Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20325 del 10/10/2016


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Cassazione civile sez. lav., 10/10/2016, (ud. 21/06/2016, dep. 10/10/2016), n.20325

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MACIOCE Luigi – Presidente –

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Consigliere –

Dott. TORRICE Amelia – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – rel. Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 29661/2014 proposto da:

L.S. C.F. (OMISSIS), domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR,

presso la cancelleria della Corte di Cassazione, rappresentato e

difeso dall’Avvocato VINCENZO GATTO, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

MINISTERO ISTRUZIONE UNIVERSITA’ RICERCA, C.F. (OMISSIS), in persona

del Ministro pro tempore, domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI

12, presso L’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrente –

e contro

MIUR UFFICIO SCOLASTICO REGIONALE PER LA SICILIA; MIUR UFFICIO

SCOLASTICO PROVINCIALE DI MESSINA;

– intimati –

avverso la sentenza n. 897/2014 della CORTE D’APPELLO di MESSINA,

depositata il 04/06/2014 R.G.N. 1163/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

21/06/2016 dal Consigliere Dott. DANIELA BLASUTTO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MASTROBERARDINO Paola, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. La Corte di appello di Messina, con sentenza n. 897/2014, ha confermato la sentenza di rigetto dell’impugnativa proposta da L.S. avverso il provvedimento con cui il Dirigente dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Messina aveva annullato la proposta di assunzione rivolta al ricorrente il (OMISSIS) per la classe di concorso (OMISSIS) ed aveva dichiarato privo di effetti il rapporto di lavoro a tempo indeterminato instaurato tra le parti.

1.1. La Corte territoriale ha osservato:

– che il L. era stato assunto in qualità di invalido civile iscritto nelle liste di cui alla L. n. 68 del 1999, sulla base di una dichiarazione dell’interessato, che aveva attestato di essere un avente diritto alla riserva del posto quale invalido civile;

– che era successivamente emersa la non veridicità della dichiarazione, in quanto il L. era portatore di un grado di invalidità del 35% e dunque non era iscritto (nè aveva titolo per l’iscrizione) negli elenchi degli Invalidi civili;

– che nel vigente regime al potere di autocertificazione riconosciuto al privato, avente valore sostitutivo delle certificazioni pubbliche, è correlato il potere della P.A. di verificare la veridicità del contenuto delle dichiarazioni; tanto legittimava l’annullamento della proposta di assunzione e la declaratoria di inefficacia del contratto di lavoro, avendo il L. dichiarato contrariamente al vero – di essere “invalido civile”;

– che non poteva essere condiviso l’assunto del ricorrente secondo cui l’operato della P.A. aveva violato il principio di correttezza e buona fede, stante l’affidamento da lui riposto nel fatto che il modulo ministeriale non specificava che il diritto alla riserva era limitato agli invalidi iscritti nell’elenco di cui alla L. n. 68 del 1999;

– che tale tesi non considerava che l’errore in cui era incorsa la P.A., oltre che essenziale, era anche riconoscibile dall’altro contraente, il quale aveva attestato, sotto la propria responsabilità, il possesso di quel determinato requisito che, solo, giustificava la proposta di assunzione e la stipula del contratto di lavoro.

2. Per la cassazione di tale sentenza ricorre il L. con due motivi. Resiste il MIUR con controricorso. Il ricorrente ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Il ricorso censura la sentenza, con il primo motivo, per violazione e/o falsa applicazione delle norme di cui agli artt. 1428 e 1431 c.c.. La Corte di appello ha ritenuto che l’errore in cui era incorsa la P.A. fosse riconoscibile dal L. per il solo fatto che questi, come ogni cittadino, aveva l’onere di conoscere la legge e, nello specifico, la legge regolatrice del diritto per gli invalidi civili alla riserva del posto. L’errore di fatto o di diritto, quale causa di annullamento del contratto, deve essere, oltre che essenziale, cioè tale da determinare la parte a concludere il contratto, anche riconoscibile dall’altro contraente, nel senso che questi, in relazione al contenuto, alle circostanze e alle qualità dei contraenti, avrebbe dovuto rilevarlo, adoperando la normale diligenza. Occorreva dunque un’indagine sulla buona fede e il giudice avrebbe dovuto indagare sulla riconoscibilità da parte del Loda, dell’errore commesso dalla Pubblica Amministrazione, riconoscibilità che non potrebbe affermarsi sulla base del solo presupposto del generico dovere di conoscenza della legge.

Con il secondo motivo si censura la sentenza per omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio ex art. 360 c.p.c., n. 5, in relazione al contenuto della documentazione allegata alla domanda e anche alla sentenza penale, passata in giudicato, con cui il L. era stato assolto dai reati di cui all’art. 61 c.p., n. 2, art. 81 cpv. c.p., D.P.R. n. 445 del 2000, artt. 46 e 47, con riferimento all’art. 483 c.p.c. e art. 640 c.p., comma 1 e comma 2, n. 1, procedimento instaurato a seguito della vicenda per cui è causa.

