Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20320 del 26/07/2019

Cassazione civile sez. III, 26/07/2019, (ud. 05/06/2019, dep. 26/07/2019), n.20320

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

Dott. GIANNITI Pasquale – rel. Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere –

Dott. GUIZZI Stefano Giaime – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 27300-2017 proposto da:

L.A., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DELLA

BUFALOTTA 174, presso lo studio dell’avvocato PATRIZIA BARLETTELLI,

rappresentata e difesa dall’avvocato GIUSEPPE DI TRAPANI;

– ricorrente –

contro

UNIPOLSAI ASSICURAZIONI SPA, in persona del procuratore speciale e

legale rappresentante pro tempore F.E., elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA CASSIODORO 1/A, presso lo studio

dell’avvocato MARCO ANNECCHINO, rappresentata e difesa dall’avvocato

SANTO SPAGNOLO;

S.D.T.R., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PIETRO

MASCAGNI, 142, presso lo studio dell’avvocato CHIARA MARCHESINI,

rappresentato e difeso dall’avvocato S.D.T.R. difensore

di sè medesimo;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 1724/2017 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 28/09/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

05/06/2019 dal Consigliere Dott. PASQUALE GIANNITI.

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. La Corte d’Appello di Messina con sentenza n. 1724/2017 rigettando l’appello proposto da L.A. nei confronti dell’avv. S.d.T.R., suo legale in precedente giudizio previdenziale – ha confermato integralmente l’ordinanza n. 412/2014 del Tribunale di Palermo, che, adito con ricorso ex art. 702 bis c.p.c., aveva escluso la responsabilità professionale del legale convenuto, mentre, in accoglimento della domanda riconvenzionale di quest’ultimo, aveva condannato la ricorrente al pagamento dei dovuti compensi professionali relativi all’assistenza prestata nel precedente giudizio previdenziale.

2.Era accaduto che la L. con ricorso ex art. 702 bis c.p.c. aveva chiesto che il Tribunale di Palermo accertasse la responsabilità professionale dell’avv. S.d.T.R. nell’esecuzione del mandato che aveva a questi conferito per il riconoscimento della pensione di invalidità e dell’indennità di accompagnamento.

A fondamento della proposta domanda risarcitoria parte ricorrente esponeva che: istaurato il giudizio previdenziale, all’udienza del 8.6.2007, il sostituto processuale dell’avv. S.d.T., aveva inopinatamente dichiarato di limitare la domanda giudiziale al solo riconoscimento dell’indennità di accompagnamento, rinunciando in tal modo, a quella di accertamento dell’invalidità civile; istruito il procedimento mediante c.t.u. medico legale, le era stata riconosciuta una percentuale di invalidità del 78%, non sufficiente ad ottenere l’indennità di accompagnamento, ragion per cui, con sentenza n. 396 del 28.05.2010 il Tribunale di Palermo aveva rigettato il ricorso, condannandola al pagamento delle spese processuali; avverso detta sentenza aveva proposto appello, sempre con l’assistenza dell’avv. S.d.T., chiedendo la riforma della decisione, ma la Corte di Appello, dopo aver ribadito che l’oggetto del giudizio era soltanto il riconoscimento dell’indennità di accompagnamento, avendo l’appellante rinunciato in primo grado alla domanda per l’accertamento del diritto alla pensione di invalidità, aveva rigettato l’impugnazione, ritenendo non sussistenti i presupposti per l’attribuzione della indennità di accompagnamento; dopo detta pronuncia, aveva presentato 8.10.2012 domanda in sede amministrativa di riconoscimento della pensione di invalidità, che le era stata riconosciuta a decorrere dalla predetta data.

Orbene, secondo l’assunto della ricorrente, la condotta del suo difensore, avv. S.d.T., sarebbe stata gravemente negligente in quanto non le aveva consentito di conseguire la pensione di invalidità che, invece, anni dopo,avrebbe ottenuto, per cui proponeva domanda di risarcimento danni.

