Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20180 del 15/07/2021

Cassazione civile sez. I, 15/07/2021, (ud. 27/11/2020, dep. 15/07/2021), n.20180

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – rel. Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 16521/2019 proposto da:

Q.A.S., domiciliato in Roma, via Muzio Clementi, n. 51,

nello studio dell’avv. Valerio Santagata; rappresentato e difeso

dall’avv. Paola Urbinati, per procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno in persona del Ministro in carica;

– intimato –

avverso la sentenza della Corte di appello di Bologna n. 698/2019,

depositata il 26/3/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio dal

Cons. Dott. Marco Vannucci.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Q.A.S., proveniente dal Pakistan, ha adito il Tribunale di Bologna impugnando il provvedimento con cui la competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale ha respinto la sua richiesta di protezione internazionale, nelle forme dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e della protezione umanitaria.

Il ricorrente aveva riferito di aver lasciato il proprio Paese per aver subito varie aggressioni da parte di persone mascherate.

1.1. Il Tribunale ha respinto il ricorso, ritenendo, sulla base di un giudizio di inattendibilità della narrazione, che non sussistessero i presupposti per il riconoscimento di ogni forma di protezione internazionale e umanitaria.

2. L’appello proposto dal richiedente asilo è stato rigettato dalla Corte di appello di Bologna con la decisione indicata in epigrafe.

3. Avverso la predetta sentenza ha proposto ricorso il richiedente asilo, svolgendo sei motivi.

L’intimata Amministrazione dell’Interno non ha svolto attività difensiva.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo si deduce, ai sensi dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, la nullità della decisione impugnata, in quanto la relativa motivazione sarebbe meramente apparente e perplessa.

La Corte di appello da una parte avrebbe ritenuto credibile la narrazione del ricorrente, dall’altra avrebbe sollevato una serie di dubbi al riguardo, rendendo una motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile.

1.1. La censura è infondata. Il richiedente aveva dedotto di essere stato sottoposto a una serie di estorsioni nell’ambito della propria attività commerciale, fino a subire il saccheggio e l’incendio del proprio esercizio. Nella decisione impugnata vengono esaminate, con rara acribia, tutte le circostanze inerenti alla narrazione del richiedente, ponendosi in evidenza la tardività della domanda (essendo egli dapprima giunto in Grecia, dove non aveva presentato alcuna istanza), la carenza di elementi di supporto nonché l’assenza di valide giustificazioni per non essersi rivolto alle forze di polizia del proprio Paese, rilevando tuttavia, senza incorrere nel vizio di contraddittorietà (per altro non più rilevante in questa sede), che “i fatti narrati dal Q. non sono neppure astrattamente inquadrabili nella previsione di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 7 e 8”.

Trattasi all’evidenza di una motivazione pienamente comprensibile, scevra di contraddizioni (per altro non più rilevanti in questa sede dopo la modifica dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), laddove l’affermazione della non riferibilità dei fatti narrati alla previsione normativa introduce all’evidenza una seconda ragione della decisione impugnabile autonomamente.

2. Al lume di quanto da ultimo evidenziato il secondo motivo, con il quale si deduce la violazione del dovere di collaborazione per aver la corte territoriale considerato tardive la proposizione della domanda e la produzione del passaporto, nonché per aver rilevato la mancanza di fonti esterne di riscontro, appare in primo luogo inammissibile per non essersi censurata l’affermazione secondo cui i fatti narrati, anche se ritenuti credibili, non avrebbero rilevanza ai fini della protezione richiesta.

In ogni caso la decisione impugnata ha correttamente applicato il principio, costantemente affermato dalla giurisprudenza di questa Corte, secondo cui in tema di protezione internazionale, il disposto del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 1, nell’imporre al richiedente di presentare tutti gli elementi e la documentazione necessari a motivare la domanda, costituisce un aspetto del più generale dovere di collaborazione istruttoria a cui lo stesso è tenuto, ma non fissa una regola di giudizio, sicché la scelta degli elementi probatori e la valutazione di essi, ai sensi del successivo comma 3, lett. b), rientrano nella sfera di discrezionalità del giudice di merito, il quale non è obbligato a confutare dettagliatamente le singole argomentazioni svolte dalle parti su ciascuna delle risultanze probatorie, né a compiere l’analitica valutazione di ciascun documento prodotto, ma deve soltanto fornire, mediante un apprezzamento globale della congerie istruttoria raccolta, un’esauriente e convincente motivazione sulla base degli elementi ritenuti più attendibili e pertinenti (Cass., n. 7518 del 25 marzo 2020; id., n. 21881 del 30 agosto 2019; id., n. 15794 del 12 giugno 2019).

