Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20279 del 04/10/2011

Cassazione civile sez. lav., 04/10/2011, (ud. 14/07/2011, dep. 04/10/2011), n.20279

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MIANI CANEVARI Fabrizio – Presidente –

Dott. LA TERZA Maura – Consigliere –

Dott. BANDINI Gianfranco – rel. Consigliere –

Dott. FILABOZZI Antonio – Consigliere –

Dott. BERRINO Umberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 11447/2007 proposto da:

C.B., C.M., in proprio e nella qualità di

membri rappresentanti dell’ASSOCIAZIONE PROFESSIONALE CERRONE,

elettivamente domiciliati in ROMA, CORSO TRIESTE 87, presso lo studio

dell’avvocato MAGNO Pietro, che li rappresenta e difende unitamente

all’avvocato BELLI BRUNO, giusta delega in atti;

– ricorrenti –

contro

ASSOCIAZIONE ASSOIMPRO, C.G.;

– intimati –

sul ricorso 28569/2010 proposto da:

STUDIO ASSOCIATO CERRONE, C.B., C.M., in

proprio e nella qualità di membri rappresentanti dell’ASSOCIAZIONE

PROFESSIONALE CERRONE, elettivamente domiciliati in ROMA, CORSO

TRIESTE 87, presso lo studio dell’avvocato BELLI BRUNO, che li

rappresenta e difende unitamente all’avvocato MAGNO PIETRO, giusta

delega in atti;

– ricorrenti –

contro

ASSOCIAZIONE ASSOIMPRO, C.G.;

– intimati –

nonchè da:

ASSOCIAZIONE ASSOIMPRO, in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, CORSO TRIESTE 87, presso

lo studio dell’avvocato GIUSEPPE MARIA FRANCESCO RAPISARDA, che la

rappresenta e difende, giusta delega in atti;

– ricorrente e ricorrente incidentale –

contro

C.G., C.M., STUDIO ASSOCIATO CERRONE,

C.B.;

– intimati –

avverso la sentenza non definitiva n. 1265/06 della CORTE D’APPELLO

di ROMA, depositata il 25/01/2007 e avverso la sentenza definitiva n.

490/2009 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 18/12/2009

R.G.N. 160/04;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

14/07/2011 dal Consigliere Dott. GIANFRANCO BANDINI;

udito l’Avvocato MAGNO PIETRO;

udito l’Avvocato RAPISARDA GIUSEPPE MARIA FRANCESCO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

GAETA Pietro, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

C.G. impugnò avanti alla Corte d’Appello di Roma la sentenza di primo grado con la quale era stata respinta la sua domanda volta ad ottenere l’accertamento di un rapporto di lavoro subordinato dal 1.1.1986, con condanna dei datori di lavoro C. B. e C.M., in proprio e quali rappresentanti dello Studio Associato Cerrone, e/o dello Studio Cerrone, nonchè dell’Assoimpro, che aveva affiancato il predetto studio associato, in solido o prò quota, a quanto dovutole per differenze retributive, nonchè a sentir dichiarare l’inesistenza o comunque la nullità assoluta del licenziamento verbale intimatole.

Ricostituitosi il contraddittorio e sulla resistenza di C. B. e di C.M., in proprio e quali membri e rappresentanti dello Studio Associato Cerrone, nonchè dell’Assoimpro, la Corte adita, con sentenza non definitiva del 9.2.2006 – 25.1.2007, in riforma della pronuncia impugnata ed in parziale accoglimento dell’appello, dichiarò la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato tra l’appellante e C.B. e C.M. per il periodo dal 1.1.1986 al 15.3.1999, nonchè tra l’appellante ed anche l’Assoimpro dal 1.10.1994 al 15.3.1999, condannando C.B. e C.M., in solido, al pagamento delle differenze retributive sulla base della qualifica rivendicata e della retribuzione indicata in ricorso e dei ratei di 13ma e del TFR sino al 1.10.1994 ed anche in solido l’Assoimpro, per i medesimi titoli, dal 1.10.1994 al 15.3.1999, oltre interessi e rivalutazione dalle scadenze i primi al saldo, la seconda alla data della decisione; respinse infine la domanda relativa al dedotto licenziamento orale e affermò la necessità di procedersi a CTU per determinare il quantum.