Nel giudizio risarcitorio istaurato ai sensi dell’art. 702 bis c.p.c., si era costituito l’avv. S.d.T., che, in via preliminare, aveva chiesto in ogni caso di essere autorizzato a chiamare in giudizio la Cattolica Assicurazioni S.p.A. (oggi Unipolsai s.p.a.), che garantiva la sua responsabilità professionale; nel merito, aveva contestato la domanda, della quale aveva chiesto il rigetto; e, in via riconvenzionale, aveva proposto domanda per il pagamento dei compensi professionali relativi all’assistenza prestata alla L. nei due gradi del giudizio previdenziale.

Il Tribunale – autorizzata la chiamata del terzo (che si costituiva eccependo l’inoperatività della polizza assicurativa) ed assegnato termine per il deposito di note – con ordinanza 18/6/2014 aveva rigettato la domanda della L., mentre aveva accolto la domanda riconvenzionale dell’avv. S.d.T..

Avverso detta ordinanza aveva proposto appello la L., chiedendone l’integrale riforma.

Nel giudizio di appello si erano costituiti: l’avv. S.d.T., che aveva chiesto il rigetto del gravame; e la Compagnia di Assicurazioni, che aveva ribadito l’eccezione di inoperatività della polizza e in subordine aveva aderito alle conclusioni del legale convenuto.

La Corte territoriale con la impugnata sentenza, come sopra rilevato, ha confermato la sentenza di primo grado.

3. Avverso la sentenza della corte territoriale ha proposto ricorso L.A..

Hanno resistito con distinti controricorsi l’avv. S.d.T.R. e la compagnia Unipol Sai Assicurazioni s.p.a.

In vista dell’odierna adunanza, la L. ha presentato memoria a sostegno del ricorso.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. Il ricorso è affidato a due motivi.

1.1. Con il primo motivo, articolato in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5 la L. denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 2232,2236 c.c. e art. 1176 c.c., comma 2, nonchè dell’art. 152 disp. att. c.p.c., dell’art. 12 codice deontologico forense, e degli artt. 101, 112 e 115 c.p.c., nella parte in cui la Corte territoriale non ha applicato correttamente le norme sulla responsabilità professionale, nonchè nella parte in cui ha violato il principio del contraddittorio, non avendo ritenuto provati ex art. 115 c.p.c. i fatti addebitati al professionista e dallo stesso non puntualmente contestati. Sostiene che la Corte territoriale: da un lato, ha erroneamente ritenuto necessario, ai fini dell’accertamento della responsabilità professionale dell’avvocato, la valutazione prognostica dell’esito del giudizio presupposto; e, dall’altro, ha omesso di considerare che il legale convenuto, proprio in considerazione del suo non contestato negligente comportamento, non avrebbe dovuto essere ritenuto meritevole del pagamento del compenso.

1.2. Con il secondo motivo, articolato in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 4 e 5, la ricorrente denuncia violazione degli artt. 702 bis e 702 ter c.p.c., con riferimento all’art. 183 c.p.c., commi 4, 5 e 6, artt. 101,112 e 115 c.p.c., nonchè con riferimento agli artt. 3,24 e 111 Cost., nella parte in cui la Corte territoriale, concordando con il Tribunale, ha ritenuto inammissibile mutatio libelli la precisazione o modificazione delle eccezioni e delle conclusioni originariamente proposte, che erano state determinate dalle difese e dalle allegazioni di fatto del convenuto, nonchè della domanda riconvenzionale da quest’ultimo proposta. Sostiene che la Corte territoriale con la impugnata sentenza non ha dato corretta applicazione ai principi di diritto affermati dalle Sezioni Unite con sentenza n. 12310 del 15/6/2015.

2. Il ricorso è inammissibile.

2.1. Inammissibili sono entrambi i motivi nella parte in cui denunciano il vizio di omesso esame di fatto decisivo e rilevante. Invero, nell’ipotesi di doppia conforme, prevista dall’art. 348 ter c.p.c., commi 4 e 5, applicabile alle sentenze pubblicate dopo l’11 settembre 2012, quando la sentenza di appello, che conferma la sentenza di primo grado, è fondata sulle stesse ragioni inerenti alle questioni di fatto, poste a base della sentenza impugnata, come per l’appunto si verifica nella specie, il vizio in esame non può essere denunciato.

