Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20351 del 24/08/2017


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Cassazione civile, sez. II, 24/08/2017, (ud. 19/04/2017, dep.24/08/2017),  n. 20351

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MIGLIUCCI Emilio – Presidente –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. FEDERICO Guido – Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5724-2013 proposto da:

C.F., (OMISSIS), domiciliato ex lege in ROMA, PIAZZA CAVOUR,

presso la CANCELLERIA della CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato ALESSANDRO BOTTIGLIERI;

– ricorrente –

contro

S.G., (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE

MAZZINI 113, presso lo studio dell’avvocato GIOVANNI DI BATTISTA,

che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato GIORGIA

CRISTOFOLINI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 262/2012 della CORTE D’APPELLO di TRENTO,

depositata il 14/08/2012;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

19/04/2017 dal Consigliere Dott. ANTONINO SCALISI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

S.G. con citazione del 28 novembre 2011 ha proposto appello avverso la sentenza n. 82 del 2011 con la quale il Tribunale di Trento aveva accolto la domanda di C.F. il quale premesso di aver posseduto da oltre vent’anni una parte di forma triangolare e confinante con un suo terreno formalmente di proprietà della convenuta S.G. aveva chiesto al Tribunale di accertare l’acquisto in suo favore di detta porzione del fondo in forza di usucapione. La decisione è stata fondata sulle risultanze sia di una consulenza tecnica di ufficio sia delle prove orali acquisite per altro contestate dall’appellante con tre censure che specificamente hanno individuato i presunti errori decisionali.

La Corte di Appello di Trento, a contraddittorio integro con sentenza n. 262 del 2012 accoglieva l’appello e rigettava la domanda di usucapione avanzata in primo grado da C.F., condannava l’appellato al pagamento delle spese dell’intero giudizio. Secondo la Corte distrettuale, dalle prove acquisite, emergeva una situazione di incertezza circa la prova de possesso ventennale, pretesa dall’attore sull’area in discussione, prova che, invece, avrebbe dovuto essere fornita in maniera rigorosa.

La cassazione di questa sentenza è stata chiesta da C. con ricorso affidato a tre motivi S.G. ha resistito con controricorso, illustrato con memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.= In via preliminare, va rigettata l’eccezione avanzata da parte controricorrente di inammissibilità del ricorso per nullità della notificazione, ai sensi dell’art. 330 c.p.c. perchè, come è stato più volte affermato da questa Corte, la costituzione della parte dimostra il raggiungimento dello scopo della notifica e determina la sanatoria ex tunc dell’eccepita nullità (a differenza dell’ipotesi di vocatio in jus che induce inesistenza o nullità assoluta dell’atto – e di quella di notifica al domicilio di un legale diverso da quello costituito nel giudizio di appello, che non può sortire l’effetto di una valida instaurazione del rapporto processuale).

1.= Con il primo motivo di ricorso C.F. lamenta la violazione e falsa applicazione dell’art. 116 c.p.c. in riferimento agli artt. 1140,1141 e 1158 c.c.. Omessa e/o insufficiente e/o contraddittoria motivazione in ordine a punti decisivi della controversia in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3. Secondo il ricorrente la Corte distrettuale con apprezzamenti di merito sorretti da illogiche contraddittorie ed errate motivazione avrebbero disatteso i molteplici chiari precisi e concordanti dati da cui poteva senz’altro ricavarsi l’esistenza del corpus e dell’animus possidendi utili l’usucapione. In particolare, secondo il ricorrente, la Corte di merito non avrebbe funditus lette e valutate le testimonianze acquisite al processo, in particolare, le dichiarazioni rese da B.R., G.L., B.M., Sc., delle quali, per altro, lo stesso ricorrente propone una lettura diversa da quella effettuata dalla Corte distrettuale.

2.1.= Il motivo è infondato.

