Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20331 del 23/08/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 23/08/2017, (ud. 05/12/2016, dep.23/08/2017),  n. 20331

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Presidente –

Dott. MANNA Felice – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – rel. Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 3757-2015 proposto da:

B.P.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CARLO

ALBERTO RACCHIA 10, presso lo studio dell’avvocato ANNA CHILESE,

rappresentato e difeso dall’avvocato MARCO MILANI giusta procura in

calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

GLM AMMINISTRAZIONI S.A.S, C.F. e P.I. (OMISSIS), in persona del

legale rappresentante ed amministratore del Condomimio sito in

(OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, VIA CIPRO 77 presso lo

studio dell’avvocato GERARDO RUSSILLO, rappresentato e difeso

unitamente e disgiuntamente dagli avvocati FRANCO LARENTIS ed ELISA

LARENTIS, in virtù di mandato speciale in calce al controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 4017/2013 del TRIBUNALE di FIRENZE, depositata

il 13/12/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

05/12/2016 dal Consigliere Relatore Dott. MILENA FALASCHI.

Fatto

CONSIDERATO IN FATTO

Nel giudizio di primo grado, svolto dinanzi al Giudice di Pace di Firenze, a seguito di domanda proposta da B.P.M. nei confronti del Condominio di (OMISSIS), per il pagamento delle attività svolte su incarico dello stesso, il giudice adito, con sentenza n. 8958 del 2010, respingeva la richiesta.

Avverso la menzionata sentenza proponeva appello B.P.M. contestando la decisione del giudice di prime cure e il Tribunale di Firenze riteneva l’infondatezza del gravame con sentenza n. 2358 del 2014.

Il B.P. ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza del Tribunale, con unico motivo, con il quale lamentava l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5.

L’intimato Condominio ha resistito con controricorso.

Il consigliere relatore, nominato a norma dell’art. 377 c.p.c., ha depositato la relazione di cui all’art. 380 bis c.p.c. proponendo il rigetto del ricorso.

Diritto

RITENUTO IN DIRITTO

Vanno condivise e ribadite le argomentazioni e le conclusioni di cui alla relazione ex art. 380 bis c.p.c. che di seguito si riporta: “Con l’unico motivo il ricorrente si duole che il giudice non abbia tenuto conto del tenore delle deposi doni dei testi, in particolare quella di P.S., dalla quale sarebbe emersa la prova del conferimento dell’incarico.

Va innanzitutto chiarito che è applicabile al caso di specie, ratione temporis, la nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, così come riformato dal D.L. 22 giugno 2012 n. 83, convertito in L. 11 agosto 2012, n. 143, e questa Corte, a Sezioni Unite, ha avuto modo di affermare che la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra motivazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (Cass. SS. UU. N. 8053 del 2014).

In altri termini, la norma in questione introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo. Ne consegue che, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato” testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, firmo restando che 1′ omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie.

Nella specie il Tribunale dà atto delle prove raccolte, anche di quelle testimoniali, evidenziandone la non riferibilità della sottoscrizione delle osservazioni al piano regolamento urbanistico del comune di Fiesole” da parte di più persone al condominio, in assenza di firma dell’amministratore, unico soggetto legittimato ad impegnare la volontà del condominio stesso. Ratio decidendi che non risulta sottoposta a critica, con la conseguenza che la doglianza si risolve in una vera e propria censura alla motivazione, non rilevante nella specie per quanto sopra esposto.

Inoltre il giudizio sull’attendibilità e sulla rilevanza delle singole deposizioni testimoniali è rimesso al libero apprezzamento del giudice del merito, e tale apprezzamento non può dare luogo a vizio di motivazione o di omesso esame di Atti decisivi per il solo fatto che sia difforme da quello sostenuto dalla parte, essendo configurabile tale vizio nel caso che il giudizio non sia sorretto da congrua e logica motivazione.

In definitiva, il relatore ritiene che sussistano le condizioni per procedere in camera di consiglio ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., ravvisandosi l’infondatezza del ricorso.”.

Gli argomenti e le proposte contenuti nella relazione sopra riportata – cui non sono state rivolte critiche – sono condivisi dal Collegio e conseguentemente il ricorso va respinto ed il ricorrente condannato alla rifusione delle spese del presente giudizio, liquidate in dispositivo.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater la Corte dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

 

La Corte, rigetta il ricorso;

condanna il ricorrente alla rifusione delle spese processuali del giudizio di legittimità che liquida in complessivi Euro 1.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre alle spese forfettarie e agli accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Sesta Civile – 2, il 5 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 23 agosto 2017

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