Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20229 del 31/07/2018


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Civile Sent. Sez. 2 Num. 20229 Anno 2018
Presidente: PETITTI STEFANO
Relatore: PENTA ANDREA

SENTENZA
sul ricorso 9660-2014 proposto da:
Morlotti Luca,

nato a

Bergamo il 21

luglio

1963 (C.F.:

MRLLCU63L21A794R), residente in Almenno San Salvatore, alla Via
Garibaldi ed elettivamente domiciliato in Roma, al Largo Somalia n. 67,
presso lo studio dell’Avv. Rita Gradara (C.F.: GRDRTI59S42D969Q), che
lo rappresenta e difende, anche disgiuntamente all’Avv. Alessandra
Morlotti (C.F.: MRLLSN60L55A794R) di Pavia, come da procura a margine
del ricorso;
– ricorrente contro

Reginaldo Capitanio;

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Data pubblicazione: 31/07/2018

- intimato —

-avverso la sentenza n. 2113/2012 emessa dal TRIBUNALE DI BERGAMO
in data 29/10/2012, nonché l’ordinanza ex art. 348 bis c.p.c. adottata
dalla CORTE D’APPELLO di BRESCIA in data 07/10/2013 e non notificata;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 19/07/2017

udito l’Avvocato Rita Gradara difensore del ricorrente che chiede
l’accoglimento del ricorso;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. Fulvio
Troncone che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.
Ritenuto in fatto
Con sentenza n. 2113 del 29.10.2002, il Tribunale di Bergamo respingeva
la domanda proposta da Morlotti Luca tesa alla condanna di Reginaldo
Capitanio al risarcimento dei danni che l’attore indicava nella accertanda
somma necessaria al ripristino dell’integrità della pavimentazione di un
terrazzo, a suo dire eseguita dal convenuto fra il settembre 2000 e il
gennaio 2001, pavimentazione che avrebbe rivelato, nel gennaio 2009,
sgretolamento della sigillatura fra le piastrelle, sollevamento delle
medesime e penetrazione dell’acqua sulla superficie sottostante. L’attore
fondava la domanda sul presupposto della riconducibilità del vizio alla
previsione contenuta nell’articolo 1669 c.c..
Il primo giudice osservava che: ad onta della contumacia del convenuto,
l’attore non aveva assolto l’onere, su di lui gravante ex art. 2697 c.c., di
fornire la prova dei fatti costitutivi della pretesa, vale a dire dell’avvenuta
conclusione, col convenuto, di un contratto di appalto avente ad oggetto
l’esecuzione dell’opera a suo dire viziata, e degli altri elementi posti a
base della pretesa; la richiesta di consulenza tecnica d’ufficio non poteva
essere accolta, attesa la sua inidoneità a fornire prova del contratto; il
dedotto giuramento decisorio risultava inammissibilmente formulato in
modo da non offrire al convenuto alcuna utile alternativa, poiché,
prestandolo o meno, avrebbe comunque perso la lite.
Avverso la detta sentenza proponeva appello Morlotti Luca, sostenendo
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dal Consigliere Dott. Andrea Penta;

che il riferimento contenuto nelle due fatture emesse dalla ditta Capitanio
alla “fornitura materiale e posa in opera presso Vostro cantiere Via
Garibaldi 15 Almenno San Salvatore” dimostrasse, alla luce del disposto
dell’articolo 1655 c.c., che fra le parti era stato concluso un contratto di
appalto, che il contenuto di detto contratto di appalto era stato, poi,

