Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20379 del 28/09/2020

Cassazione civile sez. II, 28/09/2020, (ud. 30/06/2020, dep. 28/09/2020), n.20379

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. GORJAN Sergio – rel. Consigliere –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. DE MARZO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 21135/2019 proposto da:

I.K.D., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

TIBULLO N. 10, presso lo studio dell’avv. GIORGIA RULLI, che lo

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (OMISSIS), IN PERSONA DEL MINISTRO PRO

TEMPORE, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende;

– controricorrente –

avverso il decreto del TRIBUNALE di MILANO, depositata il 26/05/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

30/06/2020 dal Consigliere Dott. SERGIO GORJAN.

Udito l’avvocato.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

I.K.D. cittadina della (OMISSIS) – ebbe a proporre ricorso avanti il Tribunale di Milano avverso la decisione della Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Milano che aveva rigettato la sua istanza di protezione internazionale in relazione a tutti gli istituti previsti dalla relativa normativa.

La ricorrente deduceva d’aver dovuto lasciare il suo Paese poichè, di fede mussulmana, era rimasta incinta a seguito di relazione con un giovane cristiano sicchè il padre voleva farla abortire; era fuggita e s’era rifugiata in una parrocchia doveva aveva dato alla luce il figlio, ma dopo due anni, a seguito d’incontro casuale con un suo parente, la parrocchia era stata attaccata da mussulmani ed incendiata sicchè era fuggita presso una comunità cattolica in (OMISSIS).

Ma anche detta comunità dopo qualche anno era stata oggetto di violenza da parte di terroristi affiliati a (OMISSIS) ed ella, dopo aver affidato il figlio a conoscente, era fuggita dapprima era stata accolta da una signora che, alla fine, l’aveva aiutata ad arrivare in Libia dove s’era dovuta prostituire, ma con l’aiuto di un guardiano era riuscita ad imbarcarsi per l’Italia.

Il Collegio lombardo ebbe a rigettare il ricorso ritenendo che la vicenda personale del ricorrente non fosse credibile, sicchè non applicabili gli istituti in tema di protezione internazionale e non concorrenti ragioni attuali di vulnerabilità ed elementi lumeggianti integrazione nella società italiana ai fini della protezione umanitaria.

La I. ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza del Tribunale milanese articolato su quattro motivi ed ha depositato memoria difensiva ed istanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato in dipendenza del diniego ricevuto dall’Ordine professionale di Milano.

Il Ministero degli Interni, ritualmente evocato, ha resistito con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Il ricorso svolto dalla I. risulta siccome inammissibile, ex art. 360 bis c.p.c. – Cass. su . 7155/17 -.

In limine deve la Corte rilevare – Cass. sez. 1 n. 24111/19, Cass. sez. 1 n. 22610/04 – come l’istanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato in presenza di rigetto formulato dal competente Ordine professionale sia, ex art. 126 TUSG, proponibile, non già, alla Corte di Cassazione, bensì al Giudice che ebbe a pronunziare il provvedimento impugnato in sede di legittimità.

Di conseguenza alcuna statuizione questa Corte può adottare in ordine all’istanza formulato dalla ricorrente con la memoria depositata il 28.2.2020.

Con il primo mezzo d’impugnazione la ricorrente deduce violazione delle norme D.Lgs. n. 251 del 2007, ex artt. 3 e 5, nonchè D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, poichè i Giudici di prime cure hanno omesso d’applicare il principio di verisimiglianza e di valutare secondo i parametri di legge le sue dichiarazioni circa le ragioni dell’espatrio.

Osserva la ricorrente come il Collegio ambrosiano, per giungere alla statuizione di scarsa credibilità del suo narrato, ha assegnato eccessiva valenza al grado di sua conoscenza dei fondamenti della religione cattolica senza tener adeguato conto e del suo livello culturale e delle traversie personali collegate al fatto di esser rimasta incinta a seguito della relazione con un ragazzo cristiano.

Inoltre, ad opinione della ricorrente, il Tribunale, con motivazione incongrua, ha ritenuto non precisi ed attendibili i suoi riferimenti agli attacchi alle chiese e comunità cattoliche che l’ospitavano, nonostante in atti fossero presenti dati fattuali di conferma di tali fatti e fosse notoria la presenza del gruppo terroristico (OMISSIS) in Nigeria.

Il tutto senza che il Collegio di prime cure ritenesse d’azionare, come dovuto, attività istruttoria officiosa per accertare la veridicità dei particolari relativi al suo racconto.

