Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20202 del 15/07/2021

Cassazione civile sez. I, 15/07/2021, (ud. 15/04/2021, dep. 15/07/2021), n.20202

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRISTIANO Magda – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 13865/2020 r.g. proposto da:

I.M.M., (cod. fisc. (OMISSIS)), rappresentato e

difeso, giusta procura speciale apposta in calce al ricorso,

dall’Avvocato Francesco Tartini, con cui elettivamente domicilia in

Roma, via del Casale Strozzi n. 31, presso lo studio dell’Avvocato

Barberio Laura;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (cod. fisc. (OMISSIS)), in persona del legale

rappresentante pro tempore il Ministro.

– resistente –

avverso la sentenza della Corte di Appello di Venezia, depositata in

data 18.3.2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

15/4/2021 dal Consigliere Dott. Roberto Amatore.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. Con la sentenza impugnata la Corte di appello di Venezia ha rigettato l’appello proposto da I.M.M., cittadino del Ghana, nei confronti del Ministero dell’Interno, avverso l’ordinanza emessa in data 25.8.2017 dal Tribunale di Venezia, con la quale erano state respinte le domande di protezione internazionale ed umanitaria avanzate dal richiedente.

La Corte di merito ha ricordato, in primo luogo, la vicenda personale del richiedente asilo, secondo quanto riferito da quest’ultimo; egli ha narrato: i) di essere nato nella regione di Ashanti, nel Ghana; ii) di essere stato costretto a fuggire dal suo paese in seguito ad uno scontro tra contrapposte fazioni politiche a causa delle quali era stato ferito e la sua abitazione incendiata.

La Corte territoriale ha, poi, ritenuto che: a) non erano fondate le domande volte al riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria, del D.Lgs. n. 251 del 2007, sub art. 14, lett. a e b, in ragione della complessiva valutazione di non credibilità del racconto, che risultava, per molti aspetti, non plausibile e lacunoso e perché non era neanche rintracciabile un atto di persecuzione politica in danno del richiedente il quale apparteneva ad un gruppo di opposizione che comunque nel 2006 aveva vinto le elezioni politiche; b) non era fondata neanche la domanda di protezione sussidiaria del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c, in ragione dell’assenza di un rischio-paese riferito al Ghana, stato di provenienza del richiedente, collegato ad un conflitto armato generalizzato; c) non poteva accordarsi tutela neanche sotto il profilo della richiesta protezione umanitaria, perché il ricorrente non aveva dimostrato un saldo radicamento nel contesto sociale italiano e perché comunque non aveva neanche allegato e dimostrato una condizione di soggettiva vulnerabilità, non rilevando a tal fine il suo transito in Libia.

2. La sentenza, pubblicata il 18.3.2019, è stata impugnata da I.M.M. con ricorso per cassazione, affidato a tre motivi.

L’amministrazione intimata non ha svolto difese.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 e art. 27, comma 1 bis, in ordine all’erronea valutazione della credibilità del richiedente e per omessa collaborazione nell’accertamento dei fatti. Evidenzia che aveva fornito anche un riscontro documentale per la dimostrazione della veridicità del racconto in ordine alle ferite subite ed anche della circostanza dello svolgimento dell’attività politica in favore del deputato per il quale lavorava, nonché ampie informazioni in ordine agli scontri di matrice politica in danno dello staff di O.M..

2. Con il secondo mezzo deduce violazione e falsa applicazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 8, lett. e, art. 11 e art. 14 lett. b, e D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3 e art. 35 bis, n. 9, in ordine alla mancata acquisizione di informazioni sugli scontri elettorali di (OMISSIS) del 2012.

3. Con il terzo motivo il ricorrente censura il provvedimento impugnato, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per violazione dell’art. 132 c.p.c., in relazione al difetto di motivazione apparente e al mancato utilizzo di COI specifiche ed aggiornate.

4. Il ricorso è inammissibile.

4.1 Il primo motivo è inammissibile per come formulato.

Si richiede in realtà un nuovo scrutinio della valutazione di credibilità del ricorrente, attraverso la rilettura degli atti istruttori, con deduzioni che pertanto si pongono ben al di là dell’area di cognizione del giudice di legittimità. Ed invero, il provvedimento impugnato ha argomentato in modo adeguato e scevro da criticità in ordine al profilo di non credibilità del racconto, con motivazione che può essere censurata in questa sede solo nei ristretti limiti di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

4.2 Il secondo e terzo motivo – che possono essere esaminati congiuntamente, prospettando le medesime doglianze – devono essere dichiarati anch’essi inammissibili.

7.2.3 Rileva il Collegio che, come ancora recentemente chiarito da Cass. n. 16295/2018, in tema di valutazione della credibilità soggettiva del richiedente e di esercizio, da parte del giudice, dei propri poteri istruttori officiosi rispetto al contesto sociale, politico e ordinamentale del Paese di provenienza del primo, la valutazione del giudice deve prendere le mosse da una versione precisa e credibile, benché sfornita di prova (perché non reperibile o non richiedibile), della personale esposizione a rischio grave alla persona o alla vita: tale premessa è indispensabile perché il giudice debba dispiegare il suo intervento istruttorio ed informativo officioso sulla situazione persecutoria addotta nel Paese di origine (cfr. Cass. nn. 21668/2015 e 5224/2013). Principio analogo è stato, peraltro, ribadito dalle più recenti Cass. nn. 17850/2018 e 32028/2018. Ed invero, le dichiarazioni del richiedente che siano intrinsecamente inattendibili, alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, non richiedono un approfondimento istruttorio officioso, salvo che la mancanza di veridicità derivi esclusivamente dall’impossibilità di fornire riscontri probatori (cfr. Cass. n. 16295/2018; Cass. n. 7333/2015). Ad avviso di questa Corte, peraltro, del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, nel prevedere che “ciascuna domanda è esaminata alla luce di informazioni precise e aggiornate circa la situazione generale esistente nel Paese di origine dei richiedenti asilo e, ove occorra, dei Paesi in cui questi sono transitati” deve essere interpretato nel senso che l’obbligo di acquisizione di tali informazioni da parte delle Commissioni territoriali e del giudice deve essere osservato in diretto riferimento ai fatti esposti ed ai motivi svolti in seno alla richiesta di protezione internazionale, non potendo, per contro, addebitarsi la mancata attivazione dei poteri istruttori officiosi, in ordine alla ricorrenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione, riferita a circostanze non dedotte.

Nella specie, la Corte di appello ha espresso un giudizio negativo sulla credibilità del richiedente sulla base di plurimi elementi ritenuti rilevatori dell’inverosimiglianza ed incoerenza della sua narrazione, in maniera del tutto conforme ai parametri cui l’autorità amministrativa e, in sede di ricorso, quella giurisdizionale, sono tenute ad attenersi, ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5.

Si tratta, all’evidenza, di accertamenti in fatto, che non possono essere in questa sede messi in discussione se non denunciando, ove ne ricorrano i presupposti (qui, invece, insussistenti), il vizio di omesso esame ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nel testo introdotto dal D.L. n. 683 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 134 del 2012 (applicabile ratione temporis) come delimitato, quanto al suo concreto perimetro applicativo, da Cass., SU, n. 8053 del 2014.

Ne consegue la dichiarazione di inammissibilità del ricorso.

Nessuna statuizione è dovuta per le spese del giudizio di legittimità, stante la mancata difesa dell’amministrazione intimata.

Per quanto dovuto a titolo di doppio contributo, si ritiene di aderire all’orientamento già espresso da questa Corte con la sentenza n. 9660-2019.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, se dovuto, per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 15 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 15 luglio 2021

 

 

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