Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20382 del 11/10/2016


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Cassazione civile sez. III, 11/10/2016, (ud. 22/06/2016, dep. 11/10/2016), n.20382

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. SPIRITO Angelo – Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. CARLUCCIO Giuseppa – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 14755/2013 proposto da:

D.P.G., (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

DONIZETTI GAETANO 20, presso lo studio dell’avvocato ANNA MANDORLO,

rappresentata e difesa dagli avvocati ROBERTO CENTOLA, ANGELO

CENTOLA giusta procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

DEUTSCHE BANK SPA, in persona del Dr. C.A., elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA VITTORIO VENETO 7, presso lo studio

dell’avvocato DOMENICO MARTINO, che la rappresenta e difende giusta

procura speciale in calce al controricorso;

O.B., elettivamente domiciliato in ROMA, V. ORTIGNANO 38,

presso lo studio dell’avvocato PAOLA PICCINNO, rappresentato e

difeso dall’avvocato GUIDO BELMONTE giusta procura speciale a

margine del controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 2001/2012 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 07/06/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

22/06/2016 dal Consigliere Dott. ANTONELLA PELLECCHIA;

udito l’Avvocato ANNA MANDORLO per delega non scritta;

udito l’Avvocato DOMENICO MARTINO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CARDINO Alberto, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Nel luglio 2000, D.P.G. convenne in giudizio C.S. e C., D.L.M., il notaio O.B., la Deutsche Bank spa e la Camera di Commercio di (OMISSIS). Dedusse di essere stata socia accomandataria della Silver House di G.D.P. s.a.s. dal (OMISSIS), data in cui aveva ceduto le proprie quote a C.S. e la società aveva quindi assunto la denominazione di Silver House di C.S. s.a.s.. Espose anche, che nelle date dell'(OMISSIS), erano stati elevati i protesti per mancanza di fondi di due assegni bancari tratti da C.C., su conto corrente intrattenuto presso l’agenzia (OMISSIS) della Deutsche Bank e rimasto intestato alla Silver House di G.D.P.. Di tutto ciò, affermò di essere venuta a conoscenza nel (OMISSIS). Precisò anche che il Tribunale di Napoli accogliendo il suo ricorso, ex art. 700 c.p.c., aveva sospeso cautelativamente la pubblicazione dei protesti. Quindi, chiese a) che fossero dichiarati illegittimi detti protesti elevati a meno del notaio O.B., i due assegni bancari tratti da C. Cappiello sul conto corrente presso la l’agenzia (OMISSIS) della Deutsche Bank; b) che fosse ordinato in via definitiva alla Camera di Commercio di pubblicare a spese di C.C., o di quello dei convenuti ritenuto responsabile, una rettifica avente la stessa diffusione della pubblicazione dei protesti; c) che fossero condannati i convenuti responsabili in solido tra di loro al risarcimento dei danni subiti dalla D.P. per gli illegittimi protesti oltre che la condanna al pagamento delle spese di giudizio.

Ti Tribunale di Napoli accolse parzialmente la domanda attorea e dichiarò illegittimi i protesti elevati a carico di D.P.G., ordinò alla Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura di Napoli di sospendere la pubblicazione dei protesti dei predetti assegni, accettò che la D.P. non era debitrice nei confronti di D.L.M. e accolse la domanda avanzata dall’attrice nei confronti della Banca e di C.C., condannandoli in solido al pagamento nei confronti della D.P. della somma di Euro 60.000 oltre rivalutazione monetaria.

2. La decisione è stata riformata dalla Corte d’Appello di Napoli, con sentenza n. 2001 del 7 giugno 2012. La Corte ha ritenuto, a differenza del giudice di prime cure, per quel che qui rileva, la Deutsche Bank esente da ogni responsabilità per la inserzione nei protesti del nominativo di D.P.G. quale accomandataria della Silver House s.a.s., ha rigettato la domanda spiegata dalla D.P. nei confronti della Banca e l’ha condannata a restituire la somma ricevuta dalla banca in forza della sentenza di primo grado. Ha ritenuto anche che nessun addebito poteva essere mosso al notaio che aveva operato con la dovuta diligenza e professionalità in base alle notizie trasmesse dall’istituto di credito.