3. Con il terzo motivo si denuncia la nullità della sentenza per difetto di motivazione in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 5, 6 e 14; motivazione perplessa ed illogica sulla capacità di tutela delle autorità del Pakistan.

3.1. Con il mezzo successivo si deduce la violazione del citato D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), per essersi richiesta la prova del collegamento tra la vicenda del richiedente e la situazione di violenza indiscriminata in Pakistan.

3.2. Con la quinta censura si sostiene che la corte felsinea non avrebbe svolto una corretta indagine sulla situazione del paese di origine.

3.3. Le esposte censure, da esaminarsi congiuntamente in quanto intimamente collegate, sono infondate.

Il tema fondamentale è incentrato sull’esistenza o meno di una situazione di violenza generalizzata, con riferimento alle previsioni di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c). Come questa Corte ha già più volte affermato, il conflitto armato interno rileva solo se, eccezionalmente, possa ritenersi che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati, o tra due o più gruppi armati, siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria, nel senso che “il grado di violenza indiscriminata deve aver pertanto raggiunto un livello talmente elevato da far ritenere che un civile, se rinviato nel Paese o nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire detta minaccia” (Cass. n. 5675/2021; Cass., 18306/2019).

Nella sentenza impugnata, con una motivazione del tutto congrua, e citandosi fonti COI qualificate ed aggiornate, è stata esclusa la ricorrenza di un rischio rilevante nei termini sopra indicati con riferimento alla zona di provenienza del richiedente: le diverse valutazioni espresse nel ricorso, nel quale si invoca addirittura una valutazione riferita al precedente periodo (anno 2014) in cui si sarebbero verificati i fenomeni estorsivi dedotti, si risolvono in una generica critica del ragionamento logico posto dal giudice di merito a base dell’interpretazione degli elementi probatori del processo e, in sostanza, nella richiesta di una diversa valutazione degli stessi, ipotesi integrante un vizio motivazionale non più proponibile in seguito alla modifica dell’art. 360, comma 1, n. 5, apportata dal D.L. n. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, che richiede che il giudice di merito abbia esaminato la questione oggetto di doglianza, ma abbia totalmente pretermesso uno specifico fatto storico, e si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa e obiettivamente incomprensibile”, mentre resta irrilevante il semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (Cass., 13 agosto 2018, n. 20721).

Nella sentenza impugnata, con una motivazione del tutto congrua, è stata esclusa la ricorrenza di un rischio rilevante nei termini sopra indicati; in particolare, ribadita la provenienza da una zona non segnata da indiscriminata violenza, è stato anche rilevata l’attuale “esistenza di un sistema giudiziario che è in grado di funzionare e di proteggere adeguatamente i propri cittadini e idoneo a escludere esigenze di protezione”.

3. Con il sesto motivo si critica il rigetto della domanda di protezione umanitaria, essenzialmente sotto il profilo della pretermissione della violazione dei diritti umani in Pakistan, previa valutazione del livello di integrazione del richiedente in Italia.

La censura non appare meritevole di positivo apprezzamento, in quanto, in assenza di qualsiasi critica da parte del ricorrente in merito all’affermata assenza di alcun profilo di vulnerabilità, deve constatarsi che la corte territoriale, pur dando atto dell’intrapreso percorso di integrazione del ricorrente, ha rilevato, tuttavia, l’assenza di un pericolo di lesione dei diritti fondamentali nel caso di rientro nel paese di origine: alla generica osservazione di non aver svolto un accertamento specifico al riguardo, nel ricorso non si associa alcuna deduzione circa la concreta esistenza di un rischio di tale natura.

4. Non si adotta alcun provvedimento in ordine al regolamento delle spese, non avendo la parte intimata svolto attività difensiva.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 27 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 15 luglio 2021

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA