Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2019 del 24/01/2022

Cassazione civile sez. VI, 24/01/2022, (ud. 22/10/2021, dep. 24/01/2022), n.2019

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20722-2020 proposto da:

C.O., in proprio ed in qualità di liquidatrice di ADRIA

TRADING SRL IN LIQUIDAZIONE, G.N., titolare della Ditta

individuale La Favorita di G.N., e del Dott. P.W.,

titolare dell’omonima ditta individuale, elettivamente domiciliati

in ROMA, VIA FILIPPO CORRIDONI N 23, presso lo studio dell’avvocato

GIANGOLINI MASSIMILIANO, rappresentati e difesi dall’avvocato

TUZZATO GIAN ALBERTO;

– ricorrenti –

contro

INTESA SANPAOLO SPA, in persona del legale rappresentante pro

tempore, e per essa quale mandataria doValue Spa, elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA LUIGI LILIO, 95, presso lo studio

dell’avvocato FERRARI MICHELE, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

contro

ITALFONDIARIO SPA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 5432/2019 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 02/12/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 22/10/2021 dal Consigliere Relatore Dott. FALABELLA

MASSIMO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – Adria Trading s.r.l., C.O., G.N. e P.W. hanno convenuto in giudizio innanzi al Tribunale di Venezia Cassa di Risparmio di Venezia s.p.a. per sentire rideterminato, previa eliminazione degli addebiti operati dalla banca per interessi ultralegali, anatocistici ed usurari e per commissioni, spese e valute non dovute, il saldo di alcuni rapporti di conto corrente accesi presso detto istituto di credito.

Nel contraddittorio con la banca, costituita in giudizio, il Tribunale ha accolto parzialmente le domande attrici.

2. – In sede di gravame la Corte di appello di Venezia ha rideterminato il saldo dei conti correnti condannando Italfondiario s.p.a., nella sua qualità di procuratrice di Intesa Sanpaolo s.p.a., società incorporante la Cassa di Risparmio di Venezia, al pagamento dei maggiori importi di Euro 68.093,47 in favore di Adria Trading, Euro 1.116,00 in favore di G.N., a Euro 9. 584,15 in favore di P.W., Euro 15.568,90 in favore di C.O..

3. – La sentenza della Corte veneta, pubblicata il 2 dicembre 2019, è impugnata per cassazione dai correntisti con due mezzi di censura. Resiste con controricorso Intesa Sanpaolo rappresentata dalla procuratrice doValue s.p.a., la quale ha depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Col primo motivo è denunciata la violazione e falsa applicazione dell’art. 1418 c.c., art. 1325 c.c., n. 4 e art. 2697 c.c., nonché dell’art. 117 T.U.B. (D.Lgs. n. 385 del 1993). La censura investe l’affermazione resa dalla Corte di appello con riguardo alla mancata sottoscrizione di documenti contrattuali da parte della banca. Deducono i ricorrenti che l’istituto di credito, oltre a produrre copia del contratto sottoscritto dal correntista, avrebbe dovuto dare dimostrazione di aver consegnato al medesimo un esemplare del contratto stesso.

Il motivo è inammissibile.

I ricorrenti prendono le mosse dalla giurisprudenza di questa Corte, secondo cui la mancata sottoscrizione del documento contrattuale da parte della banca non determina la nullità per difetto della forma scritta prevista dal D.Lgs. n. 385 del 1993, art. 117, comma 3, trattandosi di un requisito che va inteso non in senso strutturale, ma funzionale: valorizzano, in proposito, il principio per cui per scongiurare la detta nullità è sufficiente che il contratto sia redatto per iscritto, ne sia consegnata una copia al cliente e vi sia la sottoscrizione di quest’ultimo, potendo il consenso della banca desumersi alla stregua di comportamenti concludenti (così Cass. 6 giugno 2018, n. 14646) e oppongono che nella circostanza non sarebbe stata dimostrata la consegna di un esemplare del documento contrattuale ad essi istanti.

