Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20204 del 07/10/2016


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile sez. III, 07/10/2016, (ud. 27/05/2016, dep. 07/10/2016), n.20204

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

Dott. CARLUCCIO Giuseppa – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – rel. Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

D.C.E., (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA,

VIA DI CAMPO MARZIO 69, presso lo studio dell’avvocato VINICIO

D’ALESSANDRO, che la rappresenta e difende giusta procura spciale a

margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

V.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA C. MIRABELLO

23, presso lo studio dell’avvocato MICHELA NATALE, che la

rappresenta e difende giusta procura speciale a margine del

controricorso;

– controricorrente –

e contro

D.C.M.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1609/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 04/04/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

27/05/2016 dal Consigliere Dott. MARCO ROSSETTI;

udito l’Avvocato VINCENZO D’ALESSANDRO per delega non scritta;

udito l’Avvocato MICHELA NATALE;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PATRONE Ignazio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Nel (OMISSIS) D.C.E. concesse in comodato al fratello, D.C.M., l’immobile sito in (OMISSIS).

Nel (OMISSIS) la comodante convenne dinanzi al Tribunale di Roma il comodatario e la di lui moglie, V.M., adducendo che il comodato era a soggetto a termine; che il termine era scaduto il (OMISSIS), e che il comodatario non aveva restituito l’immobile. Soggiunse di avere bisogno dell’immobile per esigenze personali.

2. Con sentenza n. 6500 del 2012 il Tribunale di Roma rigettò la domanda, ritenendo non provato nè che al comodato fosse stato apposto un termine, nè che la comodante avesse necessità dell’immobile per esigenze personali.

3. La sentenza venne appellata dalla soccombente.

La Corte d’appello di Roma, con sentenza 4.4.2013 n. 1609, rigettò il gravame ritenendo che:

-) le due rationes decidendi poste dal Tribunale a fondamento della decisione non erano state impugnate;

-) l’appellante col proprio gravame aveva prospettato una questione del tutto nuova e perciò inammissibile: ovvero che il comodato era stato pattuito senza fissazione di termine, con la conseguente possibilità per il comodante di recedere ad nutum.

4. La sentenza d’appello è stata impugnata per cassazione da D.C.E., con ricorso fondato su un motivo.

Ha resistito con controricorso V.M., che ha depositato memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Il motivo unico di ricorso.

1.1. Con l’unico motivo di ricorso la ricorrente lamenta che la sentenza impugnata sarebbe affetta da un vizio di violazione di legge, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3. Lamenta, in particolare, la violazione degli artt. 1809 e 1810 c.c..

Il motivo, pur formalmente unitario, prospetta in realtà due censure, così riassumibili:

(a) non può ritenersi nuova la domanda di rilascio d’un immobile, fondata sulla esistenza d’un comodato senza fissazione di termine, dopo che in primo grado la si era fondata sull’esistenza d’un termine;

(b) la destinazione dell’immobile a casa familiare non impediva il rilascio.

1.2. Il motivo è in parte inammissibile, ed in parte infondato.

Nella parte in cui lamenta che la Corte d’appello avrebbe erroneamente qualificato “nuova” la domanda formulata in appello, il motivo è infondato.

Si ha domanda nuova quando muta il fatto costitutivo della pretesa, e muta il fatto costitutivo della pretesa quando, per effetto del mutamento, cambia non soltanto l’oggetto del pronuntiare, ma anche l’oggetto del cognoscere demandato al giudice.

Nel caso di specie, è sin troppo evidente che stabilire se un comodato sia stato pattuito senza termine costituisce un accertamento nuovo ed ulteriore rispetto a quello richiesto con la domanda formulata in primo grado, nella quale si era affermato che il comodato aveva un termine e che quel termine non era stato rispettato.

Del tutto fuori luogo è il richiamo compiuto dalla ricorrente al precedente di questa Corte costituito dalla sentenza n. 4318 del 26.3.2002, la quale aveva ad oggetto un caso in cui si discuteva di ben diversa questione, ovvero se il giudice d’appello potesse qualificare una clausola contrattuale in modo diverso rispetto a quanto ritenuto da quello di primo grado.

1.3. Nella parte in cui lamenta la violazione degli artt. 1809 e 1810 c.c., sul presupposto che la destinazione dell’immobile dato in comodato a casa familiare non impedisce la domanda di rilascio, il motivo è inammissibile per totale irrilevanza rispetto alla ratio decidendi.

La Corte d’appello, infatti, per quanto detto non si occupò affatto del problema dell’interferenza tra destinazione dell’immobile a casa familiare e domanda di rilascio, ma si limitò a dichiarare l’appello inammissibile sul presupposto che le ragioni poste dal Tribunale a fondamento della decisione non erano state censurate dall’appellante.

2. Le spese.

2.1. Le spese del presente grado di giudizio vanno a poste a carico della ricorrente, ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 1, e sono liquidate nel dispositivo.

2.2. Il rigetto del ricorso costituisce il presupposto, del quale si dà atto con la presente sentenza, per il pagamento a carico della parte ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater (nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17).

PQM

la Corte di cassazione, visto l’art. 380 c.p.c.:

(-) rigetta il ricorso;

(-) condanna D.C.E. alla rifusione in favore di V.M. delle spese del presente grado di giudizio, che si liquidano nella somma di Euro 5.200, di cui 200 per spese vive, oltre I.V.A., cassa forense e spese forfettarie D.M. 10 marzo 2014, n. 55, ex art. 2, comma 2;

(-) dà atto che sussistono i presupposti previsti dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, per il versamento da parte di D.C.E. di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Terza civile della Corte di cassazione, il 27 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 7 ottobre 2016

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA