr. Corte Cass. Sez. 1, Sentenza n. 19443 del 23/09/2011; id. Sez. 1, Sentenza n. 21611 del 20/09/2013), trattandosi di compito riservato in via esclusiva alla parte interessata, come emerge dal combinato disposto dell’art. 360 c.p.c., e art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4 (cfr. Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 18242 del 28/11/2003 id. Sez. 1, Sentenza n. 22499 del 19/10/2006; id. Sez. 1, Sentenza n. 5353 del 08/03/2007; id. Sez. 3, Sentenza n. 18421 del 19/08/2009; id. Sez. 1, Sentenza n. 19443 del 23/09/2011; id. Sez. 3, Sentenza n. 3248 del 02/03/2012).

3. La censura si paleserebbe egualmente inammissibile, peraltro, anche a volere considerare incentrato, lo svolgimento espositivo del motivo, in riferimento al solo vizio motivazionale, in quanto la critica mossa alla sentenza è rivolta a richiedere alla Corte una nuova valutazione dei fatti, secondo l’ipotesi ricostruttiva prospettata dalla parte, senza tuttavia individuare specifici errori in cui sarebbe incorsa la Corte d’appello nella ricostruzione della fattispecie concreta, venendosi in tal modo a formulare una denuncia che attiene all’ambito riservato alle valutazioni di merito, compiute dal Giudice territoriale, le quali rimangono sottratte alla verifica di legittimità (cfr. (cfr. Corte Cass. Sez. U, Sentenza n. 13045 del 27/12/1997; id. Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 5024 del 28/03/2012; id. Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 91 del 07/01/2014, secondo cui: “il controllo di logicità del giudizio di fatto, consentito dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, non equivale alla revisione del “ragionamento decisorio”, ossia dell’opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che ciò si tradurrebbe in un nuova formulazione del giudizio di fatto, in contrasto con la funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità. Ne consegue che, ove la parte abbia dedotto un vizio di motivazione, la Corte di Cassazione non può procedere ad un nuovo giudizio di merito, con autonoma valutazione delle risultanze degli atti, nè porre a fondamento della sua decisione un fatto probatorio diverso od ulteriore rispetto a quelli assunti dal giudice di merito”), ed ancora si paleserebbe inammissibile in quanto formulata in modo difforme dal parametro normativo che regola il controllo di legittimità del vizio motivazionale. Ed infatti al ricorso per cassazione, proposto avverso la sentenza di appello, pubblicata in data 24.1.2013, deve applicarsi l’art. 360 c.p.c., comma 1, nella nuova formulazione, introdotta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito con modificazioni nella L. 7 agosto 2012, n. 134 (recante “Misure urgenti per la crescita del Paese”), che ha sostituito il n. 5 dell’art. 360 c.p.c., comma 1 (con riferimento alle impugnazioni proposte avverso le sentenze pubblicate successivamente alla data dell’11 settembre 2012), limitando la impugnazione delle sentenze in grado di appello o in unico grado per vizio di motivazione alla sola ipotesi di “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”, rimanendo, pertanto, circoscritto il controllo del vizio di legittimità (fino ad allora esteso anche al processo logico argomentativo fondato sulla valutazione dei fatti allegati assunti come determinanti in esito al giudizio di selezione e prevalenza probatoria, potendo essere censurata la motivazione della sentenza, oltre che per “omessa” considerazione di un fatto controverso e decisivo dimostrato in giudizio, anche per “insufficienza” e per “contraddittorietà” della argomentazione) alla verifica della esistenza requisito “minimo costituzionale” prescritto dall’art. 111 Cost., comma 6, ed individuato “in negativo”, dalla consolidata giurisprudenza della Corte – formatasi in materia di ricorso straordinario-, in quelle stesse ipotesi (mancanza della motivazione quale requisito essenziale del provvedimento giurisdizionale; motivazione apparente; manifesta ed irriducibile contraddittorietà; motivazione perplessa od incomprensibile) che si convertono nella violazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4 e che determinano la nullità della sentenza per carenza assoluta del prescritto requisito di validità. Al di fuori delle ipotesi indicate (attinenti alla “esistenza” del requisito motivazionale del provvedimento giurisdizionale) residua ormai, soltanto, l’omesso esame di un “fatto storico” controverso, che sia stato oggetto di discussione ed appaia “decisivo” ai fini di una diversa decisione, non essendo più consentito impugnare la sentenza per criticare la sufficienza del discorso argomentativo giustificativo della decisione adottata sulla base di elementi fattuali acquisiti al rilevante probatorio ritenuti dal Giudice di merito determinanti ovvero scartati in quanto non pertinenti o recessivi (cfr. Corte Cass. SS.UU. in data 7.4.2014 n. 8053).