2.2. Entrambe le censure contenute nel primo motivo sono inammissibili nella parte in cui denunciano vizio di violazione di legge. Invero, la ricorrente con dette censure non propone alcun problema interpretativo delle norme denunciate, ma si limita ad allegare l’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa, erronea ricognizione che, come è noto, è estranea all’esatta interpretazione della norma di legge ed inerisce al sindacato proprio del giudice di merito, sottratto a questa Corte.

2.3. La prima censura, contenuta nel primo motivo, è inammissibile anche ai sensi dell’art. 360 bis c.p.c., n. 1. Secondo giurisprudenza consolidata di questa Corte, non potendo il professionista garantire l’esito favorevole del giudizio, il danno derivante da sue eventuali omissioni è ravvisabile esclusivamente nel caso in cui, sulla base di criteri necessariamente probabilistici, si accerti che, senza quelle omissioni, il risultato sarebbe stato conseguito.

Orbene, nel caso di specie, è circostanza rimasta incontestata che la L., al momento della proposizione del ricorso davanti al giudice del lavoro, non era in possesso del requisito dell’incollocazione, quale elemento costitutivo del diritto di invalidità civile, ragion per cui non avrebbe potuto comunque beneficiare della prestazione richiesta. Pertanto – anche in vista della regolamentazione delle spese processuali, che sarebbe stata compiuta al definitivo – del tutto si palesa corretta la scelta processuale del legale di limitare la domanda alla sola indennità di accompagnamento, essendo quest’ultima per l’appunto l’unica prestazione previdenziale, della quale astrattamente potevano essere ravvisati i presupposti.

Donde l’inammissibilità della censura, avendo la sentenza impugnata deciso la questione in modo conforme alla giurisprudenza di questa Corte.

2.4. Inammissibili sono infine le seconde censure contenute nel primo motivo ed il secondo motivo.

Secondo consolidata giurisprudenza di questa Corte, ricorre mutatio libelli ogni qualvolta si avanzi una pretesa obiettivamene diversa da quella originaria, introducendo nel processo un petitum diverso e più ampio oppure una causa petendi fondata su situazioni giuridiche non prospettate prima, in modo che si ponga al giudice un nuovo tema di indagine e si spostino i termini della controversia con l’effetto di disorientare la difesa della controparte e di alterare il regolare svolgimento del processo.

E le Sezioni Unite con sentenza n. 12310/2015 hanno precisato che le domande nuove, vietate, si distinguono da quelle modificate, ammesse, in quanto le prime si aggiungono a quelle originarie ed estendono l’oggetto del giudizio, mentre le seconde non si aggiungono alle domande iniziali, ma si sostituiscono ad esse, rispetto alle quali si pongono in rapporto di alternatività.

Orbene, contrariamente a quanto deduce la ricorrente, la Corte territoriale, facendo buon governo dei suddetti principi, ha ritenuto che nel caso di specie si è verificata un’inammissibile estensione del giudizio, in quanto la ricorrente:

a) nel ricorso introduttivo, aveva lamentato la responsabilità del legale convenuto per negligenza di quest’ultimo nell’esecuzione del contratto (e, in particolare, per aver rinunciato in corso di causa alla domanda di riconoscimento dell’invalidità civile, senza previamente informarla);

b) nelle note conclusive del giudizio di primo grado, invece, a fronte della contestata insussistenza del requisito dell’incollocazione, ha censurato la condotta del professionista sotto profili diversi, e cioè precisamente: per aver iniziato l’azione senza avere la certezza della sussistenza di tutti i requisiti richiesti per il suo accoglimento, per non averla adeguatamente informata sulle possibilità di successo della causa e per aver colpevolmente in lei ingenerato l’aspettativa dell’esito favorevole del giudizio.

3. Per le ragioni di cui sopra, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile e parte ricorrente va condannata al pagamento delle spese processuali, sostenute dalle controparti e liquidate come dispositivo, nonchè al pagamento dell’ulteriore importo, previsto per legge e pure indicato in dispositivo.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente alla rifusione in favore delle controparti delle spese del presente giudizio, che liquida, per ciascuna controparte, in Euro 1500 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del citato art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 5 giugno 2019.

Depositato in Cancelleria il 26 luglio 2019

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