3. Avverso tale decisione, D.P.G. propone ricorso in Cassazione sulla base di due motivi, illustrati da memoria.

3.1 Resistono con controricorsi autonomi la Deutsche Bank ed il notaio O.B.. Le parti hanno depositato memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

4.1. Con il primo motivo, la ricorrente deduce la “violazione e falsa applicazione o, comunque, omessa od insufficiente e/o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso decisivo per il giudizio con riferimento agli artt. 2043 e 2059 c.c., artt. 2188, 2296, 2193, 2300 e 1372 c.c., artt. 112, 115 e 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5”.

Lamenta che la Corte d’Appello è incorsa in contraddizione in quanto, mentre ha riconosciuto che l’azione doveva essere inquadrata nell’ambito della responsabilità extra contrattuale, ha esaminato poi la questione esclusivamente sotto il profilo della disciplina contrattuale, di cui al contratto di conto corrente in essere tra la Silver House e la Deutsche Bank. Precisa anche che la stessa Corte ha errato quando ha ritenuto legittimo il comportamento della banca nell’aver fatto elevare il protesto degli assegni con la ragione sociale di società Silver House s.a.s. benchè vi fosse agli atti del giudizio prova piena ed inconfutabile della conoscenza effettiva e, comunque la legale conoscibilità della uscita della ricorrente dalla società e della modifica della ragione sociale.

Il motivo è infondato.

Il giudice dell’appello ha valutato con ampia congrua, logica e condivisibile motivazione l’azione proposta ex art. 2043 c.c.. Infatti ha, sulla base di tutti gli elementi a sua disposizione, ritenuto la non sussistenza di un comportamento illecito da parte della banca da porre a fondamento della richiesta risarcitoria. Ha ritenuto, appunto, che non potesse ravvisarsi alcuna condotta, nè alcun comportamento illecito da parte della banca, mancando così il presupposto fondamentale, e cioè la condotta illecita della Banca, necessario per poterla condannare al risarcimento richiesto.

Inoltre, la ricorrente pur denunciando, apparentemente, violazione di legge ed una insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza di secondo grado, chiede in realtà a questa Corte di pronunciarsi ed interpretare questioni di mero fatto non censurabili in questa sede mostrando di anelare ad una surrettizia trasformazione del giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito, terzo grado di merito, nel quale ridiscutere analiticamente tanto il contenuto dei fatti storici quanto le valutazioni di quei fatti espresse dal giudice di appello – non condivise e per ciò solo censurate al fine di ottenerne la sostituzione con altre più consone alle proprie aspettative (Cass. n. 21381/2006).

Per quanto riguarda, poi, la seconda parte del motivo l’omessa pronuncia doveva essere censurata con il richiamo all’art. 112 c.p.c. e art. 360 c.p.c., n. 4, o comunque con univoco riferimento alla nullità della decisione derivante dalla relativa omissione (cfr. Cass. Sez. Un. 24 luglio 2013, n. 17931). L’omessa pronunzia da parte del giudice di merito integra un difetto di attività che deve essere fatto valere dinanzi alla Corte di cassazione attraverso la deduzione del relativo error in procedendo e della violazione dell’art. 112 c.p.c., non già con la denuncia della violazione di una norma di diritto sostanziale o del vizio di motivazione ex art. 360 c.p.c., nn. 3 o 5, giacchè queste ultime censure presuppongono che il giudice del merito abbia preso in esame la questione oggetto di doglianza e rabbia risolta in modo giuridicamente scorretto ovvero senza giustificare o non giustificando adeguatamente la decisione resa (Cass. 329/2016).