cui il convenuto non si era prestato (con le conseguenze di cui all’art. 232
c.p.c.), e che il primo giudice aveva errato nel non ammettere la
consulenza tecnica, posto che essa era finalizzata non a dimostrare
l’avvenuta stipulazione del contratto, bensì ad accertare i vizi dell’opera.
Chiedeva, infine, l’appellante l’ammissione del giuramento decisorio,
qualora fosse stato ritenuto necessario.
La Corte d’appello di Brescia, con ordinanza ex art. 348 bis c.p.c. del
7.10.2013, ha dichiarato inammissibile l’appello, sulla base, per quanto
qui ancora rileva, delle seguenti considerazioni:
1) le laconiche indicazioni contenute nelle fatture non rivelavano
affatto l’avvenuta stipulazione di un contratto di appalto, bensì la
mera esecuzione della obbligazione a carico del Capitanio, in virtù di
un non individuato contratto, di fornire e porre in opera non
precisati materiali presso un cantiere sito all’indirizzo indicato;
2) il difetto di specificazione dei quantitativi, del genus, della species e
del valore dei materiali, nonché dell’entità dell’attività di “posa”,
impediva di affermare che ci fosse un nesso tra le dette fatture e le
enunciazioni dell’attore, difettando elementi per stabilire, secondo il
criterio della prevalenza, se si fosse trattato di compravendita, di
appalto o di contratto d’opera;
3) nulla, poi, era stato, documentato quanto agli asseriti vizi, né a tale
inerzia probatoria era possibile supplire mediante una consulenza
tecnica d’ufficio;
4) l’apporto probatorio della mancata risposta all’interrogatorio formale
era, nella specie, del tutto carente, ove si considerava che il
convenuto era stato dichiarato contumace (per non essersi
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specificato nei capitoli dedotti per l’interrogatorio formale, interrogatorio

costituito ad onta della notificazione “per compiuta giacenza”
dell’atto di citazione) e che il mancato ritiro del plico dimostrava che
egli non fosse stato effettivamente a conoscenza delle pretese
attrici;
5) d’altra parte, sebbene la notifica del verbale ammissivo

presso l’indirizzo di Treviolo personalmente da Reginaldo Capitanio,
al medesimo era stata consegnata la sola copia autentica del
verbale dell’udienza del 2 dicembre 2010, nel quale si faceva
laconico riferimento alla causa n. 12182/2009 RG e all’ammissione
della prova per interrogatorio formale “…dedotta dall’attore nella
memoria depositata in data 11 maggio 2010…”, con la conseguenza
che doveva escludersi la sua conoscenza del contenuto della
memoria;
6) quanto al giuramento decisorio, la sua riproposizione non
accompagnata da censure alla motivazione posta dal primo giudice
a sostegno della mancata ammissione ne determinava già di per sé
l’inammissibilità, “non senza considerare che le interpolazioni
laconicamente proposte dall’appellante mediante l’aggiunta della
alternativa possibilità di affermare o negare le circostanze oggetto
del giuramento” rendevano “a propria volta ancora inammissibile la
formulazione”;
7) la laconicità della prospettazione attrice in ordine alla descrizione e
documentazione dei vizi asseritamente riscontrati nell’opera, non
consentendo di valutarne la rilevanza nella prospettiva dell’articolo
1669 enunciata in primo grado o di quella dell’articolo 1667
sottintesa nelle nuove conclusioni di secondo grado, si risolveva in
limitazione del diritto della controparte di formulare eccezioni di
decadenza o prescrizione;
8) l’appellante non aveva fornito alcuna dimostrazione di danni subiti,
ma si era limitato a suggerire, quale alternativa alla ipotesi di
mancata dimostrazione, la possibilità di procedere a valutazione
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dell’interrogatorio formale fosse stata concretamente ricevuta

equitativa.
Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso Morlotti Luca, sulla
base di quattro motivi. Capitanio Reginaldo non ha svolto difese.
Considerato in diritto
1. Con il primo motivo il ricorrente deduce, in relazione all’ordinanza ex

132, 342, 348 bis e 348 ter c.p.c., nonché 24 e 111 Cost. (in relazione
all’art. 360, co. 1, n. 4, c.p.c.), per aver la corte territoriale reputato
inammissibile il giuramento decisorio deferito alla controparte ed
inadeguata la descrizione e documentazione dei vizi asseritamente
riscontrati nell’opera, in tal guisa pronunciandosi al di fuori delle ipotesi
espressamente previste per l’adozione della detta ordinanza, con la
conseguenza che non opererebbe la disposizione (terzo comma dell’art.
348 ter) che vuole ricorribile per cassazione la sentenza di primo grado.
2.