A sostegno del decisum la Corte territoriale osservò, sulla base delle testimonianze acquisite in prime cure, che l’appellante aveva svolto attività come segretaria nello studio professionale dei fratelli C., curando le pratiche, rispondendo al telefono, aiutando nella fase di dichiarazione dei redditi, svolgendo commissioni varie e che tale attività era stata espletata, dopo l’ottobre del 1994, indifferentemente per conto anche della Associazione Assoimpro, gestita sempre dai fratelli anzidetti e presieduta da C.B., il cui scopo era quello di supportare lo studio associato, tanto da avere sede nello stesso stabile; era stato inoltre testimonialmente provato che C. G. aveva osservato “l’orario di lavoro dello studio e poi dell’Assoimpro, come segretaria”, attività il cui svolgimento in una situazione di “autonomia” appariva “quanto meno improbabile”; neppure il mero fatto che fossero stati attribuiti i compensi dedotti in ricorso era in sè circostanza contestata, posto che la tesi avanzata dalla controparte di un prestito da parte dell’Assoimpro ai fratelli C. per elargizioni alla sorella, poi restituite, era rimasta sfornita di prova di qualsiasi natura; ritenne quindi la Corte territoriale l’avvenuta emergenza degli elementi dell’inserimento stabile della lavoratrice nell’attività dello studio professionale e poi dell’Assoimpro, dello svolgimento di mansioni tipiche del lavoro subordinato, dell’osservanza di un orario di lavoro e della dazione di compensi di natura fissa e, per contro, la totale assenza di prove in ordine alla tesi sostenuta dalla parte datoriale, dovendosi pertanto ritenere provato il rapporto di lavoro subordinato, nei termini già ricordati, con gli appellati; spettavano quindi alla lavoratrice “le differenze retributive sulla base del livello dedotto in ricorso e sulla base della retribuzione allegata, per 13^, e TFR”, mentre andavano escluse le altre richieste per ferie e permessi, in quanto non provate.

Con successiva sentenza definitiva del 22.1 – 18.12.2009, la Corte d’Appello di Roma, previo espletamento di CTU, condannò C. B. e C.M. in solido fra loro e, nei più ristretti limiti quantitativi indicati, anche con l’Assoimpro, al pagamento delle differenze retributive ritenute di spettanza.

A sostegno del decisum, per ciò che ancora in questa sede rileva, la Corte territoriale osservò che, con la sentenza non definitiva, era stato accertato che C.G., nel corso del dedotto rapporto di lavoro subordinato, aveva svolto mansioni di segretaria, da ricomprendersi nel 3 livello del CCNL studi professionali, così come dedotto nel ricorso di primo grado e ribadito nell’atto di impugnazione, e che gli appellati, resistenti in primo grado, non avevano contestato l’applicabilità del predetto CCNL, nè la riconducibilità delle mansioni all’indicato livello; pertanto i conteggi sviluppati dal CTU avevano fatto corretto riferimento al trattamento economico previsto dalla contrattazione collettiva per l’accertato livello di inquadramento; rilevò inoltre che la sentenza non definitiva non aveva nè accertato nè dichiarato che, successivamente al 1.10.1994, l’appellante avesse svolto un part-time a metà orario presso l’associazione professionale e l’altra metà presso l’Assoimpro, nessun riferimento ad un asserito part-time essendo contenuto nella motivazione, nella quale, come già ricordato, era stato rilevato che l’appellante aveva osservato “l’orario di lavoro dello studio e poi dell’Assoimpro” e che, a decorrere dal 1.10.1994, la C. aveva svolto la propria attività lavorativa “indifferentemente per conto anche della Associazione Assoimpro”, cosicchè era stata dichiarata la sussistenza di un unico rapporto di lavoro subordinato, che, a decorrere dal 1.10.1994, aveva visto affiancare, quale datore di lavoro, allo studio professionale, e quindi ai fratelli C., anche la medesima Assoimpro; dovevano essere quindi disattese tutte le osservazioni in ordine ad un asserito part-time, nonchè i conteggi elaborati sulla asserita, ma infondata, sussistenza di tale figura contrattuale.

Avverso la sentenza non definitiva C.B. e C. M., in proprio e quali membri e rappresentanti dello Studio Associato Cerrone, hanno proposto ricorso per cassazione assistito da due motivi.

Gli intimati C.G. e Associazione Assoimpro non hanno svolto attività difensiva.

Avverso la sentenza definitiva C.B. e C. M., in proprio e quali membri e rappresentanti dello Studio Associato Cerrone, hanno proposto ricorso per cassazione assistito da due motivi.

L’Associazione Assoimpro ha presentato controricorso, svolgendo ricorso incidentale assistito da un motivo.

L’intimata C.G. non ha svolto attività difensiva.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. I ricorsi vanno preliminarmente riuniti siccome proposti avverso sentenze pronunciate nel medesimo giudizio.