2. I due motivi, che per loro connessione possono essere esaminati congiuntamente, sono infondati.

3. Innanzitutto, l’assoluzione dalla vicenda penale non esclude la legittimità del provvedimento impugnato, essendo differenti i presupposti delle due fattispecie giuridiche. Ai fini dell’integrazione dei reati contestati sarebbe occorso il dolo dell’autore delle dichiarazioni non veritiere, elemento che invece non rileva ai fini dell’accertamento della decadenza dai benefici conseguente all’accertamento della non veridicità del contenuto dichiarativo delle autocertificazioni di cui al D.P.R. n. 445 del 2000 (v. artt. 71 e 75, in relazione agli artt. 46 e 47).

4. Tanto premesso, va osservato che il carattere essenziale dell’errore risiede nel fatto che l’iscrizione nelle liste del collocamento obbligatorio richiede, ai sensi della L. n. 68 del 1999, una riduzione della capacità lavorativa superiore al 45% nel caso che interessa la P.A. è caduta in errore circa la sussistenza di tale requisito, a causa della dichiarazione resa dal L. circa la sua qualità di “invalido civile”.

5. La falsa rappresentazione della realtà circa il possesso di una invalidità superiore al 45%, ricadendo direttamente su di una qualità del soggetto, integra l’ipotesi normativa dell’errore di fatto e non di diritto, poichè riguardante l’inesatta conoscenza circa l’effettiva condizione di invalidità del soggetto destinatario della proposta di assunzione quale avente diritto alla riserva, così che la P.A. si determinò a formulare la proposta proprio in relazione ad una qualità inesistente, incorrendo in errore essenziale.

6. E’ ben vero che per la rilevanza dell’errore, come causa di annullamento del contratto, si richiede, oltre alla essenzialità, la sua riconoscibilità (art. 1428 c.c.), la quale presuppone che una persona di normale diligenza avrebbe potuto rilevarlo, in relazione alle circostanze del contratto o alla qualità dei contraenti (art. 1431 c.c.), ma tale riconoscibilità attiene, nel caso in esame, all’errore sul grado di Invalidità del L., errore indotto dallo stesso richiedente a mezzo di una sua dichiarazione.

7. La “ratio” della norma dell’art. 1431 c.c., è quella di tutela dell’affidamento incolpevole del destinatario della dichiarazione. La proposta di assunzione venne formulata dalla P.A. sulla base di una autocertificazione dello status di “invalido civile” e dunque sulla base di un presupposto di fatto, ossia che il L. fosse invalido in misura superiore al 45%, poi rivelatosi (in esito alle opportune verifiche) insussistente. Il difetto di tale condizione non poteva non essere noto al ricorrente, il quale era ben consapevole di non essere invalido in misura pari (almeno) al 46% e che pertanto nessun affidamento poteva riporre nel fatto di avere ricevuto una proposta di assunzione formulata dalla P.A. sulla base dell’anzidetto erroneo presupposto.

8. La valutazione del giudice del merito circa la riconoscibilità dell’errore – secondo il criterio della comune diligenza – da parte dell’altro contraente, o circa l’effettiva conoscenza (che assorbe e supera la mera riconoscibilità) dello errore stesso da parte del medesimo soggetto, si risolve in un apprezzamento di fatto, censurabile in sede di legittimità solo nei ristretti limiti consentiti dall’art. 360 c.p.c., n. 5.

9. Al riguardo, le questioni dedotte sub specie di vizio di motivazione ex art. 360 c.p.c., n. 5, sono inammissibili. La sentenza gravata è stata pubblicata dopo l’11 settembre 2012. Trova dunque applicazione il nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 2, n. 5, come sostituito dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito, con modificazioni, nella L. 7 agosto 2012, n. 134, il quale prevede che la sentenza può essere impugnata per cassazione “per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”. Nel sistema, l’intervento di modifica dell’art. 360 c.p.c., n. 5, come interpretato dalle Sezioni Unite di questa Corte (S.U. n. 8053/2014), comporta un’ulteriore sensibile restrizione dell’ambito di controllo, in sede di legittimità, sulla motivazione di fatto.

10. Nel caso in esame, non risulta chiarito quale sarebbe il “fatto storico” decisivo che la Corte di appello avrebbe trascurato. Ed infatti, nel secondo motivo, non di omesso esame di un fatto storico si tratta, ma di mancata valutazione di documenti o di un profilo della condotta del dichiarante (afferente all’elemento psicologico). La censura non corrisponde ai canoni del novellato art. 360 c.p.c., n. 5. A ciò aggiungasi che non rileva l’atteggiamento psicologico del L. nel redigere la dichiarazione, ma il solo dato oggettivo della non veridicità del contenuto della dichiarazione, dal cui riscontro – come già detto in precedenza – opera de iure la decadenza dai benefici conseguiti per il tramite di una autocertificazione attestante circostanze non veritiere.

11. Per tali assorbenti osservazioni, il ricorso va rigettato, con condanna di parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate nella misura indicata in dispositivo.

12. Sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, previsto dal D.P.R. 30 maggio, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (legge di stabilità 2013).

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.500,00 per compensi professionali, oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 21 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 10 ottobre 2016

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