La censura articolata s’appalesa generica posto che si compendia nella proposizione di tesi alternativa, rispetto alla statuizione adottata dal Tribunale, fondata sul mero apprezzamento, elaborato dalla parte, dei dati fattuali acquisiti in causa e sulla denunzia di scarso approfondimento della vicenda da parte dei Giudici lombardi.

Invece il Collegio ambrosiano ha puntualmente messo in evidenza le ragioni della statuizione afferente la scarsa credibilità della ricorrente in ordine al nucleo essenziale della sua racconto, ossia gli accadimenti intervenuti dopo che decise di allontanarsi dalla famiglia e detta valutazione rimane confermata dallo stesso argomento critico esposto in ricorso, quando risultano sunteggiati – pag. 7 – gli argomenti usati dal Tribunale per fondare la sua conclusione in punto credibilità della versione resa dalla ricorrente.

Quanto poi al lamentato malo utilizzo dei canoni di legge va rilevato come il dato normativo – art. 3 comma 5 – disciplina non tanto la valutazione della credibilità, bensì l’assenza di dati probatorio a supporto della domanda.

Detta carenza risulta superabile in presenza di determinati indici, precisati dalla norma, tra i quali appunto che il Giudice ritenga credibile il racconto.

La statuizione di mancata credibilità deve avvenire non già in forza di un apprezzamento meramente soggettivo – Cass. sez. 1 n. 26921/17 – ovvero valorizzando contraddizioni su aspetti secondari del racconto reso, in quanto tali irrilevanti a tal fine, bensì la valutazione deve essere relativa al complessivo svolgimento della vicenda riferita.

E quando motivatamente ritenuta la non fondatezza del narrato reso dal richiedente asilo l’apprezzamento di merito del Giudice non è sindacabile in sede di legittimità risolvendosi in un’inammissibile richiesta di apprezzamento del merito da parte di questa Suprema Corte.

Quanto poi alla potestà d’attivazione della cooperazione istruttoria, questa rimane esclusa una volta ritenuto non credibile la versione fornita dalla richiedente asilo, siccome insegna questo Supremo Collegio – Cass. sez. 1 n. 33096/18, Cass. sez. 1 n. 16928/18.

Dunque a fronte di puntuale motivazione illustrata dal Collegio ambrosiano per supportare la sua statuizione in punto credibilità, la ricorrente si limita a contrappore la propria opinione contraria così richiedendo in buona sostanza a questa Corte di Legittimità un’inammissibile valutazione sul merito della questione di causa.

Con la seconda ragione di doglianza il ricorrente deduce violazione della norma desumibile dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, comma 2, lett. e) e dal D.Lgs. n. 25 del 2008, poichè il Collegio milanese non ha valutato adeguatamente l’attuale situazione sociopolitica della Nigeria in relazione alla probabilità che, ritornata nel suo Paese, rimarrebbe esposta alle medesime traversie già sofferte e narrate, specie con riferimento allo sfruttamento a fini di prostituzione.

La censura s’appalesa siccome inammissibile poichè si compendia in apodittica contestazione astratta della motivata statuizione adottata dal Collegio lombardo riguardo alla possibilità che la ricorrente in caso di rimpatrio possa nuovamente divenire oggetto di sfruttamento da parte di persone dedita alla tratta connessa alla prostituzione.

Difatti la motivazione illustrata dal Tribunale non viene attinta con specifico argomento di contrasto rispetto ai dati fattuali indicati a sostegno della conclusione adottata in decreto impugnato.

In particolare al riguardo il Collegio ambrosiano ha puntualmente osservato – ed un tanto significativamente non risulta attinto da specifica contestazione in ricorso – come la ricorrente non solo si sia affrancata dalle persone che l’avevano – nel suo racconto – indotta alla prostituzione ma, soprattutto, che anche in caso di suo rimpatrio non si prospetta fondatamente la possibilità di esser nuovamente vittima della tratta poichè può godere di aiuto da parte delle persone cui ebbe ad affidare il figlio e che disinteressatamente l’accudiscono.

Con la terza ragione di doglianza la ricorrente deduce violazione di plurime norme ex D.Lgs. n. 251 del 2007, ed omesso esame di fatti decisivi in relazione alla statuizione di diniego della protezione sussidiaria, specie con relazione all’attuale situazione socio-politica della Nigeria, qualificabile siccome pervasa da violenza diffusa.