2. Con il primo motivo di ricorso avverso la sentenza non definitiva viene denunciata violazione di norme di legge (artt. 2086, 2094, 2104, 2106 e 2222 c.c., in relazione agli artt. 1321, 1325, 1326 e 2729 c.c. e artt. 115 e 116 c.p.c.), nonchè vizio di motivazione (art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5), assumendo che la Corte territoriale ha trascurato, ai fini dell’accertamento di un rapporto di lavoro subordinato, l’assoggettamento della lavoratrice alle direttive e al potere disciplinare della parte datoriale, fondando invece il decisum su elementi compatibili anche con rapporti di lavoro non subordinato, male applicando l’istituto della presunzione, travisando la pronuncia di prime cure in ordine alle mansioni espletate dalla lavoratrice e non facendo riferimento alle prove raccolte; vengono formulati i seguenti quesiti di diritto:

I quesito: “Si chiede se violi o meno o costituisca falsa applicazione degli artt. 2086, 2094, 2104, 2106 e 2222 c.c., anche in relazione agli artt. 1321, 1325 e 1326 c.c. e all’art. 2729 c.c. e art. 116 c.p.c., nonchè costituisca carente o insufficiente motivazione, l’affermazione, della Corte di Appello, in totale riforma della sentenza di primo grado, della sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato tra la ricorrente e i convenuti sulla base dell’inserimento stabile della C. nell’attività dello Studio; dello svolgimento di mansioni tipiche del lavoro subordinato;

dell’osservanza di un orario di lavoro; della dazione di compensi di natura fisso; senza alcuna disamina probatoria e senza valutare la sussistenza o meno della soggezione al potere direttivo e disciplinare del datore di lavoro, dell’obbligo di rispetto di un orario di lavoro e dell’obbligo di presenza e di svolgimento della attività, senza specificare perchè le mansioni svolte dovessero essere qualificate come “tipiche” del lavoro subordinato e non compatibili con altri rapporti e senza considerare in alcun modo i rapporti familiari che potevano giustificare la presenza della ricorrente presso l’ufficio dei convenuti;

Il quesito: “Si chiede se costituisca violazione o falsa applicazione dell’art. 2729 c.c. e degli artt. 115 e 116 c.p.c., nonchè omessa e insufficiente motivazione, l’aver affermato la natura subordinata del rapporto di lavoro de quo, in riforma della motivata opinione contraria del Tribunale, senza alcuna analisi delle prove raccolte in giudizio, limitandosi ad asserire la “improbabilità” della esistenza di un rapporto di lavoro autonomo, facendo così ricorso alla mera presunzione che l’attività della C. sia stata svolta in modo non autonomo”.

Con il secondo motivo di ricorso avverso la sentenza non definitiva viene denunciata violazione di norme di legge (artt. 2094, 2099, 2103, 2107, 2120 c.c. e art. 116 c.p.c.), nonchè vizio di motivazione (art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5), assumendo che la qualifica, le differenze retributive, la 13ma e il TFR erano state attribuite dalla Corte territoriale senza alcun riferimento normativo, senza alcuna motivazione, senza alcuna considerazione delle argomentazioni ed eccezioni svolte dagli appellati, senza alcuna valutazione delle risultanze probatorie, senza indicare come e perchè sia applicabile il CCNL sulla base di una mera richiesta di parte appellante; vengono formulati i seguenti quesiti di diritto:

Il quesito: “Si chiede se costituisca o meno violazione degli artt. 2094, 2099, 2103, 2107, 2120 c.c. e artt. 115 e 116 c.p.c., l’avere la Corte di Appello: attribuito, in riforma di detta sentenza, la qualifica di segretaria alla C., senza indicare in base a quale disposizione ha attribuito tale qualifica alla ricorrente;

l’aver riconosciuto come dovute alla C. differenze retributive semplicemente “sulla base della retribuzione allegata, per 13 e T.F.R.” e “sulla base del livello dedotto in ricorso” senza spiegare come, perchè e in base a quali disposizioni, tale livello e tali compensi fossero attribuibili alla C., solamente in forza dell’allegazione di conteggi da parte di costei”.

IL quesito: “Si chiede se costituisca omessa o carente motivazione l’aver attribuito la Corte alla C. qualifica, livello e retribuzione senza indicare la norma di legge e di contratto individuale o di contratto collettivo applicata e senza indicare in base a quali criteri si dovesse applicare il C.C.N.L.”.

