Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20383 del 28/09/2020

Cassazione civile sez. II, 28/09/2020, (ud. 30/06/2020, dep. 28/09/2020), n.20383

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – Consigliere –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – rel. Consigliere –

Dott. DE MARZO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 20408/2019 R.G. proposto da:

H.Z.U., c.f. (OMISSIS), elettivamente domiciliato, con

indicazione dell’indirizzo p.e.c., in Roma, alla viale Angelico, n.

38, presso lo studio dell’avvocato Marco Lanzilao, che lo

rappresenta e difende in virtù di procura speciale in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO dell’INTERNO, c.f. (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, rappresentato e difeso dall’Avvocatura Generale dello

Stato, presso i cui uffici in Roma, alla via dei Portoghesi, n. 12,

domicilia per legge;

– controricorrente –

avverso il decreto n. 1559/2019 del Tribunale di Trieste;

udita la relazione nella Camera di consiglio del 30 giugno 2020 del

consigliere Dott. Luigi Abete.

 

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO

1. H.Z.U., cittadino del (OMISSIS), formulava istanza di protezione internazionale.

Esponeva che aveva abbandonato il suo paese d’origine perchè perseguitato per ragioni di appartenenza politica, segnatamente perchè aveva partecipato a manifestazioni e contestazioni antigovernative durate oltre due mesi; che per tale motivo era stato anche incarcerato.

2. La Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale di Gorizia rigettava l’istanza.

3. Con decreto n. 1559/2019 il Tribunale di Trieste respingeva il ricorso con cui H.Z.U., avverso il provvedimento della commissione territoriale, aveva chiesto il riconoscimento dello status di rifugiato, in subordine il riconoscimento della protezione sussidiaria, in ulteriore subordine il riconoscimento della protezione umanitaria.

Evidenziava il tribunale che nessun elemento soccorreva sia ai fini del riscontro dell’autenticità della documentazione – tra cui una tessera di appartenenza politica – allegata dal ricorrente sia ai fini del riscontro della veridicità della vicenda narrata, viepiù che lo stesso ricorrente non aveva prodotto alcun documento di identità.

Evidenziava in ogni caso che le dichiarazioni rese non risultavano credibili, siccome generiche, incongrue e per nulla circostanziate in ordine all’asserita attività politica svolta nei mesi di partecipazione alle contestazioni.

Evidenziava altresì che non sussistevano i presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria di cui del D.Lgs. n. 251 del 2014, art. 14, lett. a) e b), del pari in considerazione dell’inattendibilità delle dichiarazioni.

Evidenziava inoltre che non sussistevano i presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria di cui dell’art. 14 cit., lett. c).

Evidenziava infine che non sussistevano i presupposti per il riconoscimento della protezione umanitaria.

4. Avverso tale decreto ha proposto ricorso H.Z.U.; ne ha chiesto sulla scorta di tre motivi la cassazione con ogni susseguente statuizione.

Il Ministero dell’Interno ha depositato controricorso; ha chiesto dichiararsi inammissibile o rigettarsi l’avverso ricorso con il favore delle spese.

5. Con il primo motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, l’omesso errato esame delle dichiarazioni rese e delle allegazioni documentali; l’omesso esercizio dei poteri di cooperazione istruttoria; l’omessa valutazione delle prove.

Deduce in primo luogo che il tribunale ha immotivatamente reputato non autentica la documentazione allegata, in difetto, da un canto, di qualsivoglia contestazione da parte della commissione territoriale, regolarmente costituitasi in giudizio, in difetto, d’altro canto, delle necessarie verifiche cui il tribunale avrebbe potuto far luogo ex officio.

Deduce in secondo luogo che ben avrebbe dovuto il tribunale, reputate generiche le sue dichiarazioni, disporre, in esplicazione dei suoi doveri di cooperazione istruttoria, la rinnovazione della sua audizione nonchè far luogo ai necessari approfondimenti circa la situazione generale del Pakistan.

6. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, la violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14; l’omessa applicazione dell’art. 10 Cost.; la contraddittorietà della motivazione.

Deduce che ha errato il tribunale a disconoscere la protezione sussidiaria di cui del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c).

Deduce segnatamente che il rapporto “E.A.S.O.” aggiornato al 2018 non è stato inteso, correttamente, nella sua integralità, dal tribunale.

Deduce altresì che, così come emerge dal sito “(OMISSIS)” di fonte ministeriale e dal rapporto di “Amnesty International”, il Pakistan è un paese estremamente rischioso, in cui difettano le condizioni minime di sicurezza.