3.1 Nella specie la sentenza di appello ha confermato la valutazione di merito, compiuta dal primo Giudice, laddove non ha inteso riconoscere “come ammessi” i fatti indicati nel capitolato dell’interrogatorio formale deferito ai convenuti contumaci, ritenendo che gli altri elementi probatori acquisiti al giudizio (perizia di parte; richiesta risarcitoria trasmessa alla società dallo stesso danneggiato) fossero insufficienti ad integrare, unitamente alla mancata risposta, la dimostrazione dei fatti allegati.

Orbene, per consolidato principio di questa Corte, spetta, al giudice di merito valutare l’opportunità di fare ricorso alle presunzioni, individuare i fatti da porre a fondamento del relativo processo logico e valutarne la rispondenza ai requisiti di legge, con apprezzamento di fatto che, ove adeguatamente motivato, sfugge al sindacato di legittimità. Anche nel vigore del precedente testo normativo dell’art. 360 c.p.c. comma 1, n. 5, questa Corte rilevava come la censura per vizio di motivazione in ordine all’utilizzo o meno del ragionamento presuntivo non poteva limitarsi a prospettare l’ipotesi di un convincimento diverso da quello espresso dal giudice di merito, ma doveva fare emergere l’assoluta illogicità e contraddittorietà del ragionamento decisorio, restando peraltro escluso che la sola mancata valutazione di un elemento indiziario potesse dare luogo al vizio di omesso esame di un punto decisivo (cfr. Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 10847 del 11/05/2007; id. Sez. 3, Sentenza n. 24028 del 13/11/2009; id. Sez. 2, Sentenza n. 21961 del 27/10/2010), non essendo sindacabile in sede di legittimità il mancato esercizio del potere discrezionale di utilizzazione della presunzione semplice, rimessa al prudente apprezzamento del Giudice di merito (cfr. Corte Cass. Sez. 1, Sentenza n. 11739 del 18/05/2006). Analoga discrezionalità viene riservata dalla legge al Giudice in ordine alla valutazione, ai sensi dell’art. 232 c.p.c., della mancata risposta all’interrogatorio formale, che rientra nella più ampia facoltà del Giudice del merito di desumere argomenti di prova dal comportamento delle parti nel processo, ai sensi dell’art. 116 c.p.c., comma 2, con la conseguenza che l’esercizio negativo di tale potere non può essere censurato in sede di legittimità nè per violazione di legge, nè per vizio di motivazione (cfr. Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 4800 del 02/04/2001; id. Sez. 3, Sentenza n. 13635 del 05/11/2001; id. Sez. L, Sentenza n. 12463 del 25/08/2003; id. Sez. 3, Sentenza n. 5240 del 10/03/2006; id. Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 10099 del 26/04/2013). E non vi è dubbio che il ricorrente, limitandosi a censurare la sentenza affermando che la valutazione probatoria effettuata dai Giudici di merito è inadeguata, viene ad invadere l’ambito della formazione del convincimento del Giudice, affidato dalla legge alla valutazione prudenziale del materiale istruttorio, ambito insindacabile in sede di legittimità.

4. In conclusione il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, non occorrendo dispone in merito al regolamento delle spese di lite in assenza di parti resistenti.

Sussistono i presupposti per l’applicazione il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, che dispone l’obbligo del versamento per il ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato nel caso in cui la sua impugnazione sia stata integralmente rigettata, essendo iniziato il procedimento in data successiva al 30 gennaio 2013 (cfr. Corte Cass. SU 18.2.2014 n. 3774).

PQM

La Corte:

– dichiara inammissibile il ricorso;

– dichiara che sussistono i presupposti per il versamento della somma prevista dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 7 luglio 2016.

Depositato in Cancelleria il 11 ottobre 2016

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