Con il primo motivo del ricorso principale avverso la sentenza definitiva viene denunciato vizio di motivazione circa l’orario di lavoro e la conseguente determinazione delle differenze retributive (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), assumendo che la sentenza non definitiva non aveva accertato quale fosse stato l’orario di lavoro e non aveva risolto la questione relativa alla pienezza o parzialità di tale orario, il che risultava anche dal fatto che al CTU erano stati posti quesiti alternativi, cosicchè la Corte territoriale aveva risolto erroneamente tale alternativa richiamandosi alle affermazioni contenute nella sentenza non definitiva, che, viceversa, aveva rimesso la questione al definitivo.

Con il secondo motivo del ricorso principale avverso la sentenza definitiva viene denunciata violazione dell’art. 115 c.p.c., deducendo che la Corte territoriale aveva trascurato le risultanze probatorie relative alla natura e modalità di svolgimento dell’attività lavorativa, all’assoggettamento alle direttive della pretesa parte datoriale, alle ragioni di carattere familiare della presenza della C. nello studio e alla sua attivazione per lo svolgimento della campagna elettorale di un parlamentare.

Con l’unico motivo la ricorrente incidentale denuncia vizio di motivazione, proponendo, sostanzialmente, censure analoghe a quelle svolte con il primo motivo del ricorso principale e assumendo altresì che, dalla lettura della sentenza non definitiva, emergeva l’affermazione di due distinti e successivi periodi di lavoro, uno con lo Studio Cerrone e l’altro con essa ricorrente incidentale.

3. Osserva preliminarmente la Corte che l’art. 366 bis c.p.c., è applicabile ai ricorsi per cassazione proposti avverso i provvedimenti pubblicati dopo l’entrata in vigore (2.3.2006) del D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40 (cfr., D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 27, comma 2) e prima dell’entrata in vigore (4.7.2009) della L. n. 69 del 2009 (cfr., L. n. 69 del 2009, art. 47, comma 1, lett. d, e art. 58, comma 5); tale norma trova pertanto applicazione in relazione al ricorso proposto avverso la sentenza non definitiva (pubblicata il 25.1.2007), ma non in relazione ai ricorsi proposti avverso la sentenza definitiva (pubblicata il 18.12.2009).

In base alla norma suddetta, nei casi previsti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 1), 2), 3) e 4), l’illustrazione di ciascun motivo si deve concludere, a pena di inammissibilità, con la formulazione di un quesito di diritto, mentre, nel caso previsto dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, sempre a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione.

Secondo l’orientamento di questa Corte il principio di diritto previsto dall’art. 366 bis c.p.c., deve consistere in una chiara sintesi logico-giuridica della questione sottoposta al vaglio del giudice di legittimità, formulata in termini tali per cui dalla risposta – negativa od affermativa – che ad esso si dia, discenda in modo univoco l’accoglimento od il rigetto del gravame (cfr., ex plurimis, Cass., SU, n. 20360/2007), mentre la censura concernente l’omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione deve contenere un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto) che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità (cfr., ex plurimis, Cass., SU, n. 20603/2007).

In particolare deve considerarsi che il quesito di diritto imposto dall’art. 366 bis c.p.c., rispondendo all’esigenza di soddisfare l’interesse del ricorrente ad una decisione della lite diversa da quella cui è pervenuta la sentenza impugnata, ed al tempo stesso, con una più ampia valenza, di enucleare, collaborando alla funzione nomofilattica della Suprema Corte di Cassazione, il principio di diritto applicabile alla fattispecie, costituisce il punto di congiunzione tra la risoluzione del caso specifico e l’enunciazione del principio generale, e non può consistere in una mera richiesta di accoglimento del motivo o nell’interpello della Corte di legittimità in ordine alla fondatezza della censura così come illustrata nello svolgimento dello stesso motivo, ma deve costituire la chiave di lettura delle ragioni esposte e porre la Corte in condizione di rispondere ad esso con l’enunciazione di una regola iuhs che sia, in quanto tale, suscettibile di ricevere applicazione in casi ulteriori rispetto a quello sottoposto all’esame del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata (cfr., ex plurimis, Cass., nn. 11535/2008; 19892/2007).

Conseguentemente è inammissibile non solo il ricorso nel quale il suddetto quesito manchi, ma anche quello nel quale sia formulato in modo inconferente rispetto alla illustrazione dei motivi d’impugnazione; ovvero sia formulato in modo implicito, si da dovere essere ricavato per via di interpretazione dal giudice; od ancora sia formulato in modo tale da richiedere alla Corte un inammissibile accertamento di fatto; od, infine, sia formulato in modo del tutto generico (cfr, ex plurimis, Cass., SU, 20360/2007, cit.); inoltre, la formulazione del quesito di diritto deve avvenire in modo rigoroso e preciso, evitando quesiti multipli o cumulativi, con la conseguenza che i motivi di ricorso fondati sulla violazione di leggi e quelli fondati su vizi di motivazione debbono essere sorretti da quesiti separati (cfr., ex plurimis, Cass., n. 5471/2008).