Quanto, in particolare, alla dedotta violazione dell’art. 115 c.p.c., valgono, inoltre, le seguenti considerazioni. La violazione dell’art. 115 c.p.c., può essere imputata al giudice del merito sotto due distinti profili: da un lato, ove, nell’esercizio del suo potere discrezionale quanto alla scelta ed alla valutazione degli elementi probatori – donde la mancanza d’uno specifico dovere d’esame di tutte le risultanze e di confutazione dettagliata delle singole argomentazioni svolte dalle parti, del che meglio in seguito – ometta tuttavia di valutare quelle risultanze delle quali la parte abbia espressamente dedotto la decisività, salvo ad escluderne la rilevanza in concreto indicando, sia pure succintamente, le ragioni del suo convincimento, il difetto della quale indicazione ridonda, peraltro, in vizio della motivazione; dall’altro, ove, in contrasto con i principi della disponibilità e del contraddittorio delle parti sulle prove, ponga a base della decisione o fatti ai quali erroneamente attribuisca il carattere della notorietà o la propria scienza personale, così dando ingresso a prove non fornite dalle parti e relative a fatti dalle stesse non vagliati nè discussi, ai quali non può essere riconosciuto, in legittima deroga ai richiamati principi, il carattere dell’universalità della conoscenza e, quindi, dell’autonoma sussumibilità nel materiale probatorio utilizzabile ai fini della decisione. E’, dunque, solo l’esorbitanza da tali limiti ad essere suscettibile di sindacato in sede di legittimità per violazione dell’art. 115 c.p.c., sindacato che, con riferimento a tale norma, non può essere, invece, esteso all’apprezzamento espresso dal giudice del merito in esito alla valutazione delle prove ritualmente acquisite. Come appunto avvenuto nel caso di specie.

4.2. Con il secondo motivo, denuncia la “violazione e falsa applicazione o, comunque, omessa od insufficiente e/o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio con riferimento agli artt. 2043, 2055, 2193 e 2315 c.c., L. n. 89 del 1913, art. 47, L. n. 349 del 1973, artt. 1 e 12, D.P.R. n. 290 del 1975, art. 3, art. 2909 c.c., artt. 112, 91, 92, 333, 323 e 324 c.p.c., in relazione art. 360, nn. 3 e 5”.

La ricorrente sostiene che la Corte d’Appello ha errato perchè ha ritenuto che non poteva muoversi al notaio alcun addebito avendo egli operato con la diligenza e professionalità in base alle notizie trasmesse dall’Istituto attraverso il suo funzionario e che quindi le spese giudiziali da lui sostenute non potevano che essere poste a carico della signora D.P.. Invece, secondo la ricorrente il notaio non poteva non conoscere, anche in relazione alla pubblica funzione esercitata, l’intervenuta modificazione della compagine sociale e della stessa ragione sociale della società titolare del conto corrente, atteso che dette modifiche risultavano regolarmente iscritte nel registro delle imprese con gli effetti della pubblicità notizia di cui all’art. 2193 c.c.. E comunque la responsabilità del notaio emerge anche dalla assoluta negligenza e superficialità con la quale ha proceduto alle operazioni formali di protesto trascrivendo l’indirizzo scorretto.

Il motivo è infondato.

Il giudice dell’appello, con motivazione congrua e scevra da vizi logico giuridici, dopo aver valutato la correttezza dell’operato del notaio, e la cui scorrettezza del resto non viene individuata neanche dall’attrice, ha ritenuto che lo stesso abbia agito in base alle notizie trasmesse dall’istituto di credito e, conseguentemente, ha disposto le spese secondo la regola della soccombenza.

5. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

PQM

la Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità in favore della controricorrente Deutsche Bank nella misura di Euro 8.200,00 di cui Euro 200 per esborsi, oltre accessori di legge e spese generali, e nei confronti del controricorrente notaio O.B. nella misura di Euro 5.800,00 di cui Euro 200 per esborsi, oltre accessori di legge e spese generali.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del citato art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 22 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 11 ottobre 2016

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