Va qui premesso quanto questa Corte ha affermato ripetutamente e in diverse occasioni e, cioè, che: il compito di valutare le prove e di controllarne l’attendibilità e la concludenza – nonchè di individuare le fonti del proprio convincimento scegliendo tra le complessive risultanze del processo quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti – spetta in via esclusiva al giudice del merito; di conseguenza la deduzione con il ricorso per Cassazione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata, per omessa, errata o insufficiente valutazione delle prove, non conferisce al giudice di legittimità il potere di riesaminare il merito dell’intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, bensì la sola facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale, delle argomentazioni svolte dal giudice di merito, restando escluso che le censure concernenti il difetto di motivazione possano risolversi nella richiesta alla Corte di legittimità di una interpretazione delle risultanze processuali, diversa da quella operata dal giudice di merito.

Ora nel caso in esame la Corte distrettuale ha ampiamente esaminato e valutato le prove acquisite in giudizio tanto è vero che ha concluso specificando che” (…) pare a questa Corte che si debba convenire che vi sia una situazione di incertezza circa la prova del possesso ventennale preteso dall’attore sull’area in discussione, prova che invece avrebbe dovuto essere fornita in maniera rigorosa (….). E di più la Corte distrettuale, ha anche chiarito che “(…) quanto all’elemento temporale che, com’è noto, costituisce presupposto indefettibile, per l’usucapione, l’unico fra tutti che abbia dato un’indicazione precisa (da trent’anni) è stato il teste G. che però, ha visto entrambi i fratelli curarsi di un orto e di cataste di legna, orto di cui in verità C.M. ha, invece, detto si occupava sua madre, mentre le cataste di legna, come si è appena visto, sono state dall’attore attribuite alla sua attività, e dai suoi parenti a quella di C.V. (…). Nè si può trascurare che almeno per un certo tempo C.V. aveva curato la p.f. (OMISSIS) per conto della S. proprietaria dal 1968 il che, quindi, fa presupporre una mera detenzione da parte sua alla quale avrebbe dovuto seguire un’inequivocabile condotta di interversione del possesso nei confronti del titolare del bene di cui non vi è traccia nel materiale probatorio in atti(….)”. Appare, dunque, del tutto evidente che la Corte distrettuale ha escluso che agli atti vi fosse la prova di un possesso e di un possesso ventennale utile a far acquistare per usucapione la proprietà del bene di cui si dice.

Vero è che a fronte delle valutazioni della Corte distrettuale il ricorrente contrappone le proprie, ma, della maggiore o minore attendibilità di queste rispetto a quelle compiute dal giudice del merito, non è certo consentito discutere in questa sede di legittimità, nè può il ricorrente pretendere il riesame del merito sol perchè la valutazione delle risultanze probatorie, come operata dal giudice di secondo grado, non collima con le proprie aspettative e convinzioni.

3.= Con il secondo motivo il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione degli artt. 112,115 e 116 c.p.c. in relazione agli artt. 2697 e 2727 c.c. e art. 360 c.p.c.., nn. 3 e 5. Secondo il ricorrente, la Corte distrettuale: a) affermando “(…) la deposizione è stata resa nel 2009 e risalendo a ritroso negli anni tramite tale deposizione si arriva solo al 1979 e, quindi, al diciannovesimo anno anteriore alla proposizione del ricorso” avrebbe commesso un macroscopico errore e cioè quello di ritenere che tra il 2009 e il 1979 (a ritroso vi fossero venti anni e non trent’anni); b) non avrebbe valutato o avrebbe valutato erroneamente la testimonianza del sig. Sc.; c) la Corte avrebbe ritenuto non intervenuta l’usucapione perchè C.F. avrebbe occupata l’area non in proprio ma per conto di altri soggetti nonostante l’appellante non avesse adempiuto all’onere da cui era gravato di provare che la disponibilità del bene era stata conseguita dall’attore mediante un titolo che gli conferiva un diritto di carattere soltanto personale.