4. Va rilevato che entrambi i quesiti relativi al primo motivo del ricorso proposto avverso la sentenza non definitiva non presentano i requisiti necessari in base ai suddetti principi, trattandosi di quesiti cumulativi, relativi cioè sia al vizio di violazione di legge che a quello di motivazione, non contenendo gli stessi l’enunciazione di una regula iuris e configurandosi invece come mere richieste di riconoscimento in ordine alla fondatezza delle censure così come illustrate nello svolgimento dello stesso motivo; ne discende quindi l’inammissibilità di tale motivo.

Parimenti non presenta i requisiti richiesti il primo quesito posto a conclusione del secondo motivo del ricorso svolto avverso la sentenza non definitiva, non contenendo l’enunciazione di una regula iuris e configurandosi anch’esso come una mera richiesta di riconoscimento in ordine alla fondatezza delle censure così come illustrate nello svolgimento del motivo.

5. Il secondo “quesito di diritto” posto a conclusione del secondo motivo del ricorso svolto avverso la sentenza non definitiva, concernendo unicamente il dedotto vizio di motivazione, può essere considerato sostanzialmente equivalente al momento di sintesi richiesto in caso di denuncia del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

La doglianza è tuttavia infondata, poichè la sentenza impugnata, con motivazione priva di vizi logici e coerente con le risultanze istruttorie esaminate, ha fornito chiara indicazione dei parametri di giudizio seguiti (riscontro della natura e modalità di svolgimento dell’attività lavorativa espletata dalla C.; espresso richiamo al livello dedotto in giudizio e alla retribuzione allegata), senza che, peraltro, i ricorrenti, in ossequio al principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, abbiano precisato in che termini e modi fosse stata tempestivamente contestata l’applicabilità del CCNL e la riconducibilità delle mansioni al livello indicato dalla lavoratrice (ed anzi la sentenza definitiva, secondo quanto già rammentato, esclude che siano state svolte contestazioni al riguardo).

Deve quindi farsi applicazione dei principi, costantemente affermati dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui il vizio di omessa o insufficiente motivazione, deducibile in sede di legittimità ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, sussiste solo se nel ragionamento del giudice di merito, quale risulta dalla sentenza, sia riscontrabile i mancato o deficiente esame di punti decisivi della controversia, e non può invece consistere in un apprezzamento dei fatti e delle prove in senso difforme da quello preteso dalla parte, perchè la citata norma non conferisce alla Corte di Cassazione il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico-formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione fatta dal giudice de merito al quale soltanto spetta individuare le fonti del proprio convincimento, e, all’uopo, valutarne le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza, e scegliere, tra le risultanze probatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione (cfr., ex plurimis, Cass., SU, nn. 13045/1997; 5802/1998).

6. In basi ai medesimi principi deve essere riconosciuta l’infondatezza del primo motivo de ricorso principale proposto avverso la sentenza definitiva e dell’unico motivo del ricorso incidentale proposto avverso la medesima sentenza (da esaminarsi congiuntamente siccome far loro connessi e in larga parte sostanzialmente analoghi).

La Corte territoriale, con motivazione precisa, esaustiva e priva di vizi logici, ha infatti ampiamente spiegato, nei termini diffusamente illustrati nello storico di lite, come le questioni su cui si appuntano le doglianze qui sollevate avessero già trovato soluzione nella sentenza non definitiva, sia per ciò che riguarda l’orario di lavoro che per quanto concerne la sussistenza di un unico rapporto lavorativo; nessuna contraddittorietà è poi all’evidenza riscontrabile dall’essere stati posti a CTU quesitì alternativi, posto che le ordinanze, comunque motivate, non possono mai pregiudicare la decisione della causa (art. 177 c.p.c., comma 1).

7. Il secondo motivo del ricorso principale proposto avverso la sentenza definitiva concerne questioni decise con la sentenza non definitiva ed è perciò inammissibile, essendosi già consumato, con il primo ricorso, il potere di impugnazione avverso tale pronuncia (cfr., ex pluhmis, Cass., SU, n. 13358/2008; Cass., nn. 24219/2006;

5049/2010; 16016/2010).

8. In definitiva tutti i ricorsi vanno rigettati.

Non è luogo a pronunciare sulle spese, non avendo l’intimata C.G. svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi e li rigetta; nulla per le spese.

Così deciso in Roma, il 14 luglio 2011.

Depositato in Cancelleria il 4 ottobre 2011

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