Con il secondo motivo il ricorrente denuncia, sempre in ordine

all’ordinanza ex art. 348 bis c.p.c., la violazione e falsa applicazione degli
artt. 233 e 345, co. 3, c.p.c. (in relazione all’art. 360, co. 1, n. 3, c.p.c.),
per aver erroneamente, a suo dire, la corte di merito escluso, in assenza
di censure alla motivazione posta dal giudice di primo grado a sostegno
del diniego della sua ammissione, l’ammissibilità del giuramento decisorio
deferito in appello, nonostante egli avesse dedotto altri capitoli di prova
proprio al fine di superare il rilievo del primo giudice.
3. Con il terzo motivo il ricorrente lamenta, in ordine alla sentenza n.
2113/12, la violazione e falsa applicazione degli artt. 116 e 232 c.p.c. (in
relazione all’art. 360, co. 1, n. 3, c.p.c.), per aver erroneamente, a suo
dire, la corte locale affermato che le due fatture prodotte non fossero
sufficienti a dimostrare la conclusione di un contratto di appalto, senza
considerare, oltre alla valenza indiziaria dei detti documenti, la mancata
comparizione, senza addurre giustificazioni, della controparte al fine di
rendere l’interrogatorio formale deferitogli e, quale argomento di prova, la
mancata sua costituzione in giudizio.
4. Con il quarto motivo il ricorrente si duole dellmArt. 360 I comma n. 3
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art. 348 ter c.p.c., la nullità della pronuncia per violazione degli artt. 101,

c.p.c. in relazione all’art. 233 c.p.c.”, per aver il giudice di primo grado
escluso l’ammissibilità del giuramento decisorio deferito in quella sede in
quanto formulato in modo tale che, se il convenuto avesse giurato,
avrebbe perso la causa, anziché vincerla, nonostante il giurante avesse
sempre la possibilità di invertire in senso contrario la formula semplice

5. Il ricorso è inammissibile, siccome tardivamente proposto.
Va premesso che, in tema di ricorso per cassazione, il termine previsto
dall’art. 348-ter c.p.c. è applicabile anche all’impugnazione autonoma
dell’ordinanza di inammissibilità dell’appello ex art. 348-bis c.p.c. nei casi
in cui questa risulti consentita (Sez. 6 – 2, Ordinanza n. 3067 del
06/02/2017).
Ciò debitamente premesso, il ricorso per cassazione, proponibile, ex art.
348-ter, comma 3, c.p.c., avverso la sentenza di primo grado, entro
sessanta giorni dalla comunicazione, o notificazione se anteriore,
dell’ordinanza d’inammissibilità dell’appello resa ai sensi dell’art. 348-bis
c.p.c., è soggetto, ai fini del requisito di procedibilità di cui all’art. 369,
comma 2, c.p.c., ad un duplice onere di deposito, avente ad oggetto la
copia autentica sia della sentenza suddetta che, per la verifica della
tempestività del ricorso, della citata ordinanza, con la relativa
comunicazione o notificazione; in difetto, il ricorso è improcedibile, salvo
che, ove il ricorrente abbia assolto l’onere di richiedere il fascicolo d’ufficio
alla cancelleria del giudice a quo, la Corte, nell’esercitare il proprio potere
officioso, rilevi che l’impugnazione sia stata proposta nei sessanta giorni
dalla comunicazione o notificazione ovvero, in mancanza dell’una e
dell’altra, entro il termine cd. lungo di cui all’art. 327 c.p.c. (Sez. U,
Sentenza n. 25513 del 13/12/2016).
Peraltro, le stesse Sezioni Unite hanno chiarito che il ricorso per
cassazione proposto in base all’art. 348-ter, comma 3, c.p.c. contro la
sentenza di primo grado, non è soggetto, a pena d’inammissibilità, alla
specifica indicazione della data di comunicazione o di notificazione, se
avvenuta prima, dell’ordinanza che ha dichiarato inammissibile l’appello,
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(affermativa o negativa).

in quanto l’art. 366, comma 1, n. 6, c.p.c., si riferisce unicamente agli atti
processuali ed ai documenti da cui i motivi d’impugnazione traggono il
proprio sostegno giuridico quali mezzi diretti all’annullamento del
provvedimento impugnato.
Questa Sezione, in diversa composizione soggettiva, all’esito dell’udienza