7. Con il terzo motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, la falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19; l’omessa applicazione dell’art. 10 Cost..

Deduce che ha errato il tribunale a disconoscere la protezione umanitaria, viepiù in considerazione dei poteri di cooperazione istruttoria di cui è investito.

Deduce che, nel quadro dell’imprescindibile valutazione comparativa, in considerazione delle condizioni politiche, sociali ed economiche del suo paese d’origine, debitamente correlate alla sua personale condizione, inevitabilmente verserebbe, qualora rimpatriato, in stato di vulnerabilità ovvero subirebbe la menomazione dei diritti fondamentali, tra cui il diritto alla salute, che, viceversa, l’Italia è tenuta a garantire in ossequio ai suoi obblighi costituzionali ed internazionali.

8. Il primo motivo è inammissibile.

9. Indiscutibilmente il tribunale ha reputato inattendibili i documenti tutti depositati dal ricorrente a preteso riscontro della veridicità del suo racconto.

E tuttavia va necessariamente rimarcato che il Tribunale di Trieste ha reputato inattendibili, “in ogni caso” (cfr. decreto impugnato, pag. 4) e di per sè, le dichiarazioni di H.Z.U., con un complesso di argomentazioni che, in parte qua, dà corpo ad una ratio decidendi “autosufficiente”, per nulla ancorata ovvero condizionata dall’affermato difetto di autenticità della documentazione allegata, per nulla condizionata dalla mancata allegazione – di cui il tribunale ha dato espressamente atto (cfr. decreto impugnato, pag. 4) – da parte del ricorrente di un documento di identità.

10. In questi termini del tutto ingiustificato è l’assunto secondo cui “il presupposto di non credibilità del ricorrente poggia su una erronea valutazione (di) (…) non attendibilità della documentazione prodotta” (così ricorso, pag. 4).

In questi termini, inoltre, a nulla vale addurre che la documentazione allegata non è stata in alcun modo contestata da parte della commissione territoriale, regolarmente costituitasi in giudizio (cfr. ricorso, pag. 3); che il tribunale in maniera del tutto incongrua ha dubitato della identità di egli ricorrente e nondimeno ha disaminato il ricorso proposto (cfr. ricorso, pag. 5).

11. Si tenga conto che nel giudizio relativo alla protezione internazionale del cittadino straniero, la valutazione di attendibilità, di coerenza intrinseca e di credibilità della versione dei fatti resa dal richiedente, non può che riguardare tutte le ipotesi di protezione prospettate nella domanda, qualunque ne sia il fondamento; cosicchè, ritenuti non credibili i fatti allegati a sostegno della domanda, non è necessario far luogo a un approfondimento istruttorio ulteriore, attivando il dovere di cooperazione istruttoria officiosa incombente sul giudice, dal momento che tale dovere non scatta laddove sia stato proprio il richiedente a declinare, con una versione dei fatti inaffidabile o inattendibile, la volontà di cooperare, quantomeno in relazione all’allegazione affidabile degli stessi (cfr. Cass. (ord.) 20.12.2018, n. 33096; Cass. 12.6.2019, n. 15794).

Cosicchè a nulla vale che il ricorrente prospetti che il tribunale “avrebbe potuto/dovuto procedere alle necessarie verifiche di ufficio” (così ricorso, pag. 4); che sarebbe stato dovere del tribunale, “in ossequio all’onere di cooperazione, (…) ascoltare in modo più approfondito nuovamente il ricorrente ed acquisire notizie attuali sul Paese” (così ricorso, pag. 6).

12. Ovviamente la valutazione in ordine alla credibilità del racconto del cittadino straniero costituisce un apprezzamento “di fatto” rimesso al giudice del merito, il quale deve valutare se le dichiarazioni del ricorrente siano coerenti e plausibili, del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c); tale apprezzamento “di fatto” è censurabile in cassazione solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, come mancanza assoluta della motivazione, come motivazione apparente, come motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile, dovendosi escludere la rilevanza della mera insufficienza di motivazione e l’ammissibilità della prospettazione di una diversa lettura ed interpretazione delle dichiarazioni rilasciate dal richiedente, trattandosi di censura attinente al merito (cfr. Cass. (ord.) 5.2.2019, n. 3340).

13. Ebbene, in siffatta proiezione, il dictum del tribunale, pur in punto di valutazione delle dichiarazioni rese da H.Z.U., non è inficiato da alcuna forma di “anomalia motivazionale” rilevante alla stregua dell’insegnamento n. 8053 del 7.4.2014 delle sezioni unite di questa Corte; nè, evidentemente si configura l’omesso esame circa fatto decisivo e controverso.

14. Il secondo motivo del pari è inammissibile.

15. In tema di protezione sussidiaria l’accertamento della situazione di “violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”, di cui del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), che sia causa per il richiedente di una sua personale e diretta esposizione al rischio di un danno grave, quale individuato dalla medesima disposizione, implica un apprezzamento “di fatto” rimesso al giudice del merito; il risultato di tale indagine può essere censurato, con motivo di ricorso per cassazione, nei limiti consentiti dal novellato art. 360 c.p.c., n. 5 (cfr. Cass. 21.11.2018, n. 30105; Cass. (ord.) 12.12.2018, n. 32064).

16. Su tale scorta le censure che il secondo mezzo di impugnazione veicola, sono da vagliare esclusivamente nel solco della previsione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 e nel segno del già menzionato insegnamento n. 8053/2014 delle sezioni unite.

Cosicchè non può che rappresentarsi quanto segue.

Per un verso, il decreto del tribunale giuliano, pur in parte qua, non è inficiato da alcuna forma di “anomalia motivazionale”.

In particolare il tribunale ha specificato che dai rapporti “EASO”, datati agosto 2017 ed ottobre 2018, relativi al Pakistan e specificamente alla regione del Panjab, di provenienza del ricorrente, si desumeva che gli attacchi terroristici e gli episodi di violenza contro civili a decorrere dall’aprile del 2016 erano significativamente diminuiti, tant’è che il Punjab era considerato una zona di accoglienza (cfr. decreto impugnato, pag. 6).

Per altro verso, il tribunale triestino per nulla ha omesso la disamina del fatto decisivo, ossia il concreto riscontro delle situazioni di fatto postulate del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c).

Per altro verso ancora, nel vigore del nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – al di là dell’ipotesi del “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili”, insussistente nel caso de quo – non è più configurabile il vizio di contraddittoria motivazione della sentenza, atteso che la norma suddetta attribuisce rilievo solo all’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti, non potendo neppure ritenersi che il vizio di contraddittoria motivazione sopravviva come ipotesi di nullità della sentenza ai sensi del medesimo art. 360 c.p.c., n. 4 (cfr. Cass. (ord.) 6.7.2015, n. 13928).

17. Questa Corte spiega inoltre che, in tema di protezione internazionale, il motivo di ricorso per cassazione che mira a contrastare l’apprezzamento del giudice di merito in ordine alle cd. fonti privilegiate, di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, deve evidenziare, mediante riscontri precisi ed univoci, che le informazioni sulla cui base è stata assunta la decisione, in violazione del cd. dovere di collaborazione istruttoria, sono state oggettivamente travisate ovvero superate da altre più aggiornate e decisive fonti qualificate (cfr. Cass. 18.2.2020, n. 4037).

18. Su tale scorta ulteriormente si rappresenta quanto segue.

Da un canto, in maniera del tutto generica e per nulla puntuale il ricorrente assume che “il report aggiornato di EASO 2018 non esprime assolutamente quanto desunto dal giudice di prime cure” (così ricorso, pag. 10), per giunta, in tal guisa, sollecitando questa Corte alla rivalutazione del medesimo rapporto in spregio ai limiti che al riguardo si configurano (cfr. Cass. 10.6.2016, n. 11892; Cass. (ord.) 26.9.2018, n. 23153, secondo cui il cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito non determina alcun vizio denunciabile con il ricorso per cassazione, non essendo inquadrabile nel paradigma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nè in quello del precedente n. 4, disposizione che – per il tramite dell’art. 132 c.p.c., n. 4 – dà rilievo unicamente all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante).

D’altro canto, il motivo di ricorso non qualifica esattamente dal punto di vista cronologico i riferimenti, all’uopo riprodotti, desunti dal sito “(OMISSIS)” e dal rapporto di “Amnesty International”, cosicchè pur a tal proposito il motivo di ricorso risulta generico ed aspecifico.

19. Il terzo motivo parimenti è inammissibile.

20. Si premette che questa Corte spiega, sì, che, in tema di concessione del permesso di soggiorno per ragioni umanitarie, la condizione di “vulnerabilità” del richiedente deve essere verificata caso per caso, all’esito di una valutazione individuale della sua vita privata in Italia, comparata con la situazione personale vissuta prima della partenza ed alla quale si troverebbe esposto in caso di rimpatrio, non potendosi tipizzare le categorie soggettive meritevoli di tale tutela che è invece atipica e residuale, nel senso che copre tutte quelle situazioni in cui, pur non sussistendo i presupposti per il riconoscimento dello status di “rifugiato” o della protezione sussidiaria, tuttavia non possa disporsi l’espulsione (cfr. Cass. 15.5.2019, n. 13079; cfr. Cass. 23.2.2018, n. 4455, secondo cui, in materia di protezione umanitaria, il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, al cittadino straniero che abbia realizzato un grado adeguato di integrazione sociale in Italia, deve fondarsi su una effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese d’accoglienza).