La questione prospettata presenta carattere di novità e non può avere perciò ingresso in questa sede: infatti, in sede di legittimità non è consentita la proposizione di nuove questioni di diritto, ancorché rilevabili d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio, quando esse presuppongano o richiedano nuovi accertamenti o apprezzamenti di fatto preclusi alla Corte di cassazione, salvo che nelle ipotesi previste dall’art. 372 c.p.c., tra le quali rientra la nullità della sentenza, purché il vizio infici direttamente il provvedimento e non sia effetto di altra nullità relativa al procedimento (Cass. 8 febbraio 2016, n. 2443; Cass. 5 maggio 2006, n. 10319).

Peraltro, sono gli stessi ricorrenti a dare atto del fatto che il documento contrattuale contenesse una dichiarazione di natura ricognitiva circa il rilascio di una copia del contratto al cliente (pag. 10 del ricorso). Sul punto non vale opporre che detta dichiarazione non avrebbe alcun valore: nella fattispecie, infitti, la consegna del documento non supplisce alla mancata acquisizione del documento contrattuale recante la sottoscrizione della banca e non interferisce, pertanto, col divieto di provare a mezzo di confessione i contratti che soggiacciono alla forma scritta ad substantiam (ipotesi, questa, presa invece in considerazione da Cass. 24 marzo 2016, n. 5919, che ebbe infatti ad escludere, ai richiamati fini, il rilievo di analoga dichiarazione che era presente all’interno del testo contrattuale). In altri termini, la dichiarazione della parte, presente nel modulo contrattuale, di aver ricevuto una copia dello stesso, è pienamente idonea a dar prova della del fatto che un esemplare del contratto è stato consegnato al cliente, secondo quanto prescrive l’art. 117 T.U.B., comma 1.

2. – Il secondo mezzo oppone la violazione o falsa applicazione degli artt. 2938,2697 e 2727 c.c.. La doglianza si raccorda al secondo motivo di appello con cui gli odierni ricorrenti avevano lamentato che il giudice di primo grado avesse ritenuto estinti oltre dieci anni prima della domanda giudiziale tre conti correnti i cui saldi erano confluiti, a detta degli stessi istanti, in altri rapporti per i quali i termini di prescrizione non erano maturati. La Corte di merito, sul punto, aveva osservato che l’operazione di giroconto non costituiva di per sé prova della unitarietà del rapporto, presupponendo, semmai, l’autonomia dei due conti. Deducono i ricorrenti che la causa concreta delle operazioni poste in essere era quella di far confluire su nuovi conti le passività maturate sui precedenti, onde nessun effetto estintivo si era verificato, vista l’identità dei soggetti contraenti e la natura meramente contabile delle registrate movimentazioni.

Il motivo è infondato.

Con esso i ricorrenti mirano evidentemente a neutralizzare l’eccezione di prescrizione della banca, la quale non poteva non avere ad oggetto gli indebiti pagamenti posti in essere nel corso dei rapporti di conto corrente in favore della Cassa di Rispatniio di Venezia.

Secondo il fondamentale insegnamento di Cass. Sez. U. 2 dicembre 2010, n. 24418 non può ipotizzarsi il decorso del termine di prescrizione del diritto alla ripetizione se non da quando sia intervenuto un atto giuridico, definibile come pagamento, che l’attore pretende essere indebito, perché prima di quel momento non è configurabile alcun diritto di ripetizione. In conseguenza, se il correntista, nel corso del rapporto, abbia effettuato non solo prelevamenti ma anche versamenti, in tanto questi ultimi potranno essere considerati alla stregua di pagamenti, tali da formare oggetto di ripetizione (ove risultino indebiti), in quanto abbiano avuto lo scopo e l’effetto di uno spostamento patrimoniale in favore della banca. E questo accadrà ove si tratti di versamenti eseguiti su un conto in passivo cui non accede alcuna apertura di credito a favore del correntista, o quando i versamenti siano destinati a coprire un passivo eccedente i limiti dell’affidamento: non così in tutti i casi nei quali i versamenti in conto, non avendo il passivo superato il limite dell’affidamento concesso al cliente, fungano unicamente da atti ripristinatori della provvista della quale il correntista può ancora continuare a godere (sent. cit., in motivazione). In base ai principi richiamati, è necessario dunque distinguere i versamenti solutori da quelli ripristinatori della provvista: giacché solo i primi possono considerarsi pagamenti nel quadro della fattispecie di cui all’art. 2033 c.c.; con la conseguenza che la prescrizione del diritto alla ripetizione dell’indebito decorre, per tali versamenti, dal momento in cui le singole rimesse abbiano avuto luogo. I versamenti ripristinatori, invece – come precisato dalle Sezioni Unite – non soddisfano il creditore ma ampliano (o ripristinano) la facoltà d’indebitamento del correntista: sicché, con riferimento ad essi, di pagamento potrà parlarsi soltanto dopo che, conclusosi il rapporto di apertura di credito in conto corrente, la banca abbia percepito dal correntista il saldo finale, in cui siano compresi interessi non dovuti.