ruolo, mandando alla Cancelleria per il sollecito dell’acquisizione
dell’attestazione concernente la prova della data della comunicazione
dell’ordinanza ex art. 348 bis c.p.c. emessa dalla Corte d’Appello di
Brescia in data 7.10.2013.
Il provvedimento è stato adottato sulla base delle seguenti considerazioni:
1) ove manchi la trasmissione del fascicolo pur richiesta dal ricorrente, la
Corte deve sollecitarne d’ufficio la trasmissione, in considerazione del
fatto che, nel caso in cui, trasmesso il fascicolo, risulti che la
comunicazione era avvenuta prima della proposizione del ricorso, questo
va dichiarato improcedibile, per la violazione dell’art. 369, comma
secondo, c.p.c. (cfr. in tal senso, sia pure con riferimento all’istanza di
regolamento di competenza, Sez. 3, Ordinanza n. 21814 del 14/10/2009;
conf. Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 14135 del 04/06/2013);
2) il predetto sollecito non può non riguardare altresì l’attestazione in
ordine alla data dell’eventuale comunicazione dell’ordinanza ex art. 348
bis c.p.c., che rappresenta il dies a quo di decorrenza del termine breve
per la proposizione del ricorso per cassazione avverso la sentenza di
primo grado (o del ricorso straordinario, ex art. 111, co. 7. Cost., nei
confronti della stessa ordinanza), tenuto conto che la comunicazione non
può prescindere da un’attività del cancelliere, organo infungibilmente
deputato a tale incombenza processuale (giusto disposto del ricordato
artt. 136 del codice di rito e dell’art. 45 disp. att. c.p.c.) e va operata
d’ufficio (Sez. 1, Sentenza n. 10791 del 29/10/1998; conf. Sez. 1,
Sentenza n. 1746 del 25/01/2008 e Sez. 1, Sentenza n. 27667 del
20/12/2011), essendo prevista ex lege;
3) la considerazione che precede è avallata, oltre che dalla officiosità e
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pubblica del 19 luglio 2017, ha disposto il rinvio della causa a nuovo

doverosità dell’iniziativa, dalla circostanza che la comunicazione
dell’ordinanza ex art. 348 bis c.p.c. serve (non tanto a far conoscere
quanto accaduto nel corso del processo, quanto soprattutto) ad
individuare il momento iniziale per la decorrenza di un termine perentorio
(Sez. L, Sentenza n. 6601 del 20/05/2000; cfr. altresì, in motivazione,

4) la necessità di sollecitare altresì l’inoltro, da parte della cancelleria
presso la corte d’appello, dell’attestazione concernente l’avvenuta
comunicazione dell’ordinanza ex art. 348 bis c.p.c. deriva dalla
circostanza che, a differenza del biglietto di cancelleria, sempre presente
in formato cartaceo all’interno del fascicolo d’ufficio, qualora la
comunicazione del provvedimento emesso sia stata eseguita (come ormai
di regola avverrà) con modalità telematica (id est, a mezzo pec), per
soddisfare l’esigenza di verifica da parte della S.C. adìta, la cancelleria
presso il giudice a quo deve estrarre copia cartacea della comunicazione
di posta elettronica certificata inoltrata alle parti ed attestare la
conformità agli originali digitali delle copie analogiche in tal guisa formate.
Dalla documentazione inviata a cura della Cancelleria della Corte d’Appello
di Brescia si evince che l’ordinanza ex art. 348 bis c.p.c. è stata
comunicata a mezzo pec all’Avv. Maria Luisa Garatti (codifensore, nonché
domiciliataria di Morlotti Luca) presso il suo studio sito in Brescia, alla
Contrada del Cavalletto n. 23, in data 7 ottobre 2013, alle ore 10.05 (cfr.
la ricevuta di avvenuta consegna rilasciata dal gestore di posta elettronica
certificata del destinatario).
Dovendosi identificare in quella data il dies a quo di decorrenza del
termine breve di 60 giorni per proporre ricorso per cassazione, risulta ex
actis che quest’ultimo è stato tardivamente notificato in data 5 aprile
2014.
6. In definitiva, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, laddove
nessuna pronuncia va adottata sulle spese processuali, non avendo
l’intimato svolto difese.

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Sez. L, Sentenza n. 7323 del 12/12/1983);

Ricorrono altresì i presupposti di cui all’art. 13, comma 1-quater d.P.R. n.
115/02, applicabile ratione temporis (essendo stato il ricorso proposto
successivamente al 30 gennaio 2013), per il raddoppio del versamento del
contributo unificato.
P. Q. M.

tenuta al versamento di un ulteriore importo a titolo di contributo
unificato, a norma dell’art. 13, comma 1-quater d.P.R. n. 115/02.
Cosi deciso in Roma, nella camera di consiglio della II Sezione civile della
Corte suprema di Cassazione, il 19.4.2018.
Il Consigliere estensore
Dott.

drea 2nta
Il Presidente
Dott. Stefano Petitti
Lii/V

DEPOSITATO IN CANCELLEM

Roma, 3 1 LUG, 2018

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e dichiara la parte ricorrente

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