Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20187 del 03/10/2011

Cassazione civile sez. lav., 03/10/2011, (ud. 09/06/2011, dep. 03/10/2011), n.20187

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MIANI CANEVARI Fabrizio – Presidente –

Dott. LA TERZA Maura – Consigliere –

Dott. CURCURUTO Filippo – rel. Consigliere –

Dott. IANNIELLO Antonio – Consigliere –

Dott. FILABOZZI Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 17059-2007 proposto da:

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA DELLA FREZZA N. 17, presso l’Avvocatura Centrale

dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli avvocati RICCIO

ALESSANDRO, BIONDI GIOVANNA, PULLI CLEMENTINA, VALENTE NICOLA, giusta

delega in atti;

– ricorrente –

contro

L.A.;

– intimato –

e sul ricorso 19833-2007 proposto da:

L.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA G. NICOTERA 29,

presso lo studio dell’avvocato SALERNO GASPARE, che lo rappresenta e

difende unitamente all’avvocato ALLOCCA GIORGIO, giusta delega in

atti;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

contro

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA DELLA FREZZA N. 17, presso l’Avvocatura Centrale

dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli avvocati RICCIO

ALESSANDRO, BIONDI GIOVANNA, PULLI CLEMENTINA, VALENTE NICOLA, giusta

delega in atti;

– controricorrente al ricorso incidentale –

avverso la sentenza n. 7334/2006 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 08/02/2007 R.G.N. 309/05;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

09/06/2011 dal Consigliere Dott. FILIPPO CURCURUTO;

udito l’Avvocato CALIULO LUIGI per delega RICCIO ALESSANDRO;

udito l’Avvocato ALLOCCA GIORGIO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

GAETA Pietro che ha concluso per l’accoglimento del ricorso

dell’INPS, rigetto del ricorso incidentale.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

L.A., dirigente dell’ENPI sino alla soppressione dell’Ente avvenuta il 1 luglio 1982, poi transitato presso la USL/RM(OMISSIS), ha convenuto in giudizio l’INPS affermando di aver esercitato l’opzione per il mantenimento della propria posizione assicurativa (a.g.o. e fondo integrativo ENPI) e di esser definitivamente cessato dal servizio il 1 aprile 1992, ed assumendo di aver diritto alla riliquidazione della pensione integrativa a norma dell’art. 30 del Regolamento interno di previdenza dell’ENPI, con il computo della indennità di posizione introdotta dal ccnl comparto enti pubblici economici 1994-1997.

La domanda, rigettata in primo grado, è stata parzialmente accolta dalla Corte di Appello di Roma, la quale ha ritenuto che l’INPS in base al cit. art. 30 del Regolamento del Fondo integrativo fosse obbligato ad equiparare il trattamento degli ex dipendenti degli enti soppressi a quello dei propri dipendenti, estendendo ai primi il trattamento accordato da norme generali proprie di tutto il comparto enti pubblici non economici, quali quella concernente l’indennità di posizione.

La Corte d’Appello ha inoltre osservato che l’appellante non aveva documentato lo scaglione economico invocato, sicchè l’appello poteva esser accolto nei limiti di cui al dispositivo.

L’INPS chiede la cassazione di questa sentenza con ricorso per due motivi.

L’intimato resiste con controricorso e propone a sua volta ricorso incidentale.

Considerato in diritto Preliminarmente occorre riunire i ricorsi, proposti contro la stessa sentenza (art. 335 c.p.c.).

Con il primo motivo di ricorso si addebita alla sentenza impugnata di avere in violazione e con falsa applicazione dell’art. 30 del Regolamento del Fondo di previdenza ENPI e del D.P.R. n. 761 del 1979, artt. 74, 75 e 76 attribuito all’appellante l’indennità di funzione o più esattamente l’indennità di posizione ex ccnl 1994- 1997 personale dirigente enti pubblici economici senza considerare che in forza del regolamento cit. la riliquidazione della pensione integrativa deve essere effettuata in base alle variazioni apportate, con provvedimenti di carattere generale, alle retribuzioni pensionabili del personale in servizio di pari grado e qualifica e pertanto, nel caso di specie, con riferimento al dirigente in servizio di pari grado e qualifica dell’area dirigenziale sanità.

Con il secondo motivo di ricorso si addebita alla sentenza impugnata di avere, con motivazione omessa, insufficiente e contraddittoria fatto riferimento alla indennità di funzione prevista dalla L. n. 88 del 1989, art. 13 e richiamato la giurisprudenza di legittimità in tema di diritto degli ex dipendenti INAM alla riliquidazione del trattamento integrativo con il computo di detta indennità, senza nulla dire circa l’analogo diritto del dipendente ENPI, transitato presso le aziende sanitarie locali e in tale posizione cessato dal servizio, alla retribuzione di posizione per il personale degli enti pubblici non economici.

I due motivi, fra loro connessi possono esser trattati congiuntamente.

Al momento del collocamento a riposo il L. era inquadrato come dirigente dell’area sanitaria.

Il regolamento più volte cit. fa riferimento alle retribuzioni pensionabili del personale in servizio di pari grado e qualifica, così istituendo un evidente collegamento fra la posizione del pensionato e quella del personale in attività di servizio, collegamento che in tanto ha senso in quanto vi sia omogeneità fra le due categorie. Non si vede quindi su quale base il dirigente dell’area sanitaria, collocato in quiescenza, possa chiedere di beneficiare degli incrementi non del personale in servizio nella stessa area ma di quelli propri del personale del comparto enti pubblici economici al quale egli al momento del collocamento a riposo non apparteneva.

In proposito infatti, come questa Corte ha avuto occasione di chiarire, in relazione al regolamento del Fondo di previdenza per il personale dell’ENPI, il quale reca la previsione dell’aggancio della pensione integrativa, a carico del Fondo, alle variazioni delle retribuzioni pensionabili del personale in servizio di pari grado e qualifica (cosiddetta “clausola oro”), il parametro di riferimento a seguito della soppressione dell’Ente non può che essere la retribuzione pensionabile del personale in servizio alle dipendenze dell’ente, al quale sia stato trasferito – per legge – il personale dell’ente soppresso. Pertanto, nella base da considerare per il computo della riliquidazione della pensione integrativa non può essere inclusa l’indennità di funzione di cui alla L. 9 marzo 1989, n. 88, art. 13 prevista per i dirigenti dell’INPS e dell’INAIL e non estesa al personale dell’ENPI, assorbito a seguito della soppressione dalle unità sanitarie locali, senza che, per legge, risulti trasferito, almeno in parte, all’INPS oppure all’INAIL (ovvero ad altri enti ai quali sia stata estesa l’indennità di funzione in questione, come l’INPDAP)( Cass. 15177/2005).

Contro questa conclusione non vale invocare l’esercizio del diritto di opzione del D.P.R. n. 761 del 1979, ex artt. 74, 75 e 76 giacchè come la stessa sentenza cit. ha ulteriormente chiarito “nè l’opzione dell’interessato – per il mantenimento della posizione assicurativa prospettata – nè l’istituzione, presso l’INPS, di una gestione speciale ad esaurimento – per dare attuazione, appunto, alla opzione del personale – impongono o, comunque, comportano – in difetto di qualsiasi indicazione in tale senso – l’assunzione, quale parametro per l’applicazione della clausola oro, delle variazioni di retribuzioni imponibili di personale in servizio, che – come nella fattispecie dedotta in questo giudizio – sia alle dipendenze di soggetto (quale, nella specie, l’INPS) affatto diverso non solo dal datore di lavoro del pensionato, ma anche dal soggetto al quale – a seguito della soppressione dello stesso datore di lavoro – ne sia stato trasferito, per legge, (almeno parte del) personale in servizio”.

Ne risulta che il primo motivo è fondato mentre il secondo è da ritenere assorbito.

Del pari assorbito è il ricorso incidentale con il quale si censura la sentenza impugnata nella parte relativa all’ammontare dell’indennità riconosciuta al L..

In conclusione, la sentenza impugnata va cassata e non essendovi necessità di ulteriori accertamenti di fatto, la causa può esser decisa nel merito con il rigetto della domanda e condanna del resistente al pagamento delle spese dell’intero processo.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso principale, assorbito l’incidentale; cassa la sentenza impugnata e decidendo nel merito rigetta la domanda proposta da L.A. contro l’INPS; condanna il resistente al pagamento delle spese dell’intero processo, liquidate in Euro 30,00 oltre a Euro 1500 per onorari, per il giudizio di legittimità, in Euro 1800 di cui Euro 970 per onorari per il grado di appello, in Euro 1400, di cui Euro 800 per onorari per il primo grado, oltre ad accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 9 giugno 2011.

Depositato in Cancelleria il 3 ottobre 2011

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