Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20306 del 04/10/2011

Cassazione civile sez. II, 04/10/2011, (ud. 15/06/2011, dep. 04/10/2011), n.20306

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCHETTINO Olindo – Presidente –

Dott. BURSESE Gaetano Antonio – Consigliere –

Dott. BUCCIANTE Ettore – rel. Consigliere –

Dott. NUZZO Laurenza – Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

B.M. C.F. (OMISSIS), BR.MA. C.F.

(OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, VIA DELLE ALPI

30, presso lo studio dell’avvocato SAMA’ CATERINA, rappresentati e

difesi dall’avvocato DELLA VALLE GIROLAMO;

– ricorrente –

contro

M.M. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, V.LE PARIOLI 101/E, presso lo studio dell’avvocato BELTRAMI

PATRIZIA, che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

e contro

C.E.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 4644/2004 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 28/10/2004;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

15/06/2011 dal Consigliere Dott. ETTORE BUCCIANTE;

udito l’Avvocato Lucia Zaccagnini con delega depositata in udienza

dell’Avv. Della Valle Girolamo difensore dei ricorrenti che ha

chiesto l’accoglimento del ricorso e delle memorie;

udito l’Avv. Beltrami Patrizia difensore del resistente che si

riporta chiedendo il rigetto del ricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

GOLIA Aurelio che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 24 aprile 2001 il Tribunale di Roma respinse la domanda proposta da M.M. ed C.E. nei confronti di B.R., diretta a ottenere che fosse trasferito dal convenuto agli attori, in applicazione dell’art. 2932 cod. civ., un immobile in (OMISSIS), che aveva formato oggetto di un contratto preliminare di vendita concluso dalle parti il 12 febbraio 1999.

Impugnata dai soccombenti, la decisione è stata riformata dalla Corte d’appello di Roma, che con sentenza del 28 ottobre 2004 ha accolto la domanda. A tale conclusione il giudice di secondo grado è pervenuto ritenendo: – che era mancata, da parte di B.R., la prova della gravità dell’inadempimento attribuibile ai promittenti acquirenti, per aver fatto decorrere inutilmente il termine del 30 giugno 1999, fissato per la stipula della vendita definitiva; – che non era risultato un qualche danno apprezzabile, che fosse derivato dal ritardo, protrattosi per un lasso di tempo relativamente esiguo, fino a quando M.M. ed C. E. avevano manifestato la loro disponibilità ad addivenire all’atto; – che non vi era stata un’alterazione dell’equilibrio tra le parti, nell’economia complessiva del rapporto.

Br.Ma. e B.M., eredi di B.R., hanno proposto ricorso per cassazione, in base a cinque motivi, poi illustrati anche con memoria. M.M. si è costituito con controricorso. Erica C. non ha svolto attività difensive nel giudizio di legittimità.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con i primi quattro motivi di ricorso Br.Ma. e B. M. sostengono che:

– il mancato rispetto, da parte di M.M. ed E. C., del termine pattuito per la conclusione del contratto definitivo, li aveva privati, in quanto inadempienti, della possibilità di agire ex art. 2932 cod. civ.;

– essi avrebbero dovuto convocare davanti al notaio il promittente alienante nel termine e con le modalità previste nel preliminare;

– una eventuale dilazione avrebbe dovuto essere pattuita con atto scritto;

– legittimamente, pertanto, B.R. era receduto dal rapporto, dando luogo alla sua definitiva cessazione;

– non occorreva dunque che fosse accertata la gravità dell’inadempimento in cui erano incorsi i promittenti acquirenti.

L’erroneità di quest’ultima deduzione appare evidente, alla luce della costante giurisprudenza di legittimità – dalla quale non si ravvisano ragioni per discostarsi, nè del resto i ricorrenti ne hanno prospettato alcuna – secondo cui la non scarsa importanza dell’inadempimento è requisito indispensabile per l’operatività, come della risoluzione ope iudicis del contratto, così anche del recesso (v., tra le più recenti, Cass. 25 ottobre 2010 n. 21838, 19 febbraio 2006 n. 27129).

Ne consegue che non sono pertinenti, rispetto alla ratio decidendi posta a base della sentenza impugnata, le altre affermazioni dei ricorrenti: la Corte d’appello, essendo pervenuta alla conclusione che il ritardo di cui si tratta non risultava aver inciso sensibilmente sull’interesse del promittente alienante alla conclusione della vendita, sicchè il rapporto originato dal contratto preliminare era rimasto in essere, non aveva motivo di verificare – e anzi aveva implicitamente escluso, trattandosi di circostanze ininfluenti – nè che la convocazione davanti al notaio fosse avvenuta regolarmente e tempestivamente, nè che il termine in questione fosse stato in ipotesi consensualmente prorogato nella debita forma.

Nel contesto del terzo e del quarto motivo di ricorso Ma.

B. e B.M. sostengono altresì che in realtà l’inadempimento di M.M. ed C.E., contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte d’appello, era stato caratterizzato da notevole gravità, stante l’età del promittente venditore e l’importo della somma che gli era dovuta.

Anche questa censura va disattesa.

Si verte in tema di accertamenti di fatto e apprezzamenti di merito, insindacabili in questa sede se non sotto il profilo dell’omissione, insufficienza o contraddittorietà della motivazione. Da tali vizi la sentenza impugnata è immune, poichè la Corte d’appello ha dato adeguatamente conto, in maniera esauriente e logicamente coerente, della ragione della decisione, consistente nel rilievo dell’esiguità del ritardo (di circa un mese e mezzo) addebitabile a M.M. ed C.E.. A fronte di ciò, è irrilevante che non si sia considerato che B.R. aveva all’epoca la peraltro non avanzatissima età di settanta anni e che la somma di L. 80.000.000 ancora dovutagli fosse destinata alla cura della sua salute: scopo che non appare suscettibile di essere frustrato in conseguenza del suddetto relativamente esiguo ritardo.

Il quinto motivo di ricorso è privo di autonoma valenza, poichè vi si presuppone la fondatezza di quelli precedenti, che sono stati invece disattesi.

Il ricorso viene pertanto rigettato, con conseguente condanna dei ricorrenti – in solido, stante il comune loro interesse nella causa – a rimborsare al resistente le spese del giudizio di cassazione, che si liquidano in 200,00 Euro, oltre a 3.000,00 Euro per onorari, con gli accessori di legge.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna i ricorrenti in solido a rimborsare al resistente le spese del giudizio di cassazione, liquidate in 200,00 Euro, oltre a 3.000,00 Euro per onorari, con gli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 15 giugno 2011.

Depositato in Cancelleria il 4 ottobre 2011

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