3.1.= Il motivo è infondato ed essenzialmente perchè non coglie l’effettiva ratio decidendi. Come emerge dall’intera struttura logica della sentenza la Corte distrettuale ha escluso l’usucapione di cui si dice perchè C.F., cioè, l’attore-appellato, non aveva puntualmente dimostrato di aver esercitato sul bene di cui si dice un possesso uti dominus, utile, cioè, ad acquistare il bene per usucapione. Come ha avuto modo di affermare la Corte distrettuale, tra l’altro “(….) I testi non parenti dell’attore ( B.R. e G.) hanno, infatti, riferito di un utilizzo del terreno in discussione da parte dei fratelli G. e F. facendo riferimento ad un orto e al deposito di cataste di legna, i famigliari del defunto C.G. hanno sostenuto, invece, un utilizzo esclusivo da parte di C.G., anche se avvenuto con il consenso di F. (solo nel 2007 costui avrebbe collocata della legna), ma, quest’ultimo, ha all’opposto dichiarato di essere stato egli stesso a depositare cataste di legna nel triangolo di terreno oggetto della sua domanda di usucapione e che nel 2007 ne fece poggiare una in loco dal nipote Maurizio. Del tutto vago poi è risultato l’utilizzo del triangolo di terra in questione a mò di orto (…)”.

Rispetto a tale emergenza processuale, ogni altra indicazione e/o specificazione offerta dalla sentenza appare, comunque, irrilevante e/o comunque ininfluente rispetto alla decisione assunta, perchè, ammesso pure l’errore in cui sarebbe incorsa la Corte distrettuale considerando venti anni e non trenta dal 2009 al 1979 e, pur ammesso che abbia rilevato che C.F. avesse iniziato a detenere il bene, nonostante non vi fosse stata una dimostrazione da parte della S. che l’attore avesse conseguito il bene mediante un titolo che gli conferiva un diritto di carattere soltanto personale, la decisione di escludere la pretesa usucapione rimarrebbe pur sempre ben salda.

3.= Con il terzo motivo il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione degli artt. 113,115,244 e 251 c.p.c. e sulle modalità di interrogatorio dei testimoni (art. 253 e 231 c.p.c.) Secondo il ricorrente risulterebbe dalla sentenza che la Corte distrettuale avrebbe maturato il suo convincimento fondandosi sulle dichiarazioni rese in sede di sommarie informazioni, senza considerare che nel procedimento civile le stesse avrebbero potuto costituire semplici indizi. Non solo la Corte distrettuale nel dare ingresso alle dichiarazioni rilasciate in sede di sommarie informazioni, avrebbe leso il principio del contraddittorio.

3.1.= Il motivo è infondato ed, essenzialmente, perchè, come già si è detto, la Corte distrettuale seppure ha variamente considerato anche le dichiarazioni rilasciate in sede di sommarie informazione, non ha, tuttavia, fondato la decisione sulle stesse, ma, essenzialmente, sulle prove testimoniali acquisite in giudizio. E, comunque, dalla sentenza emerge con tutta evidenza che la Corte distrettuale ha valutato complessivamente sia le sommarie informazioni e sia pure la prova testimoniale, tanto è vero che conclude “(…) dalla lettura del riportato materiale probatorio appare evidente l’esistenza di una situazione ben poco chiara e non scevra da contraddizioni di un certo tipo (…) i testi non parenti B.R. e G.L.) hanno, infatti, riferito di un utilizzo del terreno in discussione da parte dei fratelli G. e F., facendo riferimento ad un orto ed al deposito di cataste di legna; i familiari del defunto G., quindi parenti dell’attore, hanno sostenuto, invece, un utilizzo esclusivo da parte di C.G. (….)”.

In definitiva, il ricorso va rigettato e la ricorrente in ragione del principio di soccombenza ex art. 91 c.p.c. condannata a rimborsare a parte controricorrente le spese del presente giudizio che vengono liquidate con il dispositivo. Il Collegio da atto che, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, sussistono i presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso, condanna la ricorrente a rimborsare a parte controricorrente le spese del presente giudizio di cassazione che liquida in Euro 3.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali, pari al 15% dei compensi, ed accessori come per legge; dà atto che, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, sussistono i presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Seconda Civile di questa Corte di Cassazione, il 19 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 24 agosto 2017

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