Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20386 del 26/07/2019

Cassazione civile sez. II, 26/07/2019, (ud. 10/04/2019, dep. 26/07/2019), n.20386

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – rel. Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 22232/2015 proposto da:

BETON CAMUNA SRL, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA VITTORIA

COLONNA 40, presso lo studio dell’avvocato BRUNO BIANCHI, che lo

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DEL DEMANIO, MINISTERO ECONOMIA FINANZE, elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO, che li rappresenta e difende ope legis;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 617/2015 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA,

depositata il 18/05/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

10/04/2019 dal Consigliere Dott. CHIARA BESSO MARCHEIS.

Fatto

PREMESSO

che:

1. Con atto di citazione del 31/5/2000 il Ministero delle Finanze conveniva in giudizio la società Beton Camuna s.p.a., deducendo che quest’ultima occupava un’area di ex alveo, “compresa tra i mappali (OMISSIS) fg. (OMISSIS) del comune censuario di Bessimo Superiore”, appartenente allo Stato e chiedendo perciò che la società convenuta venisse condannata al rilascio dell’immobile e alla corresponsione di un importo per l’occupazione senza titolo pari a 45.000.000 di Lire. Il Tribunale di Brescia, in accoglimento dell’eccezione proposta dalla società convenuta, con sentenza n. 1584/2005, dichiarava la propria incompetenza in favore di quella del Tribunale regionale delle acque pubbliche. Avverso tale sentenza proponevano regolamento di competenza il Ministero dell’Economia e delle Finanze e l’Agenzia del Demanio, succeduta ex lege al rapporto controverso. Questa Corte, con ordinanza n. 18333/2006, dichiarava la competenza del Tribunale di Brescia. Riassunto il giudizio, il Tribunale di Brescia, con sentenza n. 805/2012, dichiarava i terreni oggetto di causa di proprietà dell’amministrazione finanziaria, con conseguente condanna della società convenuta al rilascio degli stessi. Rigettava invece la domanda di condanna della convenuta alla corresponsione di un importo per occupazione senza titolo, ritenendo la stessa derivante da un illecito extracontrattuale ormai prescritto.

2. Contro tale sentenza proponeva appello la Beton Camuna s.p.a. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze e l’Agenzia del Demanio proponevano a loro volta appello incidentale in relazione alla ritenuta prescrizione del loro diritto di credito. Con sentenza 18 maggio 2015, n. 617, la Corte d’appello di Brescia, preliminarmente disattesa la richiesta di sospensione ex art. 295 c.p.c., proposta dalla società appellante, rigettava tanto l’appello principale quanto quello incidentale, confermando la sentenza impugnata.

5. Contro la sentenza ricorre per cassazione la Beton Camuna s.r.l. (già Beton Camuna s.p.a.).

Questa Corte, ritenuta la nullità della notificazione del ricorso per essere stato quest’ultimo notificato presso l’Avvocatura distrettuale dello Stato – con decreto ne disponeva la rinnovazione presso l’Avvocatura generale dello Stato.

Effettuata la rinnovazione, hanno resistito con controricorso l’Agenzia del Demanio ed il Ministero dell’Economia e delle Finanze.

La ricorrente ha depositato memoria ai sensi dell’art. 380-bis 1 c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

che:

I. Il ricorso è articolato in due motivi.

a) Il primo motivo lamenta, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, “nullità della sentenza per vizio di ultrapetizione, per violazione del principio di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato, ai sensi dell’art. 112 c.p.c.”: se l’area oggetto di contestazione da parte dell’amministrazione finanziaria è stata quella “compresa tra i mappali (OMISSIS) fg. (OMISSIS)”, la Corte di appello ha invece accertato in capo all’amministrazione la proprietà dei terreni di cui ai mappali n. (OMISSIS), così ponendo in essere un vero e proprio vizio di ultrapetizione, qualificabile come errore in procedendo.

Il motivo è inammissibile. La ricorrente denuncia un vizio di ultrapetizione del giudice d’appello limitandosi a fare riferimento ad atti della controparte, senza specificare quale sia stata la pronuncia del giudice di primo grado, non considerando, poi, che la sentenza d’appello ha rigettato l’impugnazione da essa rivolta contro la pronuncia di primo grado, confermandola, così che eventuali errori delle argomentazioni svolte dalla Corte d’appello non incidono sul dictum destinato ad acquistare efficacia di giudicato

b) Con il secondo motivo – che riporta “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5): quanto all’omessa valutazione delle risultanze documentali” – la società ricorrente lamenta che la Corte d’appello non abbia tratto elementi utili alla determinazione del proprio convincimento dall'”eloquente documentazione agli atti di causa”, in particolare la consulenza tecnica d’ufficio espletata in un altro giudizio, una pronuncia del Tribunale regionale delle acque pubbliche di Milano e l’ordinanza resa da questa Corte nel giudizio di regolamento di competenza.

Il motivo è inammissibile: la ricorrente non denuncia l’omesso esame di un fatto storico (cfr. al riguardo Cass., sez. un., n. 8053/2014), ma la mancata “compiuta valutazione della documentazione prodotta agli atti di causa e, quindi, delle risultanze probatorie alla stessa immanentemente correlata”, documentazione che il giudice di merito ha considerato e ha ritenuto insufficiente a provare la proprietà sull’area in questione della società ricorrente (cfr. pp. 19-22 della sentenza impugnata).

II. Il ricorso va quindi rigettato.

Le spese, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della società ricorrente dell’importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio in favore delle controricorrenti che liquida in Euro 4.200, oltre spese prenotate a debito.

Sussistono, del D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 13, comma 1-quater, i presupposti per il versamento da parte della società ricorrente dell’importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale della Sezione Seconda Civile, il 10 aprile 2019.

Depositato in Cancelleria il 26 luglio 2019

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