Ora, i ricorrenti concentrano le loro deduzioni sulla asserita unitarietà dei rapporti di conto corrente intercorsi (quelli originari, contrassegnati dai nn. 2470925L, 355/K e 700/S, da un lato, e quelli su cui sono confluiti i saldi dei primi, dall’altro), ma non spiegano in che modo la Corte di appello abbia violato il principio di diritto sopra richiamato, afferente la decorrenza del termine prescrizionale e, in definitiva, quale concreta incidenza abbia, nello specifico, il dato, da loro ravvisato, della saldatura esistente tra i diversi conti. E del resto, l’indebito correlato alle rimesse solutorie poste in essere in costanza dei rapporti cessati si sono inesorabilmente prescritte, dal momento che l’estinzione di tali conti è più di dieci anni anteriore alla proposizione della domanda giudiziale di ripetizione (cfr. sentenza, pag. 7) e non è stata nemmeno dedotta l’esistenza di altri atti interruttivi della prescrizione. Con riguardo alle rimesse ripristinatorie rileva, come si è detto, il pagamento che i correntisti abbiano eseguito, al momento dell’estinzione dei relativi rapporti di apertura di credito, per ripianare le passività esistenti in quel momento. E tuttavia, se ciò fosse avvenuto allorché vennero meno i tre rapporti di conto corrente instaurati per primi, varrebbe quanto appena osservato per le rimesse solutorie (stante il decorso del decennio di prescrizione); se ciò non fosse avvenuto, e l’esposizione debitoria fosse stata trasfusa nei nuovi conti, non si vede in quale errore sia incorsa la Corte di appello, dal momento che la sentenza impugnata ha reputato doversi considerare distintamente i nuovi rapporti (e quindi – è da intendersi – i pagamenti successivamente eseguiti in relazione ad essi): il che è pienamente conforme al diritto, dal momento che quel che conta, ai fini della prescrizione, non è l’origine della passività cui è riferita l’operazione posta in atto dal correntista, ma la natura della rimessa eseguita; per modo che, a fronte della passività refluita nel conto di nuova accensione, potranno assumere rilievo le rimesse solutorie – come tali riferite a esposizioni debitorie che, nel corso dei nuovi rapporti, risultino contratte in assenza di apertura di credito, o oltre i limiti dell’affidamento concesso -, mentre le rimesse ripristinatorie non assumeranno valore, potendo essere considerati “pagamenti” suscettibili di prescrizione i soli versamenti operati quando, una volta venuta meno l’apertura di credito che accede al nuovo rapporto di conto corrente, il cliente ripiani le passività consentite dal fido di cui ha goduto.

3. – Il ricorso va dunque respinto.

4. – Le spese di giudizio seguono la soccombenza.

PQM

La Corte:

rigetta il ricorso; condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 5.500,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 100,00, ed agli accessori di legge; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello stabilito per il ricorso, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della 6 Sezione Civile, il 22 ottobre 2021.

Depositato in Cancelleria il 24 gennaio 2022

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