La ricorrente osserva come le conclusioni cui giunge il Tribunale siano contrarie a quanto desumibile dagli stessi rapporti, stilati da Organismi internazionali, indicati nel provvedimento impugnato quali fondi informative e, comunque, come le informazioni utilizzate non siano aggiornate, specie con riguardo alla sorte delle donne sole e prive di appoggi familiari.

Anche detta censura si compendia in argomentazione critica priva di un effettivo confronto con la motivazione elaborata dal Collegio ambrosiano riguardo alla situazione socio-politica, esistente al momento della decisione, nella zona della Nigeria in cui viveva la ricorrente.

Difatti il Tribunale, sulla scorta di indicate fonti di conoscenza tratte da rapporti estesi da Organismi internazionali all’uopo preposti e resi in epoca prossima alla decisione, ha evidenziato come in nella zona della Nigeria d’interesse, se anche si siano verificati episodi di violenza specie di natura criminale, tuttavia non in misura da connotare uno stato di violenza diffusa.

Inoltre il Tribunale ha posto in evidenza il dato di miglioramento della pregressa situazione rappresentato dalla forte risposta governativa di contrasto alla criminalità.

A fronte di detta puntuale ed esaustiva motivazione, la ricorrente si limita ad enfatizzare il passaggio del rapporto, utilizzato dal Tribunale, in cui viene ricordato come appunto si verifichino ancora episodi di violenza in varie zone della Nigeria, nonchè a richiamare la questione fondata sulla tratta a fini di prostituzione enfatizzando la sua vulnerabilità al riguardo poichè priva di appoggi in Patria.

Ma appunto la ricorrente si limita a proporre sua tesi alternativa rispetto alle statuizioni adottate dal Collegio milanese contrapponendo all’analisi complessiva, presente nel decreto impugnato, dato settoriale spurio ed astratto dal contesto, nonchè omettendo, significativamente – come dianzi ricordato -, cenno alla pur ricordato – da parte dei Giudici lombardi – appoggio di certo goduto da parte della conoscente che s’è disinteressatamente presa cura del figlio lasciato in Patria.

Con il quarto mezzo d’impugnazione la I. lamenta violazione delle norme D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 32,D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5 e D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 32, nonchè omesso esame di fatto decisivo, poichè il Tribunale, in relazione all’istanza di godimento della protezione umanitaria, ha esposto motivazione apparente; non ha valutato la sua condizione di vulnerabilità ad esito dell’inserimento nella tratta della prostituzione avvenuta in Libia ed erroneamente apprezzato i dati lumeggianti il suo inserimento nella società italiana ai fini del necessaria complessiva valutazione.

La critica avanzata, sebbene proposta sub specie violazione di legge, in effetti si compendia nella critica alla valutazione, circa la sua situazione personale di vulnerabilità e il suo inserimento sociale, siccome effettuata dal Tribunale, contrapponendovi propria tesi alternativa fondata sull’enfatizzazione di dati fattuali che il Collegio ambrosiano ha valutato e ritenuto non rilevanti.

Difatti il Tribunale evidenzia come, in dipendenza della non credibilità del racconto reso dalla richiedente asilo e della effettiva situazione socio-politica della zona della Nigeria in cui la stessa abitava, non sussistono ragioni di vulnerabilità per pericolo di persecuzione o violenza e come i lavori svolti in Italia – sempre nell’ambito del circuito dell’accoglienza – erano di natura saltuaria e di assai breve durata.

Ambedue detti dati fattuali, nuovamente segnalati in ricorso a sostegno della censura, risultano dunque irrilevanti, come sottolineato dal Tribunale, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, poichè non palesano nè situazione di vulnerabilità nè inserimento, di una qualche valenza, nella società italiana.

Ciò nonostante la ricorrente li ripropone in questa sede senza alcun confronto con quanto argomentato al riguardo dal Giudice di prime cure.

Alla declaratoria d’inammissibilità dell’impugnazione segue, ex art. 385 c.p.c., la condanna della ricorrente alla rifusione delle spese di lite di questo giudizio di legittimità in favore dell’Amministrazione costituita, liquidate in Euro 2.100,00 oltre spese prenotate a debito.

Concorrono in capo alla ricorrente le condizioni processuali per l’ulteriore pagamento del contributo unificato.

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente a rifondere all’Amministrazione costituita le spese di questo giudizio di legittimità liquidate in Euro 2.100,00 oltre le spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nell’adunanza in Camera di consiglio, il 30 giugno 2020.

Depositato in Cancelleria il 28 settembre 2020

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