21. E però non può non darsi atto che le ragioni di censura che il terzo mezzo di impugnazione veicola, non si correlano puntualmente alla ratio decidendi in parte qua dell’impugnato dictum.

Più esattamente, in ordine all’invocata protezione umanitaria, il tribunale ha affermato che il ricorrente non aveva “svolto specifiche allegazioni relative ad una asserita situazione di vulnerabilità” (così decreto impugnato, pag. 9).

E tale passaggio motivazionale non è stato puntualmente censurato.

22. In ogni caso, pur ad ipotizzare che correlazione alla ratio decidendi vi sia, è innegabile che le ragioni di doglianza che il terzo motivo di impugnazione veicola, recano, al più, censura del giudizio “di fatto” cui, senza dubbio anche in parte qua, il tribunale ha atteso, giudizio “di fatto” inevitabilmente postulato dalla valutazione comparativa, caso per caso, necessaria ai fini del riscontro della condizione di vulnerabilità – e soggettiva e oggettiva – del richiedente.

23. Ebbene, in quest’ottica, nei limiti della previsione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 e nel segno, nuovamente, della pronuncia n. 8053/2014 delle sezioni unite, non può che argomentarsi come segue.

Da un lato, è da escludere che forme di “anomalia motivazionale” inficino, in punto di disconoscimento della protezione umanitaria, l’impugnato dictum.

In particolare il tribunale ha specificato che non vi era prova di una apprezzabile condizione di integrazione nel tessuto socio – economico italiano, nè poteva soccorrere l’allegazione di un contratto di lavoro a tempo determinato, viepiù che il ricorrente aveva mostrato di non aver padronanza della lingua italiana e che aveva riportato condanna per reati di falso e di ricettazione.

Dall’altro, il tribunale giuliano in nessun modo ha omesso la disamina dei fatti decisivi caratterizzanti in parte qua la res litigiosa.

24. Dai rilievi tutti in precedenza esposti si evince che il tribunale ha statuito in modo conforme alla giurisprudenza di questa Corte.

Il ricorso quindi è nel complesso inammissibile ai sensi dell’art. 360 bis c.p.c., n. 1 (cfr. Cass. sez. un. 21.3.2017, n. 7155, secondo cui, in tema di ricorso per cassazione, lo scrutinio ex art. 360 bis c.p.c., n. 1, da svolgersi relativamente ad ogni singolo motivo e con riferimento al momento della decisione, impone, come si desume in modo univoco dalla lettera della legge, una declaratoria d’inammissibilità, che può rilevare ai fini dell’art. 334 c.p.c., comma 2, sebbene sia fondata, alla stregua dell’art. 348 bis c.p.c.. e dell’art. 606 c.p.p., su ragioni di merito, atteso che la funzione di filtro della disposizione consiste nell’esonerare la Suprema Corte dall’esprimere compiutamente la sua adesione al persistente orientamento di legittimità, così consentendo una più rapida delibazione dei ricorsi “inconsistenti”).

25. In dipendenza della declaratoria di inammissibilità del ricorso il ricorrente va condannato a rimborsare al Ministero controricorrente le spese del giudizio di legittimità. La liquidazione segue come da dispositivo.

26. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso ai sensi dell’art. 13, comma 1 bis, D.P.R. cit., se dovuto (cfr. Cass. sez. un. 20.2.2020, n. 4315, secondo cui la debenza dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione è normativamente condizionata a due presupposti: il primo, di natura processuale, costituito dall’adozione di una pronuncia di integrale rigetto o inammissibilità o improcedibilità dell’impugnazione, la cui sussistenza è oggetto dell’attestazione resa dal giudice dell’impugnazione ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater; il secondo, di diritto sostanziale tributario, consistente nell’obbligo della parte impugnante di versare il contributo unificato iniziale, il cui accertamento spetta invece all’amministrazione giudiziaria).

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna il ricorrente, H.Z.U., a rimborsare al Ministero dell’Interno le spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano in Euro 2.100,00 per compensi, oltre spese prenotate a debito; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso ai sensi dell’art. 13, comma 1 bis, D.P.R. cit., se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 30 giugno 2020.

Depositato in Cancelleria il 28 settembre 2020

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